“Lunga vita” al Fiano di Clelia Romano

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i Fiano di Clelia Romano in degustazione

Due report per una verticale che è stato l’evento clou del vino in Irpinia organizzato in collaborazionecon Ais Avellino non guastano proprio. Abbiamo avuto il piacere di avere come relatore Franco De Luca dell’Ais Campania e da lui riceviamo e volentieri pubblichiano le sue impressione di una serata che ci ha davvero emozionato.

di Franco De Luca*

Molti, come me, nel corso della propria vita di degustatore avranno avuto modo di assaggiare e di apprezzare le diverse annate che sono state presentate nella verticale storica di Clelia Romano, tenuta presso l’Hotel De La Ville di Avellino lo scorso 21 novembre. Ma non so quanti, come me, hanno avuto poi la fortuna di ritrovarseli davanti tutti insieme, contemporaneamente. L’esperienza è stata unica ed ha permesso di valutare la straordinaria capacità che ha questo vino di reggere il tempo. In particolare voglio evidenziare due diversi aspetti.

Il primo è lalentezza” evolutiva. Comunque si scegliesse, nella sequenza, una coppia contigua, le differenze organolettiche apparivano davvero irrisorie. I vini erano assai simili, sia alla vista che all’olfatto e al gusto. Unica eccezione la 2007 che presentava un netto calo di acidità dovuto probabilmente ad un’annata precoce, caratterizzata da un caldo eccessivo che ha favorito soprattutto i rossi.

Per tutti gli altri il “passo evolutivo” era talmente ridotto da riportare alla mente le verticali dei grandi vini strutturati. Un vino bianco, dunque, che non solo migliora nel tempo, come ormai vediamo sempre più spesso accadere a diverse etichette nella nostra fortunata regione, ma che lo fa con una tale lentezza da lasciare immaginare un periodo di maturità davvero molto esteso.

Con Franco De Luca (Foto Ais Avellino-Annito Abbate)

L’altra cosa che mi ha colpito è stata lacoerenza” evolutiva. Nei tre esami tutto si muoveva in perfetta armonia.

Il colore evolveva dal paglierino al dorato molto gradualmente, in una trasformazione che in fisica si definirebbe “quasistatica”.

Al naso si procedeva con altrettanta gradualità. In particolare le annate 2012 e 2011 presentavano la fragranza dei bianchi giovani:  fiori bianchi, qualche nota di tiglio, un erbaceo verde e frutta a polpa bianca. Procedendo nelle annate 2010  e 2009 compariva una nota di arachide e di noce, mentre i fiori evolvevano verso la ginestra e il fruttato si caratterizzava di una maggiore maturazione, ed anche l’erbaceo appariva sempre meno verde. Nella 2008 si aggiungeva a questo patrimonio già ricco, la tostatura della nocciola; ora, sono consapevole di quanto questo particolare “elemento olfattivo” divida l’opinione pubblica ma non potrei dire una cosa diversa da quella che ho sentito, mai così nettamente. Ma al di là della bistrattata nocciola, è proprio in questa annata che ho riscontrato una perfetta coesione dell’affumicato, del tostato e della mineralità che evocava alcuni grandi Sancerre. Nelle annate successive l’olfatto lasciava intravedere i primi segni dell’azione dell’ossigeno che tuttavia non ledeva in alcun modo la complessità e l’eleganza ma che anzi conferiva quella famosa nobiltà (per rubare le parole ad un amico) ad un bouquet ancora esaltante e raffinato.

Al gusto, la forza della freschezza, all’inizio predominante, col passare delle annate si fondeva con la sapidità fino a giungere, in quelle che ritengo le annate migliori (2010 – 2009 – 2008), a una sovrapposizione che non era mutuo annullamento bensì ampiezza di spessore. Tutte le parti della durezza e quelle della morbidezza si percepivano insieme, e tutte si muovevano in una persistenza gustativa dove non si perdeva nessuno dei numerosi aromi percepiti. Anche in relazione al gusto, nelle annate 2006 e 2005  l’ossigeno cominciava  la sua opera degradante, slegando un po’ i sapori. Ma quando si arretra di oltre otto anni, diventa difficile capire se il problema è di quel vino o di quella singola bottiglia, perché si sa che più si va indietro nel tempo più le bottiglie di una stessa annata possono cominciare a divergere l’una dall’altra.
Allora ecco la sfida che lancio a Luciano Pignataro e Tommaso Luongo: perché non ripetere la stessa degustazione a Napoli e con due variazioni: annate pari e magnum per quelle pre 2004? Immaginate di avere dinanzi  2012 – 2010 – 2008  serviti in bottiglia  e  2006 – 2004 – 2002 serviti in magnum. Credo che ci sarebbe ancora da emozionarsi.

 

In attesa del responso, concludo condividendo la domanda che mi echeggiava in mente sulla via del ritorno: come può un bianco orfano dei naturali difensori dal tempo, anche se ottenuto da un’uva straordinaria come il Fiano, maturare più o meno nella stessa modalità di un grande rosso? La risposta è in quella parola magica che caratterizza tutti i grandi: l’equilibrio.

È l’equilibrio la vera grande forza di questo vino ed ognuno di noi ha imparato, sulla propria pelle, che  solo ciò che è in equilibrio dura nel tempo. E il vino, ancora una volta, è una bella metafora della vita.

*Responsabile Didattica Ais Campania