Terredora, la fatica contadina di Walter

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16 novembre 2002

Negli occhi verdi di Walter il ricordo delle prime bottiglie di Greco di Tufo e di Taurasi portate subito dopo la fine della guerra mondiale nella valigia a Milano per convincere i ristoratori dei vip che il vino meridionale non era solo da taglio. E poi il successo per aver creduto nella possibilità di investire ancora sulla terra dopo la fillossera, quando il treno dell’Aglianico fu dirottato su un binario morto della stazione di Taurasi e lì fermato per sempre. E poi, chissà, ancora forse quei versi di Bennato, «un giorno credi si essere un grande uomo, in un altro ti svegli e devi cominciare daccapo». Perciò oggi gli occhi verdi di Walter Mastroberardino guardano i 155 ettari di Terredora (via Serra a Montefusco. Telefono 0825 968215, sito www.terredora.com), sparsi tra Lapio, Santa Paolina, Montemiletto, Montefalcione, alla grande azienda costruita di fronte casa a Montemiletto, ai suoi tre figli Daniela, Lucio e Paolo che lavorano affettosi al suo fianco. Ecco la fatica di Walter, il Taurasi che nasce dai terreni argillosi bene esposti a mezzogiorno dove l’uva viene vendemmiata all’inizio di novembre, vada come vada questo pazzo clima. Non c’è retorica nel nome, Fatica Contadina, perché la vigna si adagia tutta salita e discesa sul crinale di un colle langhiano e può essere violata solo dopo tanto duro lavoro fisico. È un Taurasi classico, non modaiolo, lontano dal vino frutto, lontano dallo stress provocato dalle aggressive barrique di primo passaggio oggi tanto di moda e che spesso trasformano l’aglianico in uno syrah. E sempre a Lapio si attende a maggio l’uscita di un cru, il CampoRe da uva vendemmiata a novembre. Dopo la macerazione su buccia sono passati 30 mesi in cui il vino è maturato in fusti di rovere e ancora 18 in bottiglia. La fatica e la pazienza di Walter, cioé il ritorno della tradizione Mastroberardino senza la quale mai il vino ci avrebbe affabulato, cioé quei Taurasi rosso granata con unghia aranciata pieni di spezie e con deciso sentore di tabacco sì da poter essere stappati solo nelle grandi occasioni. Come quella fissa dei contadini irpini che voleva etichette personalizzate sulle bottiglie anche con foto di famiglie per matrimoni, battesimi, cresime. Dopo questa orgia ormai solo mediatica di bicchieri, grappoli e punteggio è meglio tornare a bere vino.