Le mie visite Slow Wine: Laluce e Musto Carmelitano

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Michele Laluce - la vigna dalla strada foto m.p.
Torno a calpestare il suolo vulturino per la Guida Slow Wine. Mentre sono in fase di conclusione in tutta Italia le operazioni di visita in azienda per l’edizione 2012, la Lucania mi accoglie in questa primavera scapestrata che vede le vigne in lieve ritardo per incontrare, questa volta, due piccole aziende che propongono qualità e vini di grande personalità sulla base solida di radicate tradizioni contadine.
io con Michele Laluce nelle sue vigne a Ginestra
Michele Laluce a partire da terreni di famiglia, con alcuni acquisti fatti da lui personalmente, ha messo insieme a Ginestra 30 ettari, dei quali 6,5 vitati. E’ l’aglianico il protagonista assoluto, mentre il Moscato occupa solo mezzo ettaro. Michele è un uomo riservato ma con il senso dell’accoglienza. Fa tutto da sè: la vigna e, ormai, anche la cantina visto essendo divenuti saltuari gli interventi di Sergio Paternoster. I suoi vini sono come lui: ruvidi, semplici ma gentili a modo loro. Li connota un timbro nero, taccaccoso e di terra, di terra vulcanica.
La cantina è poco fuori del centro di Ginestra, sulla strada per la bella Venosa che con il suo centro di case intonacate di bianco, il suo castello e i  baretti che occupano la piazza è un luogo incantevole per una pausa dai giri in campagna.
aglianico che si appresta appena alla fioritura foto m.p.
Le vigne circondano la cantina ampliata nel 2005 e dotata di una sala degustazione molto accogliente e arredata con gusto. Gli impianti hanno circa quindici anni e sono a controspalliera con potatura a guyot. Quel pò di cordone speronato che rimaneva è andato via. Il progetto di Michele è concentrarsi sull’aglianico, con Sadatt, Zimberno e Le Drude, per questo ha deciso di non produrre più i pur interessanti spumanti che ha fatto finora a base aglianico e moscato.
i vini di Michele Laluce degustati foto monica piscitelli

Resta invece il Morbino Bianco 2010 (moscato 60% e malvasia), fermo, ricco nel suo profilo di pera matura, fiori di ginestra. Morbido, quasi dolce, il suo ingresso carezzevole mentre il finale è sapido e gradevolmente amaro.
Zimberno, dal nome di un fiumiciattolo nei pressi della cantina ormai quasi sempre asciutto anche d’inverno, costituisce il pezzo forte della azienda, quello che la rappresenta maggiormente anche in termine di numeri. L’annata 2007, che provo in anteprima, è ricchissima: frutta polposa, ricordi di fumo e tabacco. Lunghezza e tannino tenace, ma fine, sono i suoi pregi. La 2008, che è ancora nei serbatoi e nel legno grande in attesa dell’assemblaggio, è ancora più interessante, un cavallo su cui scommettere sin da ora: equilibrato, profondo, elegante e ancora più ricco essendo il figlio di un’annata felice.
Sadatt 2009, è un vino “da sfondamento” del mercato: varietale, di bella stoffa e incredibilmente vantaggioso nel prezzo per come è costruito. A circa 8 euro è un gran bel bere.

Elisabetta Musto Carmelitano tra papà Francesco e Luigi, il fratello foto m.p.
Elisabetta Musto Carmelitano, con i suoi trent’anni fa invidia alle sagge di Maschito, paese al centro del quale sorge la sua piccola cantina che fa vini che meritatamente si stanno guadagnando consensi. La casa della famiglia è tutt’uno con quello che chiama il laboratorio nel quale nascono i vini, mentre i vigneti sono disposti tutti nel raggio di un paio di chilometri in quattro corpi.
il grano si contende i terreni con la vite e gli ulivi foto m.p.

Li ha messi insieme lei convincendo la nonna, lo zio e tutta la famiglia della bontà di un progetto che nel vino, invero, li vedevano già da generazioni, ma sul fronte dello sfuso. Papà Francesco Carmelitano lavora duro in vigna mentre il fratello Luigi, che in vigna ci sa fare pure lui, divide con lei tutti gli altri impegni. E’ una famiglia di agricoltori, quella dei Musto e dei Carmelitano  e la nostra amazzone vulturina, Elisabetta, è una loro solare e determinata esponente. Visto che il mercato dei cereali cui si sono sempre dedicati è in permanente discesa, e visto che lei nel vino sta da ragazzina, sogna di far spazio alle vigne appena gli investimenti necessari saranno possibili.

a Pian del Moro, Francesco mostra una pianta di Aglianico tra le più vecchie foto m.p.

I tre ettari attuali, distribuiti tra Piano del Moro, con le vigne che arrivano a 90 anni, Serra del Prete e Vigne Vernavà non sono più sufficienti ad alimentare il progetto dei vini di Musto Carmelitano in ascesa, progetto che è accompagnato dal consueto fare rispettoso e gentile dell’ enologo campano Fortunato Sebastiano.
Mentre lui tira fuori dalla vigna i sentori di incenso e scorsa d’arancia che accendono lo strepitoso Serra del Prete 2008, vino Slow, lei dice la sua su tutto e impara alla svelta i segreti del vino. Ne parla con competenza e progetta un futuro popolato anche di ulivi, oltre che di viti.

i vini di Musto Carmelitano foto m.p.
Il Maschitano Rosso è troppo buono per essere quel che è e finisce per far concorrenza sleale ai suoi fratelli maggiori dei quali ha le identiche cure. Per questo Elisabetta sta pensando di destinarne le sue uve alla produzione di punta che ha bisogno di crescere. Resta, nella gamma aziendale, il rosato con lo stesso nome, vino che ha tutti i connotati al naso del vitigno ma che in bocca pecca un filo nell’acidità, viaggiando, per di più, sui 14 gradi d’alcol. E’, tuttavia,  con i suoi 7 euro, da bere a tutto pasto nel millesimo 2010.
Convince del tutto il Maschitano bianco 2010, moscato in purezza, che con i suoi sentori di pera acerba, di foglia di fico e la sua acidità gradevolissima, bilanciata da un corpo adeguato e tutta la saporosa ricchezza minerale espressa dal territorio, è davvero godibilissimo. Il millesimo 2009, segna il sorpasso del Pian del Moro sul Serra del Prete. Il primo trova nell’annata più magra una spinta nuova. Il legno è ben integrato e il frutto delle vigne più vecchie, che già di per sè si esprimono con inusitata concentrazione, è polposo. Le note di sigaro, salmastre e di incenso, unite a un tannino vellutato e di gran stoffa, fanno del Pian del Moro un vino godibile sin d’ora e da tenere gelosamente nella propria cantina. Serra del Prete che nel millesimo 2008 ha conquistato con inusitata eleganza, al contrario, è ancora un pò crudo, nella sua versione 2009, rispecchiando l’annata di cui è figlio: ha freschezza da vendere, la consueta sapidità ma minore intensità.
la vigna a Pian del Moro foto m.p.

Un commento

  • giulia

    (7 giugno 2011 - 10:44)

    grandissimo Michele il vignaiolo brigante, lui, il suo vino, la sua terra uniti come una cosa sola

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