La magia della Falanghina degli Astroni: dieci anni di emozioni con Malazè e Ais Napoli

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Con  Tommaso Luongo Ais Napoli e Gerardo Vernazzaro enologo Cantine Astroni

 

Alla sua  ottava edizione di Malazè, il contenitore si è arricchito di esperienze e momenti di studio e approfondimento sugli aspetti caratterizzanti i Campi Flegrei, come quello enologico. Cantine Astroni in collaborazione con Luciano Pignataro WineBlog e l’Ais Napoli ha presentato “I Campi Flegrei visti dagli Astroni: Retrospettive e Prospettive Future”: un  incontro di degustazione di annate storiche diverse di Falanghina e Piedirosso dei Campi Flegrei. Luciano PignataroTommaso Luongo e Gerardo Vernazzaro  hanno  guidato un confronto – degustazione con quaranta ospiti, enologi, sommelier, giornalisti e addetti al settore,  intervenuti  per approfondire le capacità di tenuta nel tempo dei vini da suolo vulcanico.

In  degustazione undici campioni di diverse falanghine dal 2003 al 2012.  Nove anni durante i quali tanto è cambiato nel modo di approcciarsi all’enologia e alla degustazione anche nei Campi Flegrei. Lo ha sottolineato nel suo saluto, il presidente di Malazè, Rosario Mattera rimarcando come in questi anni di attività del format Malazè, siano venuti fuori i tre pilastri fondamentali sui quali lavorare per la crescita dei Campi Flegrei: Archeologia, Vino e Gastronomia.

Rosario Mattera e Gerardo Vernazzaro

In questi ultimi anni sostiene Luciano Pignataro “mi sono ulteriormente convinto dei passi da gigante e della posizione da primato che la Campania ha raggiunto come produttrice di vini bianchi. La conferma di questa posizione viene dal fatto che molte degustazioni hanno già provato la capacità di questi vini di durare nel tempo; la bottiglia deve saper contenere l’ ‘ingrediente Tempo’ nel senso migliorativo del termine, ovvero il fattore del trascorrere del tempo deve contribuire a perfezionare i vini, a renderli più buoni e piacevolmente piacevoli”. Ciò spesso si scontra con la mentalità dei ristoratori e del pubblico comune abituati a bere vini correnti e a considerare vecchi vini bianchi di due o tre anni, figuriamoci oltre. Qui deve intervenire il ruolo educativo di soggetti quali i produttori, gli addetti al settore, la stampa specializzata e format territoriali come Malazè.

Abbiamo degustato i vini in tre batterie: la selezione ‘Colle Imperatrice’ proveniente da un’unica vigna nella zona degli Astroni; Falangos proveniente da vigne appartenenti ai diversi areali della falanghina flegrea: Baia, Bacoli, Camaldoli(Napoli) e Astroni; Strione il vino della sperimentazione enologica proveniente dal cratere degli Astroni sottoposto fino al 2009 a completa macerazione delle bucce in fermentazione, mentre da quest’annata in poi solo la metà della massa è stata lavorata a contatto con le bucce durante la fermentazione.

Veniamo ai vini

–        Falanghina Campi Flegrei Doc “Colle Imperatrice” 2012

L’annata 2012 ha visto sia un anticipo di vendemmia al fine di preservare una maggiore acidità, sia una gestione più attenta  della vigna alla luce del caldo e dell’esperienza dell’annata 2011 che ha fatto registrare picchi molto alti di temperatura a danno dell’equilibrio del vino. La 2012 si presenta al bicchiere di colore giallo paglierino abbastanza carico, vivace e luminoso, sintomo di freschezza e verve del vino. Al naso prevale l’intreccio del floreale e fruttato ( sentori agrumati e di frutta bianca)  tipico della falanghina, che si fonde,  ancora sottotono, con tracce di mineralità di matrice chiaramente vulcanica (il carattere vulcanico dei terreni marca tutti i  vini dei Campi Flegrei) non ancora esplosa. Il palato è sapido e fresco, addirittura ‘pizzica’ appena.

–        Falanghina Campi Flegrei Doc “Colle Imperatrice” 2011

La 2011 ha registrato temperature più alte della 2012 influendo anche sul grado alcolico più elevato del vino e perciò stesso sull’equilibrio. Il colore si presenta giallo paglierino più intenso, la consistenza è più marcata. Al naso entra un fruttato a pasta bianca e una sensazione citrina meno evidente rispetto all’annata precedente. Al palato la materia è più ricca, la sapidità invade il palato, la mineralità anche qui parte  soft per poi allungarsi sul finale; la lunghezza del vino è maggiore rispetto al vino  precedente.

–        Falanghina Campi Flegrei Doc “Colle Imperatrice” 2010

La 2010 è stata l’annata meno calda delle tre e un pochino più ricca di precipitazioni. Il vino è senz’altro il più in forma della batteria: si presenta di colore paglierino con vene dorate intense, è comunque brillante, non ha dunque perso la verve acida. L’ingresso al palato è di frutta dolce, di pera e pesca bianca, assolutamente non stucchevoli e in generale il vino è più complesso; la bevibilità è molto apprezzabile,  il che  conferisce decisamente una marcia in più, a riprova che l’invecchiamento, il fattore Tempo,  in questo caso hanno svolto bene il proprio compito, unitamente alla corretta gestione in vigna e in cantina.

Dal  punto di vista dell’abbinamento enogastronomico tutti e tre i vini sono perfettamente abbinabili alla cucina di mare la 2012, le altre due annate  a piatti più strutturati, anche campagnoli.

 

le annate di Colle Imperatrice e di Falangos

Falangos proviene da assemblaggi  di diverse vigne dell’areale flegreo con latitudini, esposizioni e altezze s.l.m. diverse.  Tre le annate degustate: la 2006 con un andamento climatico medio – buono, la 2005 che ha fatto registrare temperature medie ma precipitazioni più copiose e la 2003 annata notoriamente difficile perché siccitosa e con poche piogge. Le tre annate, confessa candidamente Gerardo Vernazzaro, che si è messo in gioco con grande coraggioe  auto ironia, sono abbastanza vicine ai miei inizi in enologia, alle prime vendemmie, dove la conoscenza agronomica non era pari a quella di oggi, perciò dai terreni sono venuti fuori i vini che questi potevano dare, con rese non controllate e bottiglie che si vendevano massimo a 3,50 euro.’ Si tratta di vini con acidità totali molto basse, ma ricchi, grazie al territorio vulcanico, di mineralità e salinità che hanno contribuito a tenerli ‘vivi’ e a renderli di facile e apprezzabile beva.

 

–        Falanghina Campi Flegrei doc “Falangos” 2006

Il vino si presenta paglierino con vene dorate abbastanza cariche, è luminoso e consistente. Al naso si percepiscono note morbide boisè, (pur trattandosi di vini che non hanno fatto legno) burro, qualche sentore vegetale corredato da note iodate, discretamente lungo, probabilmente un vino da attendere ancora per scoprire ulteriori possibili evoluzioni.

–        Falanghina Campi Flegrei doc “Falangos” 2005

Qui sulla degustazione ha giocato molto il contenitore, infatti il vino è stato servito in formati magnum con una superficie maggiore per l’affinamento in bottiglia. Il vino si presenta dorato e vivace con note dolci al palato, in qualche modo più magro, con frutta decisamente matura e una maggiore lunghezza al palato, dove sul fondo si avverte un guizzo vivace della struttura reale del vino. Sicuramente con maggiori possibilità evolutive.

–        Falanghina Campi Flegrei doc “Falangos” 2003

 

L’annata, l’abbiamo detto, è stata difficile un po’ ovunque, tuttavia questo Falangos 2003 si presenta dorato, brillante e consistente. Al naso si percepisce ancora freschezza, con sentori balsamici (che non ritroveremo al palato) insieme a note ossidative, erbacee, di frutta secca e ancora sentori boisè e burrosi con leggere infiltrazioni di tostato e affumicato, non dovute a passaggio in legno. Per tutti i presenti,  il più piacevole alla beva, olfattivamente elegante e complesso, tanto da non far pensare ad una falanghina, se non fosse per la snellezza di fondo e la sensazione finale di amaro al palato.

Strione è il vino della sperimentazione, ma anche del ritorno al passato, poiché anticamente non esistevano le presse soffici e il vino si macerava con le bucce fino all’esaurimento degli zuccheri. Cantine Astroni non ha quindi fatto altro che riprendere antiche usanze e riadattarle con l’intervento della moderna tecnologia. Dal 2009 soltanto la metà della massa fermenta con macerazione delle bucce.

le cinque annate di Strione 2010 – 2006

“Strione” Falanghina del Cratere Astroni Campania igt 2010

Questa falanghina sperimentale nasce nel 2006 sulle pendici del Cratere Astroni, con rese basse  e macerazione delle bucce – come abbiamo detto – per tutta la durata della fermentazione alcolica tra i 12° e i 16°. La fermentazione avviene per il 10% in tonneaux da 5 hl e per il 90% in acciaio per circa due settimane. Il vino affina sulle fecce in acciaio e legno per  nove mesi e per ulteriori sei mesi in bottiglia. L’annata 2010 non è ancora in commercio è stata imbottigliata lo scorso giugno e uscirà sul mercato a giugno 2014 dopo ulteriori  12 mesi di bottiglia. E’ dunque un vino da attendere. Si presenta di colore giallo paglierino decisamente dorato,  vivace, consistente  e cristallino (promette una buona freschezza); l’ingresso al naso è preceduto da una delicata nota balsamica, il corredo aromatico è notevole: note di frutta gialla matura (pesca e albicocca), gradevoli ricordi agrumati e leggiadra chiusura speziata. In bocca il palato deve ancora un po’ comporsi, c’è bisogno ancora di tempo per la percezione chiara della materia; il vino è fresco, di buon corpo e discretamente lungo; mineralità e sapidità fanno da tappeto a tutte le altre sensazioni gustative. Si tratta di un vino in qualche modo ‘estremo’, ‘salato’, tuttavia in misura minore rispetto alle precedenti annate dove l’intera fermentazione alcolica avveniva con macerazione sulle bucce.

il Cratere Astroni visto dalla cantina

“Strione” Falanghina del Cratere Astroni Campania igt 2009

–        L’annata 2009 non è stata proprio fortunata, addirittura Gerardo Vernazzaro voleva
saltare l’uscita. Temperature medie e piovosità più elevate rispetto alle altre annate hanno condotto alla produzione di sole 1400 bottiglie con soltanto il 50% della massa sottoposta a macerazione con le bucce durante la fermentazione. Ciò dimostra che questo vino fa parte di un progetto, è una sorta di ‘wine in progress’, si adatta alle condizioni climatiche, ogni volta con gli opportuni mutamenti in vigna e in cantina. Siamo di fronte a un dorato accattivante e brioso, buona la consistenza in roteazione. L’attacco al naso è citrino per poi passare a note ossidate e dolci di frutta gialla; il vino si distende bene in bocca con una bella freschezza, corredata dalle tipiche sapidità e mineralità derivanti dalle caratteristiche vulcaniche del suolo.

 

“Strione” Falanghina del Cratere Astroni Campania igt 2008

 

–        Annata non calda come la precedente e appena meno piovosa. All’esame visivo si presenta dorato, invitante e abbastanza consistente. Il naso promette bene con note balsamiche e sentori ossidati evoluti; l’ingresso al palato è sapido ma, convince meno rispetto alle aspettative olfattive; probabilmente quest’annata deve ancora evolvere alla ricerca di un’identità propria, pur presentando un quadro aromatico assolutamente pulito e importante.

 

–        “Strione” Falanghina del Cratere Astroni Campania igt 2007

Un colore più intrigante degli altri, quasi da passito, dorato intenso e luminoso. Al naso sentori di frutta quasi secca, con note agrumate; il tempo ha sviluppato sentori erbacei, una mineralità profonda, in salita verso toni sussurrati di idrocarburi di bianchi nordici o d’oltralpe. Siamo di fronte a un profilo più dolce e morbido ben bilanciato da freschezza e sapidità. Un palato pulito, ben definito e ancora con una qualche  possibilità di evoluzione grazie ai sali minerali e all’acidità. Notazione solo apparentemente ‘burocratica’: da quest’annata  Strione non è più DOC Campi Flegrei, bensì Igt Campania, perché in seduta di commissione per l’attribuzione della denominazione, il vino (per il suo colore oro e il corpo più strutturato) non presenterebbe i parametri caratteristici (a proposito di non omologazione per poter fregiarsi della Doc.

 

–        “Strione” Falanghina del Cratere Astroni Campi Flegrei doc 2006

Ricordo bene un freddo pomeriggio di una domenica autunnale, quando Gerardo e Manuela presentarono alla stampa, questo vino ‘estremo’, fuori dagli usuali schemi di vinificazione della falanghina, per dimostrarne la diversa potenzialità sensoriale e d’invecchiamento. Il colore, dopo sette anni, è ugualmente affascinante e allegro; il naso attacca con qualche sniffata ossidata e balsamica, poi ritornano gli originali rimandi floreali e fruttati, oggi più maturi, seguiti da una speziatura evoluta. Al palato l’ingresso è ancora fresco e sapido con chiusura decisamente varietale. Tra tutte le annate la 2010 e la 2006 sono senz’altro le più interessanti.

E’ opportuno  sottolineare la bevibilità di questo vino in tutte le annate degustate,  per collegarsi alle possibilità di abbinamento gastronomico, a piatti strutturati e non necessariamente marinari, grazie alla sua struttura e sapidità.

Gerardo Vernazzaro e Manuela Russo uniti nel lavoro e nella vita

Conclude il lungo pomeriggio “falanghinoso”, Luciano Pignataro, riaffermando il principio della riconoscibilità e definizione varietale dei vini campani e sostenendo con soddisfazione che i vini flegrei, grazie a una giovane generazione di vignaioli come Gerardo Vernazzaro e sua moglie Manuela, sono senz’altro sulla strada giusta per raggiungere quest’obiettivo, anche perché – a differenza  delle passate generazioni – queste giovani aziende (penso a Contrada Salandra, La Sibilla, Iovino, alle veterane Grotta del Sole, Agnanum e tante altre ancora) hanno imparato a camminare insieme, a non aver paura del confronto reciproco, sicura fonte di arricchimento e di crescita per l’intero areale dei Campi Flegrei.

2 commenti

  • Luca Miraglia

    (15 settembre 2013 - 15:19)

    Ancora un appuntamento che rappresenta un tassello importante a sostegno di un’innegabile realtà: i bianchi campani sono ormai sul gradino più alto del podio nazionale della tipologia, in ex-aequo con gli altoatesini, ma vantano, rispetto a questi ultimi, potenzialità di invecchiamento ben maggiori.
    Gerardo e Manuela proseguono da anni un percorso di indubbia crescita qualitativa, che origina da un mix di cultura e curiosità, e che ha posto – unitamente al lavoro di altri grandi personaggi del mondo del vino flegreo (come Raffaele Moccia) – le basi per una riconoscibilità dei loro prodotti oltre i confini della regione.
    Falanghina sì (e Gerardo conosce la mia predilezione di lunga data per il cru Strione), ma anche Piedirosso, vitigno che ormai, nei diversi areali dove viene coltivato, ha raggiunto punte di vera eccellenza.
    Bravi!

  • Luciano Pignataro

    (15 settembre 2013 - 20:00)

    Caro Luca, credo che sui bianchi secchi fermi non ci sia più da discutere: Campania e basta in Italia. Sulle punte di eccellenze ce ne sono tante ma sulla media generale complessiva non c’è partita.

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