Serrocielo, falanghina dei Feudi

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Taurasi, Greco di Tufo e Fiano di Avellino hanno fatto conoscere il vino campano agli appassionati di tutto il mondo, ma il successo commerciale è arrivato solo quando la Falanghina si è imposta sugli scaffali delle enoetche, dei ristoranti e delle pizzerie di Napoli e di Roma. Un boom travolgente capace di cambiare le abitudini dei consumatori nella prima metà degli anni ’80 grazie ad un trittico straordinario che ha fatto da battistrada: Mustilli, Grotta del Sole e Cantina del Taburno. Lo sosteneva Veronelli: come spesso accade, ci sono già i primi segnali sul Pallagrello bianco, l’affermazione di un prodotto è lo squillo di tromba della sua banalizzazione. Questo è il motivo per cui i gusti degli appassionati del vino, quando sono raggiunti dalla mera speculazione commerciale e dalla massa poco alfabetizzata, immediatamente si indirizzano su altre novità più esclusive e capaci di conservare la tipicità perduta. La Falanghina ha corso questo rischio, ma noi riteniamo lo abbia superato grazie a due scelte commerciali apparentemente opposte ma sostanzialmente convergenti verso la tutela dell’immagine del vitigno più amato dai napoletani. Da un lato le piccole e medie aziende hanno continuato a produrla puntando sempre di più sulla qualità e dunque regalando soddisfazione al pubblico di nicchia più acculturato. Lo abbiamo scritto: ci sono ormai almeno una trentina di etichette straordinarie. L’altra faccia della medaglia è l’atteggiamento delle grandi aziende che scelgono di adottare il prodotto e di veicolarlo in maniera radicalmente più profonda nel circuito commerciale garantendo con il proprio marchio la sua qualità al consumatore. Questo è il compito storico di Serrocielo, il terzo cru dei Feudi che affianca Cutizzi e Pietracalda, totalmente lavorato in legno da Riccardo Cotarella e che ha avuto entusiastiche recensioni tra i critici anglosassoni (provate a fare una ricerchina su Google). Ce l’ha proposta il sommelier Domenico Sarno su un trittico di baccalà nella Casa del Nonno 13, il nuovo ristorante aperto da Raffaele Vitale, ex Terra Santa, giusto a tre minuti di auto dalla barriera autostradale di Mercato San Severino, nel cuore del borgo Sant’Eustachio. Serrocielo 2004 ha poi affrontato baldanzosamente i salumi, i crostini con il lardo, il tortino di alici con cuore di San Marzano pensato dal giovane chef Donato Episcopo, scuola Heinz Beck. Un grande bianco della tradizione campana che sta sgomitando per imporre il suo stile in Italia grazie all’unico tridente d’attacco capace di appassionarci: Greco di Tufo, Fiano di Avellino e Falanghina.