La Coda di Volpe 2006 di Vadiaperti

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La Coda di Volpe condivide con l’Asprinio uno strano destino commerciale: nonostante la antica tradizione non riesce a sfondare in una regione bianchista come la Campania dove la fanno da padrone, nell’ordine, Falanghina, Greco, Fiano e, sul piano territoriale, Biancolella e Pallagrello Bianco. Eppure alcune versioni di questo vitigno, mi riferisco a quelle della Fattoria la Rivolta di Paolo Cotroneo, della cantina del Taburno e di Ocone, molto ben piazzate nella guida del Touring Club dovrebbero aprire gli occhi agli appassionati. Lo spazio c’è, eccome se c’è, vista la sete di bianchi impossibile da placare con questa cucina leggera e le giornate calde. Una delle mie preferite viene prodotta da Vadiaperti a Montefredane, piccolo comune alle porte di Avellino famoso soprattutto per i suoi Fiano da urlo capaci di sfidare il tempo come le Piramidi. Raffaele Troisi iniziò per primo a vinificarla in purezza insieme al padre Antonio dividendola dal Greco. Già, perché quando in cantina c’era poca tecnologia i contadini tagliavano il Greco e il Fiano proprio con la Coda di Volpe che, essendo uva poco acida, contribuisca a rendere più morbidi e pronti i vini. Un ruolo ancora riconosciuto dal disciplinare sulle due docg (denominazione di origine controllata e garantita) ma che pochi portano avanti. La versione 2006 proposta da Vadiaperti nelle nuove etichette moderne disegnate da Raffaele del Franco è davvero qualcosa di straordinario: a un anno dalla vendemmia i profumi intensi e persistenti riportano alla frutta bianca e alla sensazione di libertà della macchia mediterranea, in bocca ha molta struttura, è grassa persino, ben in equilibrio, con un ingresso abbastanza morbido ma di carattere, lunga e pulita per un finale davvero interessante. Un classico della viticoltura campana però poco conosciuto fuori dal giro degli appassionati. Questa Coda di Volpe ci ricorda come l’annata 2006 sia stata più che soddisfacente per i bianchi se facciamo eccezione con il Fiano i cui tempi di maturazione hanno coinciso spesso con giornate climatiche poco fortunate. In realtà la cronologia delle bevute bianche campane dovrebbe seguire quest’ordine: Biancolella, Forastera, Falanghina dei Campi Flegrei, Coda di Volpe. Poi, ad un anno dalla vendemmia si stappa la Falanghina tipo Beneventano e il Fiano del Cilento. Infine Fiano e Greco per gli anni a venire. Questo per dire che è proprio tempo di aprire la Coda di Volpe di Raffaele, di berla sugli ziti alla genovese di seppia pensati da Lino Scarallo a Palazzo Petrucci di piazza San Domenico Maggiore o sulla parmigiana di pesce bandiera di Rocco Iannone di Pappacarbone a Cava de’ Tirreni.