Napoli, La Cantina di Triunfo

Letture: 52

Via Riviera di Chiaia, 64
Tel. 081.668101

Vino e cibo, un bicchiere e un piatto nella Napoli delle meraviglie: alla Torretta sulla Riviera di Chiaia c’è una delle più antiche mescite d’Italia, sicuramente tra le pochissime ad essere gestite sempre e ininterrottamente dalla stessa famiglia, i Triunfo. Già, perché nella metropoli circondata da vinificatori sempre a caccia di uva, dalla Puglia sino in Abruzzo, si smerciava vino in questi posti, spesso denominati semplicemente Vini e Oli, le pizzerie e le trattorie, dove il popolo affamato si dissetava. La profonda trasformazione avvenuta nel Dopoguerra ha progressivamente circoscritto il fenomeno e la Cantina di Triunfo è anzitutto una traccia di questo passato, proprio come lo sono i grandi impianti di vinificazione alle porte della città e sparsi fra Quarto, il Vesuvio e Portici.

A differenza di altri posti, la Cantina degli aristocratici, dei borghesi e del popolino, aperta nel Dopoguerra vicino la stazione di Mergellina di fronte alla villa e al consolato americano dopo aver lavorato non distante nascosta tra i vicoli di Chiaia dove la famiglia Triunfo ha iniziato la sua attività almeno dal 1890, si è aggiornata conservando la sua caratteristica: la mescita di vino sfuso, dalla Falanghina al Sangiovese, dall’Asprinio alla Coda di Volpe, dall’Aglianico al Piedirosso, al Greco. La prima smossa rispetto ai tempi di Vincenzo riportati anche da Mario Soldati, fu data da Carmine Triunfo: dalla fine degli anni ’80 e per quasi tutti gli anni ’90 la Cantina è stato il punto di riferimento per la condotta Slow Food di Napoli gestita da Enzo Caruso e Francesco Colonnesi. Carmine con la moglie Tina introdusse infatti la sua proposta di ristorazione curando in maniera maniacale la scelta dei prodotti e lavorando su alcuni accostamenti tra pesce e verdura oggi considerati normali ma all’epoca assolutamente innovativi per la bonaccia gastronomica partenopea pre e post pomiciniana. Sicché la mescita proseguiva ma al tempo stesso si potevano provare nuovi piatti.

C’era, allora come adesso, una sorta di profilo caratteriale didattico nel cibo come nel vino, ossia, per dirla in parole povere, il purpo sapeva di purpo, o Per’ e’ Palummo di Per’ e’ Palummo. Ossia l’impostazione di Carmine era quella di abbinare le semplicità dei prodotti. Poi, improvvisa, una di quelle crisi, quasi contemporanee, che hanno bloccato per qualche anno l’aggiornamento in città ripreso solo di recente grazie a DWine, Palazzo Petrucci, Radici e alla foga innovativa di Enzo Politelli a Terrazza Calabritto. Carmine andò via mentre era al lavoro lasciando sola Tina e due figli. Sono stati anni duri, non è stato facile per Tina andare avanti ma adesso la soddisfazione è doppia: il giovane Antonio ha studiato da enotecnico da Giorgio Grai ed ha aggiustato l’impostazione del locale prendendone le redini: <Faccio come mio padre e come mio nonno> ci ha detto in occasione della festa per il ventennale della cucina.

Ossia il bicchiere è tornato in primo piano con un differenza di fondo: la Cantina di Triunfo non compra più il vino bensì le uve che Antonio lavora con una tecnica semplice e pulita, direi esemplare. Torna, anche in questo caso, la didattica nelle interpretazioni del Piedirosso, dell’Asprinio e della Coda di Volpe. Di giorno c’è mescita, la sera un paio di primi, un paio di secondi, dolci e frutta. Il locale dunque ha l’ingresso con il bancone dove si può comprare il vino pensato da Antonio, anche imbottigliato, nella parte centrale i tavoli, massimo una quarantina di posti, per cenare la sera con la possibilità di scegliere anche bottiglie particolari e per nulla scontate anche nelle tipologie più diffuse, una esperienza capace di farci dimenticare le carte in franchising di cui sono pieni i locali di  ristoratori poco curiosi e pigri. C’è poi la cucina a vista e, infine, una sala di stoccaggio con alcuni serbatoi e le bottiglie ad una collezione di Biondi Santi, Amarone, Barolo come poche in Italia, perché comprare buone etichette e conservarle è sempre stata la passione di famiglia. Oggi un manager direbbe che l’impresa si  è diversificata, in realtà interpreta nel modo migliore una tradizione dispersa spesso dalla fretta e dalla mancanza di cultura e di memoria. Questo stile antico e moderno torna di moda di questi tempi in cui lo sfuso ha un nuovo rilancio.

E, a proposito di memoria, ecco l’articolo che ho pubblicato il 13 aprile 2001 sul Mattino per ricordare Carmine.
È davvero una Pasqua amara per il mondo della ristorazione partenopea. Carmine Triunfo, che con la moglie Tina aveva rilanciato l’antica mescita fondata nel 1890 a Riviera di Chiaia, è improvvisamente scomparso a soli 48 anni. La morte lo ha colto mentre, come ogni giorno, era al lavoro nella «sua» cantina, ormai diventata un passaggio obbligato per tutti i gourmet e gli appassionati alla ricerca di qualcosa di nuovo. Il locale ha fatto ben presto tendenza, uno scrigno del gusto assolutamente unico nel panorama della ristorazione cittadina perché basato sulla ricerca filologica ma non leziosa della cucina verace: dagli spaghetti alle vongole «fujiute» alla minestra maritata, dalla zuppa di coccio al baccalà in umido, dal soffritto ai totani con le patate e chi più ne ha più ne metta. Una impostazione semplice ma rigorosa basata su una formula vincente: due primi, due secondi, contorni, dolci, tutto nel pieno rispetto del territorio e dello scorrere delle stagioni. La «Cantina di Triunfo » nacque come mescita tradizionale: dai Campi Flegrei arrivavano le botti di Piedirosso e Falanghina per ubriacare le mense dei signori e soddisfare la sete del popolo. La mescita di famiglia ha trovato in Carmine il giusto interprete delle esigenze moderne: ecco dunque la scelta di abbinare i piatti alle migliori etichette regionali diventate finalmente presentabili. Ieri, ai suoi funerali, tanti colleghi lo hanno voluto salutare per fare con lui l’ultimo brindisi: il suo lavoro continua.