L’Ispettore Michelin e la trasparenza dello zodiaco

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I Cavalieri dello Zodiaco

di Fabrizio Scarpato

Ah! Michelin, se avessi vent’anni di meno…

Babette esagera, ma sembra che il trasloco del mio uffico allo Chat qui Peche le abbia fatto bene, quantomeno l’ha ringalluzzita. Anche l’altra mattina, quando le ho detto che mi sarei incontrato con una giornalista, mi ha squadrato da capo a piedi, mi ha sorriso accarezzandomi e sussurrando parole d’approvazione, e se ne è andata sacramentando sulla sua età. In realtà non mi è mai interessato granché del come vestirmi e del come apparire, in più la vacanza forzata e i primi caldi di stagione mi consentono di fregarmene ulteriormente e indossare quel che capita: così quella mattina avevo un paio di pantaloni abbondanti coi tasconi laterali, delle vecchie Adidas ai piedi, una giacca di lino che non stiravo da anni e la maglietta che mi ha regalato Mariana, quelle per turisti, nera, con scritto I Love NY con un cuore rosso grande così. Sarà stato quest’ ultimo particolare che ha irritato la piccola Babette.

Mi vesto con quello che trovo anche perché a casa finirei per darmi il veleno, tanto da uscire appena posso. Nessun quindici di rugby è mai venuto ad arare coi tacchetti il parquet e i centrini, che son rimasti lì, nonostante i buoni propositi; i superiori poi mi hanno privato della quiete della cella numero uno e con mia madre, dopo settimane di cure, l’insofferenza è diventata legittimamente reciproca. Scappo quindi al bistrot. Ultimamente mi sono inventato il torneo di Kir che ammetto mi ha preso molto: scontri durissimi tra diverse varianti di Kir, giudizio insindacabile del giudice unico che sarei io, e gara molto impegnativa, tanto da richiedere spesso tempi supplementari.

Kir

Il giorno dell’appuntamento con quella giornalista, avevo in programma le semifinali, un avvincente scontro tra Kir Royal, testa di serie numero uno, e Kir Imperial nella parte alta del tabellone, e un derby durissimo tra Kir Normand, testa di serie numero due, e Kir Breton nella parte bassa. Mi ero appena fatto un caffè quando lei si avvicinò: ah, la giornalista… no blogger, rispose. E lo disse col tono di chi vorrebbe si evitasse di confondere fischi per fiaschi: modestamente, non so se rendo l’idea. Al che la considerazione che mi venne spontanea fu: ma chi cazzo sei, ma abbozzai senza dire niente.

I Love New York

Per rompere il ghiaccio le chiesi se voleva partecipare alla semifinale tra Kir Royal e Kir Imperial, il suo parere sarebbe stato certamente utile e autorevole: misi su la peggior faccia da culo possibile e con la medesima espressione chiamai Babette per ordinare. “Per me un French Mojito, per favore”. Girai la testa all’indietro per mascherare il disappunto e la preoccupazione, così che vidi che anche Chabal s’era sporto dall’angolo in cui era appeso e mi guardava tra l’ammirato e il divertito, grattandosi il barbone come a dire “e adesso sono cavoli tuoi”. “ Con le fragole o senza?” Ci girammo di scatto verso Babette, non credendo alle nostre orecchie, “ Con fragole, grazie” fu la risposta, che tradiva una sorta di complicità femminile ovviamente tutta ai miei danni. Vogliamo cominciare? E lo dissi un attimo, ma solo un attimo, spazientito.

“Lei crede all’oroscopo?” Esitai come per prender fiato. “Ecco, nemmeno io. Però credo ai segni zodiacali e all’influenza degli astri sul nostro carattere, sulle nostre scelte”. Mi ero accorto distintamente che Chabal rideva trattenendosi a stento, e io stesso avrei preferito essere in un altro posto, tanto più che avevo davanti due bicchieri di Kir che stavano inesorabilmente scaldandosi, evaporando come il mio debole entusiasmo. Non mi ero sentito così spaesato nemmeno quando una tipa mi aveva domandato, per via del naufragio e della zuppa di astice, se io preferissi la cucina tradizionale o quella molecolare: ora, della cucina si può anche discutere, ma dei segni zodiacali potrei comodamente riempire i cessi. “Perché vede, lei è un Acquario e perciò intraprendente, creativo, preciso sino all’ossessione, diciamo anche abbastanza noioso, ma al tempo stesso disordinato per convinzione, fragile, insicuro, sensibile ed egoista, solitario al limite del menefreghismo. Ecco, insomma, io continuo a chiedermi perché lei quel giorno decise di attraversare la Chaussée de Sein: certamente non per andare a mangiare un astice agli ortaggi. Troppo banale. Non so come dire, ma forse lei voleva morire. Ecco l’ho detto, mi scusi”.

Chrysanthemum

Un italiano che scrive abbastanza bene, parla meglio e stranamente capisce di rugby, da qualche parte ha raccontato che tu puoi fissare un chiodo al muro con ogni premura, ma quando decide di cedere, quello cede: e il quadro cade, senza avvertire. “Forse lei voleva morire” vrrammm… senza avvertire. Anche il fracasso alle mie spalle significava che il chiodo che reggeva la gigantografia aveva improvvisamente ceduto, insomma che Chabal, alle parole della tipa, era fragorosamente stramazzato per terra. Io la guardavo: non era bella, ma aveva un viso armonioso, risultanza di tante piccole imperfezioni. Aveva invece capelli bellissimi, raccolti in una treccia che le cadeva sulla spalla. La spostava spesso con un gesto automatico: l’aveva fatto molte volte mentre sorbiva il suo Mojito, in particolare quando con le dita prendeva una fragola da portare alla bocca.

Come per riemergere dal silenzio imbarazzante che s’era creato, chiese se poteva farmi qualche foto: imbracciò un aggeggio digitale di quelli sofisticati, trattandolo in punta di dita, con invidiabile naturalezza e maestrìa. Nel farlo arrotolò la manica sinistra della camicetta scoprendo un tatuaggio, fitto e lucente: tra segni, disegni e sfondi esotici spiccava un tralcio di fiori rossi che dal polso saliva lungo l’avambraccio fino ad innestarsi, appena sotto il gomito, in un grande, lucido e coloratissimo crisantemo.

Inutile dire che la semifinale tra Kir Royal e Kir Imperial era sospesa per impraticabillità del campo e rinviata a data da destinarsi.