Vignaioli e Vignerons, il reportage

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di Manuela Piancastelli

Manuela Piancastelli

Beppe Mazzocolin prende la parola: “Non mi piace usare il termine prodotto al posto di vino, diciamo creazione”. “Vabbè, ma dobbiamo inserire la questione del paesaggio, il vignaiolo custode del paesaggio”, incalza un altro. “Ragazzi, qua non ne usciamo se non affrontiamo il fatto che dobbiamo fondare un sindacato dei vignaioli”- ribatte Walter Massa. “Insomma, aggiunge Lotte Muller in tedesco – dobbiamo essere sintetici, il dibattito è già stato fatto”. Reinhold traduce ma ha la voce bassa: “Qua non si sente un tubo, alza la voce”. “Dobbiamo avere il coraggio di dire che l’industria deve scrivere sull’etichetta quello che mette nel vino” tuona Andrea Zanfei, citando tra una cosa e l’altra pure Kant. Saverio Petrilli cerca di raccogliere tutte le indicazioni ma siamo tutti un fiume in piena: “Scriviamo: i vignaioli, in quanto agricoltori”…” “Ma scusa – ribatto io che ho la fissa giornalistica di non ripetere i concetti – è logico che un vignaiolo sia agricoltore!”. “Eh no, rintuzza Saverio: c’è sempre qualche fighetto che compra la terra per moda o investimento e si autonomina vignaiolo, spieghiamolo bene che siamo a-gri-col-tori, io ne sono fiero”. Jean Pierre Frick insiste: “Sottolineamo che siamo assolutamente contro l’industria…”. “E alziamo i paletti a chi non vuole diventare biologico”…”Ma va là che ora c’è anche l’oasi ecologica Plasmon, la grande industria se l’è già pappato il biologico!” Giancarlo Gariglio cerca di scrivere i concetti in poche parole ma è avvilito: “Vabbè, poi lo mettiamo in italiano dopo”.

Luigi Veronelli sarebbe stato commosso di questa assemblea, ci sono tanti suoi amici e sembra di essere tornati ai tempi dell’università, ma abbiamo molti anni più di allora e tutti abbiamo scelto la nostra strada: siamo vignaioli. Ed è stato proprio lui, il grande Gino, a chiamarci per la prima volta così traducendo dal francese vigneron, che è molto più di viticoltore: è qualcuno che conduce per mano la vigna dalla barbatella alla bottiglia, che si rompe la schiena in campagna e la testa in cantina a cercare di vendere il suo vino, e che mette nel vino il suo orgoglio contadino e artigiano. Il manifesto che abbaimo scritto ha concluso due giorni di lavori entusiasmanti a Montecatini Terme, dove c’era anche un bel manipolo di campani (da de Conciliis a Reale, da Selvanova a Migliozzi, da Case Bianche a Terra di Vento). Si è parlato di qualcosa che sembra ormai scomparso non solo dal lessico ma dai pensieri della gente: l’ETICA. L’etica del vignaiolo, l’amore per la terra, la biodiversità, la conservazione dei suoli per le future generazioni. Non c’è politichese, non c’è falsità, non ci sono passerelle. Siamo tutti vignaioli, oltre mille, che riempiamo da tutta Europa il teatro Verdi per la riunione dei Vignaioli & Vignerons d’Europe, due anni dopo Montpellier. Quattro seminari, uno dietro l’altro, Peppe ed io ci siamo divisi perché non volevamo perderci niente: “Identita ed etica del vignaiolo”, “Acqua, suolo e risorse del territorio”, “Fermentazione, correzione e affinamento del vino”, “Pianta, colture e patologie”, e la bellissima apertura sui Vignerons d’Europe per una vitivinicoltura europea sostenibile. Ci sono Costantino Charrere di Les Cretes, il presidente della nostra Federazione Vignaioli indipendenti italiani, Xavier de Volontat, che coordina il movimento europeo con 200mila vignaioli e c’è Carlin Petrini, presidente di Slow Food, che prende per mano ognuno di noi e ci porta a parlare di cose bellissime, che saranno poi riprese e approfondite il giorno seguente da Reinhold Lowensteil.

Manuela e il responsabile Slow Food Campania Nino Pascale

Ragazzi, che meraviglia sentir riparlare di Etica, di Filosofia, di Valore. Come sembra lontano e strano in un mondo senza idee, dove conta solo l’interesse, dove fare vino è equiparato a fare scarpe, dove anche le persone più intelligenti parlano soltanto di rapporto qualità/prezzo osannando a quello che costa di meno senza chiedersi perché immemori del “come pagatio così pittazio”. “Se mi chiedessero qual è il nodo reale e più urgente su cui riflettere – tuona Petrini – è proprio questo: che non sappiamo più distinguere fra VALORE e PREZZO. Il prezzo è diventato l’unico parametro e anche quando siamo dinanzi a comportamenti virtuosi ed etici l’unica domanda che facciamo riguarda il prezzo. In virtù del prezzo non diamo valore a niente. E’ contro questo modello che dobbiamo fare un imponente movimento di resistenza. Non è facile, in questo ci possono aiutare solo i nostri consumatori che devono diventare co-produttori”. Ci pensavo qualche sera fa, ad una serata da Don Salvatore a Mergellina, dove stavamo presentando i nostri vini in una serata deliziosa nella quale lo chef ha costruito un intero menu sui nostri vini. Enzo, il patron del ristorante, il cuoco ed io avevamo lavorato tanto a questo evento, fatto gli abbinamenti, portate le foto, l’allestimento, presentato l’azienda, sgolati a raccontare la storia del Pallagrello e del Casavecchia quando a un certo punto, unica domanda, un signore ha chiesto a Peppe: ma questo vino quanto costa? Mi sono sentita mortificata e confusa, come se mi avessero dato un ceffone. In sala c’era una coppia di nostri amici-clienti, Enrico e Imma, e ho notato che hanno abbassato lo sguardo, anche loro imbarazzati da questa domanda. Ecco, Enrico e Imma sono dei co-produttori perché chi ama il mondo del vino e ha voglia di sapere davvero cosa c’è dietro il bicchiere, merita di essere considerato un co-produttore, qualcuno che ha a cuore le sorti del vino come il vignaiolo. Il vignaiolo che lavora la sua terra difende la storia, l’identità, il paesaggio e mette in gioco se stesso, la propria faccia. Nel bicchiere ci sono i nostri sogni, c’è la condivisione, la spiritualità: queste cose rappresentano un valore al quale va dato un prezzo giusto. Non è possibile mettere sullo stesso piano i vini di un imbottigliatore e quelli di un vignaiolo e mi chiedo perché si è disposti a pagare dieci euro una birra artigianale italiana dietro la quale, con tutto il rispetto, non c’è storia né territorio né identità di nessuno, non c’è campagna, non c’è filiera, arriva da qualunque parte del mondo il malto o il luppolo e lo si lavora anche in uno sgabuzzino. Qui, in Germania, in America, in Giappone suppergiù nello stesso modo.

Quando il vignaiolo diventa manager è un’altra cosa, è passato dalla parte dell’industria, non fa più le cose in maniera etica, fa quello che chiede il mercato. Il vignaiolo autentico invece fa il vino rispettando ambiente, storia e vitigno perché è giusto così, perché ha senso etico per l’appunto. E l’etica non può essere certificata. “Perciò, ha aggiunto Petrini, le certificazioni anche sul biologico fatevele a casa vostra. E praticate il governo del limite, capite da soli fin dove potete spingervi e dove dovete fermarvi: sui prezzi del vino come sull’acquisto di terreni, senza avidità di possedere altra terra, di costruire nuove cantine”. Parole semplici, sagge, che scorrono dentro ognuno di noi. Come quelle di Lowensteil, produttore della Mosella, che – sembra superfluo ma non lo è – ha ribadito che il vino non è un prodotto naturale ma culturale. La vigna è stata disegnata e costruita dall’uomo e sulla pianta non nasce la bottiglia di vino. Al massimo, come dice spesso Luigi Moio, lasciata a se stessa l’uva diverrebbe aceto. E così, messe le cose al loro posto, è bene abbinare all’etica tolleranza, compromesso e trasparenza perché non essendo nessuno depositario della verità, la tolleranza aiuta ad accettare che ogni vino è diverso perché nasce dall’idea del produttore e che ogni produttore è diverso dall’altro. Il compromesso significa che a volte l’etica deve piegarsi alle necessità: come ha spiegato un vignaiolo di montagna, se l’anno scorso non avesse fatto trattamenti aggressivi, non avrebbe portato a casa l’uva e la sua famiglia non avrebbe mangiato. Infine la trasparenza, questa sì davvero cruciale: il vignaiolo etico dice quello che fa e fa quello che dice. Solo così il cliente diventa co-produttore, solo così si crea un legame simbiotico e spirituale. Non a caso, in giapponese l’ideogramma vino significa anche anima.

Nessuno di noi, dei mille e passa di questi giorni, ha una lira, né un’auto lussuosa né cantine faraoniche. Siamo vignaioli, piccoli vignaioli d’Europa con piccoli grandi sogni: produrre i vini più buoni del mondo, quelli che somigliano alle nostre zolle, alle nostre idee, alle nostre incazzature, alle nostre giornate lunghissime fra campagna, burocrazia, corse per vendere il vino. Abbiamo parlato di etica, di quello che è giusto e quello che non lo è, abbiamo ascoltato, parlato, urlato idee e ideologie. Come tanti anni fa. Ragazzi, come è stato bello!