Le famiglie del vino: Pietratorcia

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E’ stato sindaco a Forio, presidente della Provincia di Napoli, assessore regionale ai Trasporti («Ho creato le vie del mare»), europarlamentare. Insomma, un potente della Prima Repubblica, esponente di spicco del Partito socialista e della corrente allora guidata da Giulio Di Donato. Ma quando veniva il tempo della vendemmia non c’era impegno politico che poteva distogliere Franco Iacono: staccava i fili e si arrampicava con gusto con il padre Vito tra i vigneti di Biancolella, Per ‘e Palummo, Guarnaccia. «Non ho mai dimenticato le radici – dice Franco – e quando è arrivata la bufera Tangentopoli, su cui adesso finalmente comincia a maturare un giudizio più sereno, ho capito che una fase politica era chiusa per sempre. Ora – aggiunge schernendosi – sono tornato contadino e ne sono fiero». Contadino? Sì, ma di razza. È lui ad ispirare la nascita di una azienda moderna, in grado non solo di produrre vini per gli alberghi dell’isola, ma soprattutto di competere a livello nazionale e ottenere più che lusinghieri riconoscimenti dalle guide e dalla stampa specializzata. Tanto per fare un esempio, l’Arcigola-Gambero Rosso assegna quest’anno due bicchieri ai due Riserva, il bianco e il rosso ’97. I figli Vito (amministratore delegato) e Ambrogio (l’enologo che si è fatto le ossa a San Michele all’Adige), e poi i fratelli Vito, Pietro e Raffaele Verde, Marianna Verde, Antonella Regine, fondano così Terra Mia, una srl che può utilizzare i fondi previsti dalla legge 44, quella sulla imprenditorialità giovanile. La prima vendemmia, nel ’95, fu lavorata in Trentino. Anno dopo anno, sette ettari di vigneto vengono reimpiantati, la cantina ristrutturata secondo precisi parametri di qualità estetica, si costruisce una monorotaia tra i vigneti più inaccessibili, quelli che prima si raggiungevano solo a piedi o a dorso dei muli.

E la cantina in legno a ridosso delle viti diventa un punto qualificato di degustazione per il cliente come per il turista. Nascono così il Tifeo rosso, i cru Vigne di Chignole, Vigne del Cuotto, Vigne di Ianno Piro, le due riserve e, infine, il Meditatio un vendemmia matura di Biancolella, Forastera, Uva Rilla, San Leonardo e Malvasia di Candia Aromatica. Nomi reali, come Pietratorcia, il marchio dell’azienda: si tratta di una grande e pesante pietra di tufo verde, con un foro in alto e due laterali, utilizzata per secoli dai contadini di Ischia come peso nella spremitura delle uve dopo quella fatta con i piedi. Sacrifici, sforzi. Qualche amarezza. «C’è chi è rimasto amico nonostante non fossi più un esponente pubblico ma anche – dice Franco – chi si è negato al telefono o, peggio, non ha mantenuto gli impegni. Questa è la vita, non c’è nulla da fare». «La scommessa è in corso – dice Vito Verde, presidente della società – ma la nostra esperienza è la conferma di quanto sta accadendo in Campania e in Italia: solo la qualità ha mercato. Per il vino d’Ischia non c’è altro futuro se non migliorare ancora per presentarsi competitivo in enoteca e al ristorante».
Il Mattino, dicembre 1999