Trattoria Nunzia a Benevento, il culto dei piatti semplici di una volta dal 1970

Letture: 817
La signora Nunzia
La signora Nunzia

di Alessandro Marra

Ho fatto caso soltanto questa volta, alzando gli occhi sul diploma della Federazione Italiana Cuochi (o qualcosa del genere) appeso in sala, che Nunzia si chiama, in realtà, Annunziata. Fatto assai curioso, se si pensa che la sua trattoria si trova, appunto, in via Annunziata, la strada lastricata che dall’inizio di corso Garibaldi, scorre dietro al Palazzo del Governo e arriva quasi fino alla Curia e al Duomo.

Tutti, però, la chiamano Nunzia. Sin dal 1970, anno in cui prese le redini della trattoria di famiglia, che non si è mai spostata da lì. Terza generazione di ristoratori: prima di lei, il nonno (con “La Cantina di don Rocco”) ed il padre Paolo. Con lei c’è anche Antonio, l’unico dei due figli ad aver seguito le sue orme. Si deve al suo impegno l’ampliamento della carta dei vini, che da’ grande spazio alle aziende del territorio e volge uno sguardo alla vicina terra irpina.

Nunzia è, innanzitutto, un posto del cuore. Vi si respira la stessa aria di quando ci ho messo piede la prima volta. La signora Nunzia è una brava cuoca ma, soprattutto, un’ottima padrona di casa ed ha la non comune dote di metterti sempre a tuo agio. Un piacere vederla sedersi ai tavoli, per consigliare questo o quel piatto, spiegare come e perché.

Quella di Nunzia non è una cucina cerebrale, bensì di pancia e di sostanza. È la cucina delle cose buone vicino a noi, di quelle che arrivano tutti i giorni sulle nostre tavole, trattate con rispetto e secondo la stagionalità, anche nei tempi di preparazione. Così, anche il semplice “no il baccalà non lo facciamo in questo periodo” suona più dolce. Il baccalà, appunto. A Benevento è una cosa talmente seria che esiste anche un’associazione ­ho scoperto in rete­ impegnata, da più di dieci anni, nella promozione e nella diffusione della cultura del baccalà. Quello di Nunzia è, a mio avviso, tra i migliori della città.

Vabbè. Salto a piè pari lo “scarpariello”, vera e propria bandiera, anche se, per la verità, un piatto è passato comunque a giro, a mo’ di aperitivo. Una forchettata a testa, giusto per gradire nell’attesa.

Cose da far rabbrividire il milanese imbruttito che è in me. Finger food, ussiè.

Mi concentro sui fusilli al pomodoro con cacioricotta. La porzione è abbondante, ma la divoro in scioltezza dopo le “fatiche” del mattino.

Fusilli al pomodoro e cacioricotta
Fusilli al pomodoro e cacioricotta
Candele alla genovese
Candele alla genovese

Evito il vino. Cioè, ci ripenso quasi subito e mi faccio due, dico due, sorsate del bianco e del rosso della casa, che poi sono lo sfuso di Fontanavecchia, base falanghina e aglianico.

Indeciso fino all’ultimo, mi lascio sopraffare dal bisogno di amarognolo e opto per la cicoria selvatica, invece che per i talli di zucchine (che così buoni penso li faccia soltanto la zia di mia moglie).

Salsiccia di Castelpoto e cicoria ripassata
Salsiccia di Castelpoto e cicoria ripassata
Talli di zucchine
Talli di zucchine

Di fianco, la salsiccia di Castelpoto alla griglia. Piccante, ovviamente. Astenersi deboli di cuore perché il piccante mena di brutto. Non disdegno qualche forchettata qua e là, siamo o non siamo social? Nel dubbio che mi accompagna, cicoria o zucchine, scelgo tutti e due e arraffo pure una dose dei talli di zucchine. Tra gli altri secondi (degli altri), personale preferenza per i polipetti al sugo, serviti nel tegamino con il pane (aggrascato? no, quello proprio non l’ho mangiato).

Polipetti al sugo
Polipetti al sugo
Seppie e piselli
Seppie e piselli

E poi sotto con il dolce. Stavolta, abbiamo dato uno strappo alla regola, portandoci da casa le sfogliatelle di Attanasio.

Sfogliatelle
Sfogliatelle

Ma non si può andar via senza mangiare le cassatine di San Marco dei Cavoti. Non dimenticatelo, eh.

Un commento

  • Frances Anderson

    (19 luglio 2016 - 22:46)

    E’ vero, Nunzia e’ il posto del cuore. Vado a Benevento con una certa regolarita’ da quasi 15 anni per lavoro, e mangio sempre da Nunzia. E’ come tornare a casa. Nunzia mi ha coccolata in quei primi anni quando mangiare a sola ancora mi pesava, facendomi sentire una della famiglia. Ed in effetti lo sono, perche’ il suo clientela e’ la sua famiglia allargata. Siamo tutti suoi ospiti nel vero senso della parola. Certe sere qui a Milano sogno le sue bruschette con i fagioli, la salsiccia di Castelpoto, il puree di fave. E cosa non farei per un bicchiere del Fidelis, aglianico della Cantina del Taburno, o di Orazio? Grazie, Nunzia. Non vedo l’ora di tornare da Te in Via dell’Annunziata.

I commenti sono chiusi.