La scommessa del Vigneto Sannio: dal fango alla smart viticulture

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La vendemmia di aglianico a Torre del Pagus (foto Giusy Rapuano)
La vendemmia di aglianico a Torre del Pagus (foto Giusy Rapuano)

di Pasquale Carlo

Il sole è tornato a splendere sulla valle del Calore e nel Vigneto Sannio è ripresa la raccolta delle uve a maturazione più tardiva. L’augurio è che questo squarcio di vendemmia possa rappresentare per la viticoltura sannita una riflessione capace di rafforzare quel senso di aggregazione che nell’autentico mondo contadino caratterizzava questo momento di ritrovo nei campi. L’augurio è che gli agricoltori – facendosi forti della voglia di rialzarsi scritta sui volti, provati ma mai sconfitti, della gente di Paupisi, di Ponte e dei tanti paesi colpiti dal disastro – trovino la forza per innescare quella rivoluzione, che è prima di tutto mentale, di cui questo territorio avverte il bisogno.
E il sole è tornato a splendere anche sulla ‘Telesina’, la strada lungo la quale coloro che attraversano questo territorio – crocevia tra il Tirreno e l’Adriatico – colgono con immediatezza i segni lasciati dalle acque del Calore e dalle pietre venute giù dal Taburno. Un territorio che non sarà più lo stesso. E che del resto già non era più lo stesso. Fango e massi mi riportano con la mente a circa 30 anni fa, quando in primavera percorrevo la valle a bordo di “animati” treni, godendomi lo spettacolo fiorito dei ciliegi che insieme alle vigne, per secoli, hanno disegnato questo paesaggio.

Le vigne distrutte dall'alluvionea
Le vigne distrutte dall’alluvione

Come le acque del fiume vanno rientrando nel loro alveo, allo stesso modo ci si augura che le scelte intensive che in questa zona segnano la coltivazione delle vigne cedano il passo ad una gestione più squisitamente agricola. Non un ritorno ad una viticoltura pauperistica, ma uno sguardo avanti, ad una viticoltura post-moderna, capace di “progettare” un paesaggio sostenibile.
«Paura – scrive Zygmunt Bauman – è il nome che diamo alla nostra incertezza, alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla». La paura e i danni non saranno veramente sconfitti con una semplice risistemazione delle vigne. Questo processo di ripresa deve ricordarci che la natura non è stata e non può essere domata e che l’uomo può renderla ancora più minacciosa. Si avverte il bisogno di una nuova catarsi, con i sanniti chiamati a riorganizzarsi dopo il danno, ad essere resilienti.

La fine di un incubo (foto Almerico Tommasiello)
La fine di un incubo (foto Almerico Tommasiello)

Si tratta di una sfida che si può, si deve vincere. Facendo forza proprio sull’esempio che il Sannio ha dato all’Italia, al Mondo intero. Un popolo fiero, mai domo, che pur trovandosi immerso nelle avversità, tra il silenzio di uno Stato distratto e impotente e le ombre di un mondo della comunicazione poco attento, riesce a fronteggiarle in modo esemplare. Come in un corso e ricorso storico il Sannio già in piedi grida che non possono esserci forche, non ci può essere giogo capace di sottomettere l’indole di questo popolo, forte di una storia millenaria ancora viva, nonostante i processi politici ed economici abbiano considerato sempre questa come una terra minore e marginale.
Si tratta di una scommessa che coinvolge soprattutto i tanti giovani che hanno deciso di ritornare alla terra, chiamati ora a dimostrare che la loro è stata una scelta consapevole che il lavoro contadino non è un mestiere semplice, né un semplice mestiere. Questi giovani devono mostrare di essere “contadini diversi”, capaci non solo di cambiare le prospettive alle aziende familiari, ma di aprire nuove visioni e possibilità. Ai giovani si affida questa terra, chiamata a supportarli in una sfida che è decisiva, a spronarli ad andare avanti nell’avviato ridisegno del rapporto tra uomo e territorio, con la consapevolezza che un buon paesaggio è valore aggiunto per la produzione enologica.

Le vigne di Castelvenere
Le vigne di Castelvenere

Da tali temi deve trarre forza anche il percorso per la candidatura di queste vigne a patrimonio dell’Unesco. Percorso avviato nell’estate 2014. Lo stesso percorso che vede impegnate, in una fase più avanzata, le Colline del Prosecco. Singolare la concomitanza: quando veniva lanciata la proposta sannita, la candidatura delle vigne di Conegliano si trovò a fare i conti con l’esondazione di un torrente che, pur non infierendo massicciamente sul territorio, provocò la morte di quattro persone. Evento tragico che sollevò un mare di polemiche contro l’invasione delle vigne del Prosecco Shire ai danni di alberi e bosco. Ovviamente non è questo il teatro economico che caratterizza il Sannio, ben diverso da quello dell’area del Prosecco, dove il valore delle vigne supera di gran lunga anche quello dei terreni industriali. Qui la medaglia è rovesciata e questa terra ancora oggi, nonostante la fine peccaminosa del sogno industriale, deve difendersi dall’invasione di improduttive e scellerate aree Pip.
In quest’ottica, anche il lavoro per l’Unesco potrà rappresentare un sostegno alla rivoluzione di cui parliamo. Un lavoro che deve essere condotto con serietà e impegno, non solo per recuperare parte del gap che separa il Sannio dai distretti vitivinicoli più noti d’Italia. Un divario che si esprime soprattutto in termini di conoscenza e di studi. Infatti, se Conegliano può vantare la fondazione della prima Scuola enologica d’Italia (1876) e del primo Istituto sperimentale per la viticoltura (1923), il territorio del Calore ha visto avviare un prima scuola agraria ad indirizzo viticoltura ed enologia soltanto con l’anno scolastico 2011/2012. Un gap che negli ultimi anni stanno tentando di accorciare anche le tante iniziative messe in campo dall’Università del Sannio, dal Gal, dal Consorzio Tutela Vini e dai Comuni a forte vocazione viticola, con l’esempio pioneristico di Castelvenere, che nel 2013 si è aggiudicato il premio per il miglior Piano regolatore delle Città del Vino, grazie ad una progettazione capace di riconoscere il valore del sistema vigneto e la sua intrinseca fragilità.

La rinascita del Vigneto Sannio
La rinascita del Vigneto Sannio

Ora è il tempo di iniziare ad attuare sul territorio quanto documentato sulla carta, di trasformare le indagini in strumenti capaci di accompagnare il passaggio da un’agricoltura “generalizzata” ad una “sito – specifica”. Bisogna partire dalla consapevolezza che una buona e sana produzione alla vendemmia deve essere il frutto di un lavoro che mette al centro quell’insieme di fattori naturali e interventi antropici chiamato “vigneto”. E’ questo il principio della viticoltura di precisione, che mira ad intervenire solo dove e quando serve, nel modo più opportuno. La smart viticulture dovrebbe essere supporto fondamentale per agire sul campo trasformando il Sannio in uno Smart Land, vale a dire un contesto territoriale nel quale attuare politiche diffuse e condivise, capaci di incrementarne competitività e attrattività.

La cooperazione e il sogno che regge (foto Cantina di Solopaca)
La cooperazione e il sogno che regge (foto Cantina di Solopaca)

I sanniti, dopo aver ripulito le vigne, dovranno trasformare le capacità di governo locale, ridefinirle per governare i rischi e cogliere le opportunità. Questa la scommessa di un territorio che il fango ha solo messo in ginocchio. Scommessa che si può vincere perché il Vigneto Sannio è territorio unico per fattore pedoclimatico e cultura viticola, per fascino della storia e forza della cooperazione. Quella cooperazione che tiene insieme oltre duemila viticoltori in tre strutture cooperativistiche, a cui si affiancano anche diverse cooperative più piccole. Un processo che può e va aiutato dall’alto, ma che dovrà trovare la sua vitalità dalle radici, dal rafforzamento della coesione sociale.

 

Un commento

  • Antonio Di Mauro

    (29 ottobre 2015 - 18:32)

    Bellissimo articolo: appassionato, lucido e visionario (nel senso migliore del termine). Un territorio che conosco poco e solo dai testi, ricco di storia e vita. La Natura, in senso lato, non si può e non di deve arginare né costringere in nessun modo. Io vivo a Catania ed ho subito il terremoto del ’90 quando investì terribilmente il mio paese di origine, Carlentini SR, e le varie eruzioni della “Montagna” Etna, come la chiamiamo qui. Credo che dalle calamità naturali di esca più forti e temprati. La Gente del Sannio ha nel DNA i geni di quel Popolo che l’ha preceduto. In bocca al lupo!

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