TERZA PAGINA di Fabrizio Scarpato
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La Locanda Mariella attraverso gli occhi di un bambino

13 giugno 2012

Locanda Mariella - Gnocchetti al gorgonzola


di Fabrizio Scarpato

E’ già stato detto tutto: della gentilezza, del cibo, delle curve e soprattutto del vino. Anch’io, buon ultimo, ne ho scritto in sole millecinquecento battute per la guida arancione, manifestando una sorta di fascinazione, di candido stupore infantile, puntualmente riassaporato in un nuovo, più recente incontro. Ma senza sapere esattamente perché. Perché è vero che le curve da quelle parti sono milioni di milioni, come le stelle e i motociclisti rombanti tra le giunchiglie; è vero che il cibo è buono, ma solo buono, ed è proprio quella parola, “solo”, che appare stranamente più un accrescitivo che un diminutivo; è vero, fantasticamente vero, che il vino, anch’esso allegramente impilato in milioni di milioni di bottiglie, è null’altro che quello che è, ovvero una meraviglia da bere in compagnia, con partecipato e democratico distacco, pur tra nomi e etichette che strillano ammiccanti. E’ tutto vero, ma non può bastare per spiegare cosa succede nel nostro animo quando ci sediamo a un tavolo della Locanda Mariella.

Allora prova a dircelo un bambino che prende tutte le sue matite e disegna la collina parmense come un susseguirsi di panettoni, bassi e verdi, verdissimi, specie quando il sole trafigge coi suoi raggi una coltre di nubi nere, cariche di pioggia, che incappucciano la Cisa, il panettone più grosso. Il bimbo traccia le strade seguendo pari pari il profilo delle colline, su e giù, su e giù, fino alla casa con le tende a righe bianche e rosse, in un villaggio dal nome davvero fiabesco, Fragnolo, in cui però non abitano i parenti dei sette nani, ma due signori alti e magri che parlano lentamente e a bassa voce.

Poi il bimbo trova pareti e sedie da colorare dei colori più vivi, e un salone fresco e arioso nella sua ovvia familiarità dove potrebbe anche giocare a palla, le sedie a far da porte e traverse. Nella casa con le tende e righe biancorosse la vena pittorica ogni tanto prende anche il cuoco, che irrora molti piatti di ghirigori trafelati e bizzarri, spruzzando qua e là, sulle splendide ceramiche, dense riduzioni di aceto balsamico: ma anche questa impertinente volontà decoratrice, lontana dai rarefatti dripping della cucina d’autore contemporanea, appare commendevole e festosa, in fondo portatrice sana di un entusiasmo sincero.

Lo stesso che il nostro fanciullo prova nello scorrazzare in lungo e in largo per la piccola carta del giorno piena di referenze di qualità, pur tuttavia perennemente dubbioso sulle scelte, preso in contropiede da frequenti cambi stagionali, da apparizioni fugaci, da desideri disattesi. Sarà comunque bello saltare dalla classica culaccia al prosciutto trenta mesi, dagli sformatini al finto hamburger di fassona, per poi divertirsi con una terrina di paté di fegato contrappuntata dal giallo tiepido del pan brioche, da spalmare con una voluttà che nel bambino è pura innocenza.

Locanda Mariella - Paté di fegato

Echi del registro di scuola rimbalzano attraverso la calligrafia da amanuense, degna del maestro Manzi, che incolonna i vini della carta piccola, ché quella grande richiederebbe centomila giorni di lezione: il bimbo si avventura incerto, tentato da un lato dai numerelli piccoli piccoli sulla colonna a destra, quella dei prezzi, dall’altro da legittima e sconsiderata curiosità, ma di fatto intimorito dallo sguardo del signor oste, quello alto e magro, che sembra mostrare nei confronti dei suoi vini una sorta di protezione, un tentativo commovente di salvarli da palati amorfi e da voluttà di fighettismo esasperato, tessendo davanti ai nostri occhi evidenti storie d’amore. Il ditino del bambino che è in noi scorre la poderosa lista, si attarda come davanti al chiosco dei gelati o alle diverse attrazioni del Luna Park, per poi scegliere, con un fremito inevitabile di trepidante insicurezza.

Locanda Mariella - Vini

Concentrarsi sugli Champagne è come farsi del male, beato il mio bimbo: il Brut Rosé Grand Cru Pierson-Cuvelier è leggiadro e geranioso, ma sembra una scelta meno convincente rispetto al Drappier Brut Nature Sans Ajout de Soufre che invece sprigiona muscoli setosi e tutte le possibili crostate di frutta esotica in cui ribaltarsi di capriole, come solo un bimbo sa fare.

Locanda Mariella - Drappier Pas dosé sans Soufre

Locanda Mariella - Le crostate e i dolci secchi

Se ne giovano i minimalisti tortelli di patate, i delicati ed equilibrati gnocchi al gorgonzola e una fantastica minestra di ceci densamente inzuppata di pasta maltagliata, non meno succulenta di un maialino e di un capretto al forno che avrebbero potuto mostrare un qualche segno di asciutta croccantezza in più, per essere magnifici.

Locanda Mariella - Tortelli di patate

Locanda Mariella - Minestra di ceci e maltagliati

Locanda Mariella - Maialino con patate

Locanda Mariella - Capretto al forno con patate

A questo punto il bambino che ha disegnato, giocato e curiosato, si sente come a casa sua e potrebbe quasi abbandonarsi al sogno di un pomeriggio di mezza estate e bere a garganella, sotto i pergolati ombrosi, non una gazzosa macchiata al limone, ma un Moscato d’Asti Sourgal di Elio Perrone, irriverente per quanto citrino e beverino, ma ruffianissimo in accompagno a dolci che più dolci non si può: non sono altrimenti descrivibili la rilassante cromoterapia della variopinta picassiana di torte e crostate, la drappeggiata panna cotta e lo sformato di colomba pasquale, profumato di tutte le uova, di tutti i limoni e di tutti i canditi possibili a queste latitudini.

Locanda Mariella - Sformato tiepido di colomba e cioccolato

Punti di vista, per provare ad esprimere le sensazioni che ci accompagnano alla Locanda: certo è che lo sguardo del bambino ci dovrebbe facilitare nel cogliere la vena quasi ingenua di quella tavola, la pulizia dell’intenzione, l’atmosfera di assoluta e limpida sincerità. Eleganza senza affettazione, sobrietà appassionata, tradizione che è modo di essere, non un piatto esercizio di stile pseudocontadino, consumato attraverso esausti strafogamenti di bislunghe bisunte.

Ma dello sguardo fanciullesco occorre saper accettare anche un refioso senso di inappagamento, perché dopo il gioco, per il nostro bimbo torna il tempo dei compiti: ci sarà sempre una partita che non è riuscito a concludere, un gelato che non è riuscito ad assaggiare, un piatto o un vino che non abbiamo saputo o potuto scoprire. E così si fantastica di rivincite, di un percorso di soli rossi, della stagione dei tartufi, di una bottiglia di bollicine esoterica: la domanda inciprignita e sbuffante sarà sempre “quando torniamo?”. La risposta solitamente generica per quanto sincera: “presto, vedremo…”. E il bimbo, col broncio impaziente: “Domani?”. “Sì, domani”, nonostante le curve che sono tante, milioni di milioni.
Locanda Mariella

Fragnolo di Calestano (PR)

 

Felicità: nell’aria

Stupore: prevalentemente liquido

‘A nuttata: n.p. (si rileva tuttavia pomeriggio privo d’abbiocco)

3 Commenti a “La Locanda Mariella attraverso gli occhi di un bambino”

  1. Fabio D'Uffizi scrive:

    È una sintesi di felice sicurezza quella che ti avvolge da Mariella. È sintesi strana, un poco oscura, che male si presta ad una semplice e didascalica spiegazione. Piuttosto, a quanto leggo, si svela piano e solo attraverso un piccolo quanto profondo racconto.
    Splendide righe Fabrizio.

  2. virginia scrive:

    stavolta il tuo racconto è proprio un disegno! Bello, Fabrizio :)