Mozzarella di bufala a rischio dop: ecco i motivi

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Romeo Chef & Baker Roma. La Pizza a le Strade della Mozzarella

Questo pezzo è stato pubblicato in prima sul Mattino il 27 marzo. Lo riproponiamo per i  nostri lettori.

La dop più importante del Centro-sud è a rischio per un cavillo burocratico. È il finale di una lunga guerra scatenata dai leghisti contro la mozzarella di bufala. Un latticino di pregio che, se avesse avuto lo stesso destino di quasi tutti gli altri prodotti agricoli del Mezzogiorno, oggi non sarebbe un problema.

La storia è quasi sempre la stessa: al Sud si produce, al Nord si commercia. Da giù arrivano cisterne, cassette imballate alla meno peggio, vagoni anonimi di grano, vino, ortaggi, frutta, legumi, olio. Destinati a diventare etichette con nomi e cognomi solo quando arrivano sui mercati del consumo. Uno stereotipo da cui si sono affrancati, parzialmente, solo alcuni prodotti come il vino e l’olio.

La mozzarella invece no. Spudorata, sin dagli albori del suo irrefrenabile successo ha avuto nome e cognome precisi: Mozzarella di Bufala Campana. E un Consorzio, raro esempio di associazionismo meridionale, nato alle prime battute di questa cavalcata trionfale sulle tavole regionali e nazionali, cioé sin dagli anni ’80. Così quando la grande industria si è accorta della dimensione commerciale del fenomeno era ormai troppo tardi, dal 1996 la dop tutela prodotto, con nome e cognome. Lo ripetiamo: Mozzarella di Bufala Campana dop.

Si chiama così anche nel Lazio e nel Foggiano Certo, non sono stati pochi gli errori commessi in passato dal Consorzio, primo fra tutti non rendersi conto che si iniziava a dare fastidio al sistema delle multinazionali, proprio in un momento in cui tornava nel consumo consapevole la sensibilità verso l’artigianato alimentare. E quelle vacche prigioniere nelle stalle intensive padane non potevano competere con le bufale adagiate vicino la Reggia di Caserta o a ridosso dei templi di Paestum. Questione di estetica, ma soprattutto di gusto.

Non c’è mai partita nel palato tra un latticino, per quanto eccellente, e la mozzarella di bufala. Quelle vacche in allevamenti intensivi hanno creato il problema delle quote latte e quando al Nord hanno pensato di riconvertire l’attività si sono accorti che non avevano marchi da spendere. Per la prima volta erano in svantaggio rispetto ai colleghi del Sud.

Nasce così l’attacco continuo alla mozzarella, complice la debolezza del Consorzio impegnato solo a produrre e non anche a comunicare, almeno sino a qualche anno fa. Una manovra ostile favorita dal disastro munnezza e da una certa letteratura che ha legato, senza che lo facessero gli altri, questo prodotto alla camorra nell’immaginario dei consumatori.

Il ministro leghista Zaia da un lato riformava il Prosecco lanciandolo in tutto il mondo tutelando gli interessi dei suoi elettori veneti, dall’altro cercava di sciogliere il consorzio creando norme per ostacolarne l’attività. Nel totale silenzio dei politici del Sud, tutti, destra, sinistra, centro, alto e basso: perché nessuno parte dal dato che l’agricoltura è il vero «core business» del Mezzogiorno.

L’epilogo di questo attacco continuo arriva lo scorso 21 marzo, quando in Gazzetta Ufficiale qualche sconosciuto burocrate fa diventare la norma, che era in «prorogatio», che fa obbligo a chi produce mozzarella di usare un opificio specializzato e certificato per la dop. Cosa impossibile. Sarebbe come chiedere a una azienda di vino di fare una cantina per il bianco e una per il rosso, o una per la doc e una per la Igt, o a un salumificio di produrre solo pancetta da un lato e salame dall’altro.

Ora i produttori non hanno scampo: o cambia la norma o dovranno abbandonare la dop. Saranno così privi di un marchio che li tutela e di un Consorzio che li promuove. Tutta la mozzarella prodotta in Italia, anche in Padania dove le bufale non le vedevano dai tempi dei longobardi, potranno produrre mozzarella di bufala. E persino l’industria brevetterà questo ed altri marchi.

Così al Sud sarà stata scippata una delle filiere che funziona, che non ha mai vissuto di assistenzialismo, capace di fatturare mezzo miliardo di euro l’anno e impiegare oltre 15mila persone senza un centesimo pubblico. Tra la totale indifferenza di un ceto politico che magari si ricorda della mozzarella di bufala dop solo quando deve regalarla a qualche collega del Nord per fare bella figura.

6 commenti

  • vincenzo C.

    (14 aprile 2013 - 19:33)

    Sono i nostri politici campani che, una volta eletti, non si impegnano per tutelare e promuovere i nostri legittimi interessi. Purtroppo sappiamo solo farci del male, lo abbiamo sempre fatto ed il nord ne approfitta traendone ogni vantaggio.

  • gaspare

    (15 aprile 2013 - 15:27)

    se questa norma passa un’era finisce.
    l’unità (nordista) d’italia è riuscita a rubargli persino i gusti al sud!
    confido sul fatto che questa cattiva legge sia stata voluta dalla lega nord, che ora come ora come forza politica non conta più nulla.

  • Paola

    (15 aprile 2013 - 20:44)

    Spero che questo non inneschi degli spiriti razzisti…

  • gaspare

    (15 aprile 2013 - 23:33)

    lo spirito di questa norma leghista era, e resta, di natura prettamente distruttiva.
    distruttiva per l’economia di due vastissime aree meridionali, l’aversano e la piana del sele. aree che hanno miracolosamente ricreato un mercato .. prontamente scippato, con l’eleganza dei guanti bianchi, dal furbo nord.

  • Tommaso Picone

    (16 aprile 2013 - 14:57)

    Trovo molto grave che nell’articolo venga espresso un giudizio sui “politici locali” del tutto immeritato se si considera che la norma “nordista” è scaturita da una Risoluzione della Commissione Agricoltura della Camera del 3 febbraio 2009, Presieduta da un campano, Commissione che prima di approvare la Risoluzione all’unanimità è anche venuta in Campania per rendersi conto di quale era la situazione.
    E quale era la situazione?
    Che i trasformatori, alcuni furbi, ritenevano che era possibile produrre mozzarella dop con latte non conforme anche estero, congelato o addirittura con cagliate congelate estere.
    Difronte a tale palese disapplicazione sia del Disciplinare che delle normative vigenti, cosa avrebbe dovuto prevedere il legislatore per tutelare il consumatore e i produttori di latte DOP?
    Credo che per onestà intellettuale vadano prima raccontati i fatti e poi le opinioni anche quelle inqualificabili.

  • gp

    (16 aprile 2013 - 16:20)

    volere è potere. con normali metodi analitici è possibile monitorare la provenienza del latte impiegato nella mozzarella dop.
    per far finta di fermare un piccolo drappello di furfanti che, soprattutto d’estate, lavorano latte o cagliate che sbarcano a brindisi o scendono dal nord, si vuol stoppare un’eccellenza? difatti quale sarebbe lo portata di questa normativa? una mozzarella migliore o piuttosto un dichiarato fallimento per molti allevamenti nella piana del sele e nell’aversano? e come mai al nord già si fregano le mani? correggetemi se ho espresso sciocchezze.

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