Sara Carbone: come saltare un’annata e mantenere la reputazione evitando il fuoco incrociato della critica

Letture: 105
Sara Carbone

Trafitti e piegati dall’ennesima inutile ondata di un dibattito ciclico del web (vini naturali si-no, guide si-no, solfiti si-no, guru si-no, vitigni autoctoni si-no, barrique si-no) appassionante come un film porno visto cento volte o un dibattito Casini-Alfano, ci aggrappiamo esausti a questa boa di soccorso di Sara Carbone pubblicata su Vinix. Chi non la vede è perduto. Ma davvero.

di Sara Carbone

Annata 2010: nessuna bottiglia prodotta delle nostre etichette più importanti di Aglianico del Vulture: 400 some e Stupor Mundi.
Questa è la notizia e dietro questa sofferta decisione ci sono alcune riflessioni.


Mi piace la gente che si appassiona, ma detesto avere di fronte chi cerca nel lavoro che facciamo la conferma o la smentita alle proprie idee preconcette sul vino. Fare il vino è un po’ più complesso che rispondere ai requisiti di poca solforosa o cemento al posto dell’acciaio o lieviti indigeni. Invece il mondo intorno al vino tende a dividere i produttori in buoni e cattivi, con delle semplificazioni a volte imbarazzanti, sia in senso positivo che negativo, creando fazioni da tifo sportivo sui temi triti e ritriti.
Nel percorso dalla vigna alla bottiglia ci sono fattori imponderabili e non controllabili, quelli che decide la natura, e ci sono uomini che devono prendere decisioni condizionate dalle caratteristiche di una annata.
L’annata 2010 è stata un disastro. Le abbiamo provate tutte in vigna, sono arrivate tutte le malattie della vite e non siamo riusciti a fermarle e per di più acqua, acqua ed acqua tra settembre ed ottobre, tanto da essere stati costretti a vendemmiare negli unici tre giorni asciutti di ottobre quel poco che era rimasto sulle viti, senza neanche poter prendere in considerazione la maturità polifenolica. Risultato? Ci fu subito chiaro che non avremmo potuto produrre lo Stupor Mundi, il nostro vino di punta, in una annata così. Quest’anno abbiamo deciso che la massa migliore sarebbe andata per il Terra dei Fuochi, il nostro aglianico meno complesso, rinunciando ad imbottigliare anche il 400 some, l’altro nostro aglianico che ha velleità di invecchiamento. Il resto è andato malinconicamente alla vendita di sfuso.

Saltare un’annata con ambedue le etichette più importanti ha conseguenze anche sulla comunicazione: nel periodo del balletto delle guide del 2013 non ci saremo; fuori dalla competizione, fuori dalla possibilità che di noi, già piccolissimi, si possa parlare. Ci saranno guide disposte a dare spazio ad una azienda che presenta la già piccola produzione monca dei due vini di punta?

La decisione è stata dolorosa. Avremmo potuto cercare scorciatoie e mettere comunque qualcosa in bottiglia, però alla nostra integrità, al rispetto dei nostri clienti e anche alla nostra reputazione non rinunciamo e non perché vogliamo passare per santi o ergerci a produttori migliori di altri. E’ una decisione presa con il poco romantico, ma riteniamo unico, serio, obiettivo di costruzione di una reputazione, quella di non mettere sul mercato vini al di sotto della media qualitativa delle annate precedenti, perché un cliente deluso da una bottiglia è quasi certamente un cliente perso.
Abbiamo preferito fare un investimento sul futuro, anche se questo significa che oggi abbiamo le spalle meno forti di ieri.
Mi piacerebbe che quando, come accade periodicamente in rete, si fanno considerazioni sul costo di una bottiglia, ci si ricordasse che ci sono scelte a tutela di chi beve che hanno un costo, proprio come in questo caso.
E sono scelte molto poco zen.

9 commenti

  • Annito Abate

    (19 gennaio 2013 - 09:56)

    … Ho sempre pensato che Sara carbone fosse una grande donna ed un’intelligenza autentica del mondo del vino … confermo questo giudizio e dico che è compito dei comunicatori di questo strano universo riuscire soffermarsi anche su quello che c’è dietro le bottiglie, le etichette e le Cantine … Come sempre apprezzo lo stile di una scrittura fluida e schietta allo stesso tempo …

  • Maurizio De Simone

    (19 gennaio 2013 - 10:26)

    Quando ho incontrato produttori che hanno avuto il coraggio di rinunciare al profitto, a volte con rischio di soccombere, preservando gli appassionati del proprio lavoro, ho sempre avuto la sensazione di trovarmi di fronte a persone SPECIALI.
    Non tutti hanno il coraggio di fare ciò che ha fatto Sara, ma se può esserle di aiuto morale, le aziende che hanno condiviso con me, negli anni, queste dure scelte, alla lunga sono state ripagate di stima e rispetto che nessun “PROFITTO” potrà mai eguagliare.

  • eugenia sasso

    (19 gennaio 2013 - 10:54)

    brava Sara,concordo pienamente sulle vostre scelte, che appartengono anche alla nostra azienda.
    lo sgomento, sopraggiunge, quando talune guide,attribuiscono il massimo dei loro riconoscimenti, ad un annata,come quella del 2010,che si è rivelata disastrosa per tutta l area del vulture. cosi facendo,ci offrono, ed offrono a tutti, degli importanti spunti di riflessione,sulla credibilità e onestà intellettuale,di alcuni circuiti patinati della comunicazione enogastronomica.a noi, innamorati, del nostro lavoro, nn resta, che continuare, con spirito di abnegazione,a difendere strenuamente e tenere alto il valore del nostro vino,e delle nostre aziende.

  • Marina Acino Ebbro

    (19 gennaio 2013 - 11:01)

    Se c’è un riscontro che ho sempre ritrovato nel mondo del vino, molto più che in quello della ristorazione e del cibo in genere, è che chi lavora con coerenza stilistica e rispetto verso il proprio territorio nel tempo raccoglie sempre l’approvazione del pubblico. Certo qualsiasi progetto di lavoro si abbia in mente, per quanto accompagnato da scelte etiche valide, ciò che conta poi è il risultato nel bicchiere. Solfiti si solfiti no, lieviti autoctoni o meno, regime biologico certificato, filtrazione si o no, annata negativa saltata o messa in commercio, è il vino che ci dirà se lo stile di lavoro del produttore ci piace o meno. E lui non mente, anche se la presentazione fatta dal suo produttore è almeno nelle parole la più convincente di questo mondo. Spesso assistiamo alla messa in opera di aziende il cui proprietario non capisce un’ acca di vino, eppure ha la presunzione di riuscire a convincere il mercato. Se è molto ricco magari ci riesce pure avvalendosi di una operazione di marketing e comunicazione imponente. Ma certo non avrà mai tra i suoi acquirenti un appassionato del settore, bensì un ignorante dal cervello piatto che compra ciò che è messo in bella vista nello scaffale. Un po’ come sta accadendo anche nelle librerie, una volta templi sacri del sapere. Quindi ad un produttore di vino rimane una scelta importante di partenza da fare: abbindolare il pubblico con chiacchiere e specchietti per le allodole o convincere con sapienza, coerenza ed una buona dose di anima. Ma attenzione, anche in questo ultimo caso si ha spesso la presunzione di dover piacere per forza, non si possiede la giusta dose di autocritica per comprendere che nonostante le grandi filosofie di produzione, il proprio vino non è proprio un granché. Ed allora perché la gente dovrebbe comprarlo? Non basta che sia pulito e giusto, deve essere sopratutto buono.

  • Stefano Caffarri

    (19 gennaio 2013 - 11:34)

    “Spesso assistiamo alla messa in opera di aziende il cui proprietario non capisce un’ acca di vino, eppure ha la presunzione di riuscire a convincere il mercato. Se è molto ricco magari ci riesce pure avvalendosi di una operazione di marketing e comunicazione imponente. Ma certo non avrà mai tra i suoi acquirenti un appassionato del settore, bensì un ignorante dal cervello piatto che compra ciò che è messo in bella vista nello scaffale. ”

    Trovo questa affermazione, soprattutto nella chiosa, perfettamente rappresentativa di tutto quello in cui *non* credo. Sarà perchè io sono un ignorante con il cervello piatto.

  • Angelo

    (19 gennaio 2013 - 12:21)

    Scelta importante, e stimolante, che servirà tra l’altro a creare aspettative sempre più alte da parte dei suoi clienti. Tuttavia mi piace ancor più l’introduzione a questo scritto di Sara Carbone.

    Credo che i toni su certi argomenti si stiano un po’ inasprendo, troppo, allontanando dal vino e dal suo mondo le persone comuni, quelle cui dedichiamo grande attenzione e tempo del nostro lavoro ogni giorno.

  • valerio rosati

    (21 gennaio 2013 - 14:11)

    Quindi converrà fare scorta del Terra dei fuochi 2010! In bocca al lupo a Sara Carbone, e complimenti per la coraggiosa scelta fatta: credo e spero che quello che è stato un grande sacrifico oggi potrà essere un investimento e un grande ritorno domani.

  • michele d'argenio

    (23 gennaio 2013 - 20:17)

    sono rammaricato per la sfumata produzione delle riserve del 2010, ma condivido la scelta fatta con tanto cuore, tanta serietà e sicuramente tanto sacrificio…….in bocca a lupo

  • le iene

    (24 gennaio 2013 - 11:25)

    Ma tu guarda che bisogna inventarsi “pè campà”!!!
    tutto ciò che è normalissima prassi nel mondo del vino da sempre, dalla Francia ad altro continente, lo vogliamo far passare come atto eroico!!!
    Da una vita si saltano vendemmie non egregie, anche se consumatori, guide e winewriters, se ne dimenticano ben presto.
    Se siamo a corto di notizie e non sopportiamo l’astinenza, l’interdipendenza dai blog, facebook e quant’ altro, facciamoci curare. La cosa più divertente è assistere poi alla schiera di falsi sostenitori della questione, solo per ricavarne un pò di visibilità.

    Ti vogliamo bene Sara, Amici di vecchia data.

I commenti sono chiusi.