L’Ispettore Michelin / Avarizia

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Philipponnat Grand Blanc Brut
Philipponnat Grand Blanc Brut

di Fabrizio Scarpato

Gli occhi. Sono gli occhi, quelli che non riesci a dimenticare. Quelli di Ingrid sono grandi e blu, e mi balenavano nell’oscurità come fari in autostrada, fino a rimbambirmi di stupore, e malcelato invaghimento. E poi quel gesto composto e discreto, eppure così gentile, premuroso. Mi sono ritrovato a pensare al suo rossore e ai suoi capelli ricci, tanto che a un certo punto mi era sembrato di conoscerla, quantomeno di averla già incontrata. «Starnazzamenti da vecchio scarpone, Michelin: ”ma dove ci siamo incontrati?”, bagaglio della peggior specie di marpione, al limite del patetico». Era la pallina da spiaggia con la figurina di Chabal, che ancora avevo con me, che, strattonandomi, mi riportava alla dura realtà. E all’improvviso il lampo di lei nell’atrio dell’Auditorium, ieri mattina, mentre confabulava con un’altra ragazza giocherellando con un blocchetto di post-it arancioni, sovrapposto a un’immagine che certamente avevo sognato, non so quando, durante la lunga notte del buio.

Passeggiavo su un molo in riva al mare ghiacciato, quando una foca mi si spancia davanti dopo aver spiccato un balzo oltre la banchina. Chissà da dove, esce fuori un pallone a spicchi colorati e quella comincia a giocare, palleggiando sul naso e tocchettando di coda, bullandosi della propria abilità. D’un tratto mi lancia il pallone: la cosa non mi divertiva affatto, perché in qualche modo mi faceva sentire costretto a partecipare al gioco, e io detesto giocare. Faccio per rinviarle il pallone con un calcetto stanco e svogliato, perché potesse capire che non era aria, ma non ci riesco, il pallone è troppo pesante. Non mi rassegno e prendo il pallone tra le mani e nemmeno lo smuovo. Lo spingo con tutte le forze incazzato nero, impreco a tutti i palloni del mondo, ma quello non ne vuole sapere. Non mi riesce di restituire il pallone. La foca mi guarda impettita e sembra ridere di me, poi il sorriso si trasforma in una piega di disgusto, finché una ragazza non prende il pallone e con grande facilità e leggerezza glielo lancia. La foca riprende a giocare e inizia a scambiarsi il pallone con la ragazza, la quale a un certo punto estrae da qualche parte un pesce e glielo porge con fare gentile. Era Ingrid, ora lo so, ma il fatto è che la foca il pesce non lo afferra, anzi dà un morso al pallone che si affloscia e si rituffa nel buco di ghiaccio subito sotto la banchina.

Fika
Fika

Hello, c’è qualcuno qui dentro? Fammi un cenno se mi senti. Coraggio, che posso alleviarti il dolore. 

Mi lascio andare in stato stuporoso al colloquio tra Waters e Gilmour in Comfortably Numb: sono diventato piacevolmente insensibile, forse lo sono sempre stato, ma qui, oggi, è il piacevolmente la novità. Cosa ci sto a fare in un posto simile? Invece di scappare mi lascio abbindolare da questo buio che fa il mio gioco, consentendomi di continuare a nascondermi dietro gli angoli, negli anfratti della mia esistenza. Hello, c’è qualcuno in questa casa? Forse. L’oscurità consente il disimpegno, permette di chiudere la porta in faccia al mondo e mettersi sotto una coperta ad ascoltare questa musica che incede inesorabile. Ma non ti senti in colpa, il buio è avaro, il tuo cuore è secco, ma tu aspetti l’assolo di chitarra più bello del mondo perché sai che il tuo dolore sarà più lieve. Comfortably numb.

Purtroppo qualche scassapalle bussa e scampanella alla porta. Non è nemmeno possibile incazzarsi, dato che non ho la benché minima idea di che ora siano: non mi sono accorto dell’alba di mezzogiorno e ormai è di nuovo notte.«Fika?». E’ Krippnick, esuberante e insopportabile. Non capisco cosa cazzo vuole, dopotutto sono un francese paracadutato in capo al mondo, e lui se la ride: «Caffè, caffè!». Buona idea, da queste parti sembra siano sempre dietro alla fika, sarebbe a dire che si prendono parecchie pause caffè: ne bevono litri, forse per tenersi svegli, date le circostanze atmosferiche. Kripp annuisce e mi arremba due pacche sulla spalla da stordire un alce: «Fika, fika!» e ride divertito. Chissà perché ma ho come la sensazione che mi stia prendendo per il culo.

Seduti alla caffetteria della Kulturens Hus, ho capito che a Luleå c’è il mare. Al buio, ma è mare. E la cosa mi ha messo di buonumore, quasi quanto il caffè con incantevoli paste chignon alla cannella, qualche dammsugare con pasta di mandorle, cacao e nocciole e gli immancabili sette pasticcini, sju sorters kakor. Kripp si era assentato un momento con dei giornalisti, o forse sarebbe stato meglio definirli il suo ufficio stampa, tanto erano servizievoli e accondiscendenti. Lui non perdeva occasione di elogiarli, non tanto per ruffianeria, quanto piuttosto per esercitare ciò che gli riusciva meglio: il potere, vale a dire quella certa convinzione, nei modi e nei gesti, di poter far finta di amare solo le persone che ti possono servire. Poi torna al tavolo con uno di loro, un tipo con le New Balance di Jobs, una felpa grigia con cappuccio alla Zuckerberg e uno smartphone nella mano che non induceva a una considerazione benevola, diciamo. «E voi? Ancora a prendere il caffè al tavolino, stile anni sessanta? Maddai, non se ne può più dei sette pasticcini… e i dammsugare hanno sfinito da un pezzo… questo posto, poi, non è nemmeno tra i primi dieci in classifica… Il caffè si prende in piedi, spiluccando alghe disidratate e caramellate. Basta con la fika!». Ci sono momenti, attimi, in cui anche persone che non si conoscono così bene, trovano un inatteso, imprevisto punto di convergenza emotiva: fu così che io e Kripp ci guardammo una frazione di secondo e immediatamente, all’unisono, sbottammo sillabando: «Mavaffanculo!» sputacchiando pezzetti di nocciole, ché avevamo la bocca strapiena di pasticcini.

«Michelin, è ora di mangiare qualcosa come si deve: ho prenotato nel miglior ristorante della città, vedrà le piacerà, perché ha buon gusto, altrimenti che francese sarebbe».«Bene, andiamo. Che ore sono?». «No, io non vengo» disse irrigidendosi un po’ «il ristorante è mio, il cuoco è un mio allievo e… mi capisce, non voglio interferire, né stare al centro dell’attenzione, tanto meno dispensare giudizi, specie se favorevoli. Bisogna strigliarli questi giovani…» e rise, un po’ cavallino. Scusa non richiesta… come cavolo si dice? Stronzo, e pure falso: magari al ragazzo avrebbe fatto piacere, ma soprattutto cosa c’entri tu. Era lui la foca, il giocoliere, il clown al centro dell’attenzione, così supponente e misero da non sopportare nemmeno che qualcuno potesse richiedergli un cenno di umanità, perché temeva si sarebbe mostrato debole, bisognoso d’affetto, alla fine compromesso. E non stava bene. Ritornasse nel suo buco ghiacciato. «Ci sentiamo, vada tranquillo, ci sarà modo di cenare insieme. Anche molto presto, mi creda».

Il Fiskaren Katt è sulla Storgatan, la via principale della città. Non so perché ma mi sono sentito subito a mio agio. Con imprevista sollecitudine mi avevano riservato un tavolo centrale, quello in cui mi riesce più facile passare inosservato. Prima un Merluzzo, ostrica, limone e cavolo cappuccio, poi Renna, foglie di cavolo, mirtilli e panna: il ragazzo era bravo, sapeva cucinare in modo succulento senza rinunciare all’essenzialità. Confortevole, senza mostrare i muscoli, non tanto per fragilità, quanto per intrinseca eleganza e finezza. Una bottiglia di Philipponnat Grand Blanc Brut sembrava essersi trovata lì per caso, ma al posto giusto, col suo bagaglio di agrumi, la spuma ritrosa e una certa vena narcisista, la sicurezza di chi gioca sui tempi lunghi, perché in fondo, come dicono, c’è sempre tempo. Prospettive, attese, indolenza, claustrofobia relazionale: è finita che mi son girato di camemberts, sia perché non riesco a guardare oltre il mio naso (che già sarebbe un’impresa…), sia perché non mi viene, proprio dal profondo del fegato, di scambiare parole di circostanza. Era un giramento centripeto, di quelli che alla fine somatizzi, in una sindrome malmostosa da sovraesposizione onanistica. Tutto appare scontato se, nel momento in cui entrano in gioco le buone maniere, per non dire i sentimenti, mostri il braccino corto. Non meno carogna di Kripp, in fondo. Nonostante tutto Magnus, questo il nome del cuoco, mi ha gentilmente invitato per una cena, venerdì, col Maestro. Non avevo voglia nemmeno di notare quanto tutto questo somigliasse a una commedia già scritta, in cui io ero il comico dal naso grande, smarrito e triste, complice e testimone.

A casa, la puntina scende proprio sull’attacco dell’assolo di chitarra più bello del mondo. Mi sdraio sulla pelle d’orso, di nome e di fatto. Confortevolmente insensibile.

Foca
Foca

Mercoledì

Pink Floyd, Comfortably Numb, 1979

Philipponnat, Grand Blanc, Blanc de Blancs, 2007

 

I piatti citati fanno parte del menu del bistrot Speceriet (costola del Gastrologik), Stoccolma