L’Aglianico Stupor Mundi

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Molti enologi fanno vini uguali dalla Val d’Aosta alla Sicilia, alcuni riescono invece a farne diversi in un piccolo fazzoletto di terra. Qual è il Vulture, ad esempio, dove la poliedricità di Sergio Paternoster non finisce mai di stupire: da Titolo all’azienda di famiglia sono davvero innumerevoli le aziende e i cru lanciati anno dopo anno dove il prodotto cresce in modo inversamente proporzionale alla capacità dei produttori di stare insieme. Ad Aglianica, ad esempio, la manifestazione più significativa dell’intera regione nella quale, si è appena chiusa la decima edizione, ogni anno arrivano migliaia di persone appassionate, c’erano gli stand di solo sedici delle sessanta e passa lucane aziende. Un peccato non comprendere come convenga, anche economicamente, creare movimento virtuoso vicino alla propria cantina invece di rincorrere i mercati di mezzo mondo. Non sarà un caso se questa è l’unica doc in Italia, dico in Italia, dove ci sono due consorzi invece di uno! Purtroppo, sul piano dell’associazionismo, il panorama meridionale, eccezion fatta per la Sicilia è decisamente desolante, arriverei a dire che non esistono isole felici, ma solo tentativi abortiti: c’è poco da fare, il ritardo è mentale. Ci consoliamo allora con belle storie individuali, come quella dei fratelli Luca e Sara Carbone, lei rientrata da Pordenone, ai quali l’eredità di antichi vigneti di famiglia piantati nel 1974 tra la splendida Melfi e Ripacandida ha fatto venire la voglia di valorizzare l’aglianico vinificandolo in proprio. Nelle degustazioni coperte per la guida dei Vini Buoni d’Italia entrambi i rossi presentati, il Terra dei Fuochi e lo Stupor Mundi, hanno fatto letteralmente scintille guadagnando punteggi tali da portarli alla soglia della finale. Noi parliamo del top aziendale, lo Stupor 2005 Aglianico del Vulture doc in volo a quota 14,5 di alcol ottimamente in equilibrio con i tannini ben risolti, la stupefacente freschezza di una annata molto difficile, il giusto rapporto tra la frutta immediatamente evidente e il legno capace di regalare spezie, note balsamiche, note gentili di caffé e un po’ di liquirizia. Ma, aldilà di queste note da specialisti, faremo bene a sottolineare il bicchiere capace di far fronte adeguatamente ai pecorini di Filiano e di Forenza come al canestrato di Moliterno e al caciocavallo podolico stagionato. Solo formaggi? Nooo. Ecco, davvero, un rosso da abbinare a selvaggina quale può essere un cinghialotto in umido impallinato nei boschi di Monticchio. Da comprare e aprire, con comodo, tra una decina di inverni, se mai torneranno le stagioni fredde.