La Sicilia conquista le Dolomiti

Letture: 82

15 settembre 2001

L’Italia del vino per fronteggiare californiani, cileni e australiani schiera i siciliani in prima fila. A suonare la carica il grande enologo (odia il termine winemaker) Giacomo Tachis, uno dei principali artefici della rinascita di Bacco nel nostro paese, che ha deciso di dedicarsi anima e corpo alle isole. Così il Nero d’Avola, il tipico vitigno della Trinacria, ha avuto in lui a Vinovip, la manifestazione organizzata a Cortina d’Ampezzo dal direttore di Civiltà del Bere Pino Khail, un presentatore d’eccezione. Le otto etichette in degustazione, hanno confermato una verità semplice: messa alle spalle l’epoca del vino da taglio, i siciliani si confermano al vertice nei rossi. Non a caso, da Zonin al Gruppo Italiano Vini, all’Ilva di Saronno (che ha acquistato la Duca di Salaparuta) aumenta il numero delle grandi aziende del Nord che hanno scelto di investire qui. Gli spazi, la tradizione, il clima e il terreno consentono di sperimentare senza vincoli vitigni autoctoni e internazionali come lo Shiraz, il Pinot Nero, il Cabernet Sauvignon e lo Chardonnay con risultati strepitosi. Otto i vini presentati: il Sàgana di Diego Cusumano(Partinico), il Duca di Castelmonte di Carlo Pellegrino(Marsala), il Nuhar delle Tenute Rapitalà(Camporeale), il Rosso del Conte del Conte Tasca d’Almerita(Vallelunga), il Mille e Una Notte di Donnafugata(Marsala), il Duca Enrico della Casa Duca di Salaparuta(Casteldaccia) l’Harmonium di Firriato(Paceco) e il Santa Cecilia di Planeta (Menfi). Quasi tutti Nero d’Avola in purezza, ad eccezione di Donnafugata e Tasca d’Almerita che hanno inserito il Perricone, altro vitigno autoctono e di Rapitalà che ha inserito un 30% di Pinot Nero. E abbiamo bevuto la parte occidentale dell’isola. Perché questa escursione? Rispondiamo con Goethe: «L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito. Soltanto qui è la chiave di tutto».