Napoli, Vitigno Italia. L’editoriale sul Mattino

Letture: 86

Il futuro nelle uve dimenticate

di Luciano Pignataro

Il MiWine a Milano ha chiuso i battenti, il Salone del Vino a Torino boccheggia ed è diventato biennale, Vitigno Italia apre per la quarta volta consecutiva. Tre giorni di assaggi, degustazioni, convegni, premiazioni e contrattazioni alla Mostra d’Oltremare. Il segnale di come in Campania almeno qualcosa funziona meglio che altrove: il settore vino continua a tirare, aumentano le aziende, crescono gli investimenti, ad Avellino si sta creando una nuova tradizione enologica grazie all’impegno di docenti come Luigi Moio ed Eugenio Pomarici, complessivamente la regione consuma ancora quasi il doppio di quello che produce. Ma l’aspetto più significativo è agricolo: la Campania funziona perchè è trendy grazie alle sue cento uve autoctone di cui trenta ben prodotte e commercializzate. I vini campani vanno bene perchè il mercato li considera autentici, veri, riescono ad incuriosire il consumatore anglosassone stanco dell’alluvione monocorde di Cabernet e Chardonnay. Un segnale è costituito dai prezzi: difficile, infatti, trovare un Taurasi franco cantina sotto gli 8 euro, o un Fiano e un Greco sotto i 5 euro. Sono tetti che farebbero sognare la stragrande maggioranza dei produttori pugliesi, calabresi e soprattutto siciliani dove solo i vitigni dell’Etna sembrano guadagnare quell’appeal negato al Nero d’Avola. Vitigno Italia, sostenuto dalla Regione Campania sin dalla prima edizione, risponde a questa esigenza che sembra di lunga durata nonostante abbia come risvolto non pochi aspetti caricaturali, primo fra tutti la critica «neopauperistica» dalla quale partono bordate alle aziende più grandi e agli enologi più famosi per il solo fatto di esistere. Un mondo al quale viene opposto la bucolica e inesistente immagine di contadini piegati fra le vigne al lavoro solo con lieviti autonomi non selezionati. In nome della guerra alla omologazione del gusto si esaltano a volte anche vini molto discutibili sul piano della correttezza. In realtà la divisione tra vitigni internazionali, ossia cabernet, merlot, pinot noir, chardonnay, sauvignon per citare i più famosi e quelli autoctoni (aglianico, gaglioppo, negroamaro, falanghina, fiano, greco e via con altri mille almeno) è tutto sommato recente oltre che vista con fastidio da quasi tutti gli enologi. Quando, dopo lo scandalo del metanolo del 1986, il Mezzogiorno si è affacciato nel mondo commerciale del vino etichettato, molte grandi aziende siciliane, calabresi e pugliesi hanno infatti introdotto le uve internazionali affiancate alle locali come segnale geografico. In Campania questa tendenza si è timidamente affacciata nel Sannio, ma la strada intrapresa è stata un’altra, quella della emersione delle uve tradizionali della regione. Ciò è stato reso possibile dal mercato molto ampio costituito da Napoli oltre che da Roma, e soprattutto da una tradizione bianchista molto accentuata dalle abitudini e dalla cucina, oltre che dal clima evidentemente, con uve capaci di competere ad armi pari con quelle bianche internazionali e sicuramente superiori a quella nazionali (una per tutte, il trebbiano). La qualità intrinseca di fiano, falanghina, greco, biancolella, asprinio, coda di volpe, pallagrello bianco, agostinella, pepella, ginestra, fenile ha di per se determinato nella metà degli anni ’90 l’orientamento del mercato verso questo stile di consumo al quale la normativa regionale si è adeguata. Quando dunque la moda degli autoctoni ha iniziato ad impazzare, la Campania, una volta tanto, era in pole position. E da qui è scoppiata la passione per l’Aglianico. Il resto è cronaca di questi ultimi quattro anni: l’ultimo episodio è la nominaton agli Oscar del Vino di Franco Ricci del Radici Riserva 2001 di Mastroberardino e del Terra di lavoro 2005 di Fontana Galardi. Non male due rossi su tre per una regione a vocazione bianchista, vero?

Intervista a Chicco De Pasquale

di Ciro Cenatiempo

«Il connubio con la ristorazione di qualità è il presente e il futuro del vino». Questa la traccia che Chicco De Pasquale, ideatore di Vitigno Italia, indica con decisione per sottolineare alcune delle caratteristiche cruciali del salone. L’alta cucina da una marcia in più al vino? «Non ci sono dubbi: i ristoranti di prestigio rappresentano un canale diretto di promozione, anche all’estero, per i nostri prodotti. C’è un legame sempre più forte tra vino e gastronomia d’èlite che Vitigno Italia intende evidenziare con una serie di iniziative mirate e con la partecipazione di personalità del calibro di Giorgio Pinchiorri e di Alfonso Iaccarino».
In attesa di un grande evento? «C’è una grossa novità in arrivo. In ottobre si terrà a Napoli la manifestazione per la consegna degli Oscar della cucina italiana nel mondo. Un’occasione unica di svolta, anche sul piano complessivo dell’immagine della città: tra Castel dell’Ovo e gli alberghi a cinque stelle del lungomare nascerà un vero e proprio villaggio globale del food and wine».
In vetrina quest’anno 300 cantine italiane. «Per loro abbiamo selezionato, tra lo scorso settembre e marzo, sessanta buyers esteri per incrementare le opportunità commerciali delle aziende che presentano vini da vitigno autoctono. Da un data-base di 7.500 compratori sono stati individuati gli operatori ad hoc per le nostre piccole e medie impresa. Del resto dovremmo parlare non di una fiera, ma di un meeting cucito addosso ai produttori e al pubblico, con risultati davvero lusinghieri».
Quali sono i trend del mercato? «I nostri degustatori hanno lavorato in prospettiva di mercato, e il dato emergente è di assoluto interesse. Con la formula Vino Veritas che premia i vini capaci di mantenere un ottimo rapporto tra qualità e prezzo, nella fascia tra 5 e 7,5 euro, sono emerse molte eccellenze. Insomma le aziende hanno capito che è qui, ovvero la garanzia della qualità legata al costo finale della bottiglia per il consumatore, che si gioca la partita commerciale più grossaDa tempo lo avevamo capito, spingendo sulla necessità di investire sul vino accessibile a tutti».