Vinitaly 2008. Intervista al Quotidiano della Basilicata

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Riporto volentieri l’intervista che la collega mi ha gentilmente richiesto, pubblicata sullo speciale Vinitaly del maggiore quotidiano lucano (mercoledì 2 aprile). Agli appassionati campani e ai lettori del Mattino l’ appuntamento giovedì 3 in edicola con il nostro speciale di quattro pagine dedicate al mercato italiano, all’iniziativa Ais a Caserta, alle tendenze in Usa con le interviste a Lucio Caputo (Ifwi), al blogger Terry Hughes e a Guido Barendson direttore del Gambero Rosso Channel. Due gli interventi: Nicoletta Gargiulo, Sommelier dell’anno nel 2007, e Diodato Buonora direttore del periodico dell’Amira.

L’ASSO DELLA TRADIZIONE E DELL’IMMAGINE

di Iranna Di Meo

Sui vini lucani, sulla presenza delle nostre aziende al Vinitaly, le curiosità del mondo del vino, abbiamo chiesto un parere a Luciano Pignataro, giornalista del Mattino e autore di guide enogastronomiche fra cui quella ai Vini della Basilicata. E’ anche coordinatore per la Basilicata di Vini Buoni d’ Italia del Toruing Club e autore di uno dei siti più seguiti in Italia, www.lucianopignataro.it
Analisi per territori: Aglianico del Vulture, Matera Doc e Terre Alta Val d’Agri
L’Aglianico del Vulture non deve ormai esprimere più alcuna potenzialità perché è uno dei primi vini meridionali che si è affermato e consolidato da tempo grazie ad una forte tradizione che consente, in questo caso davvero, di poter parlare di tipicità e di rapporto fra le uve, lo stile e il territorio. Siamo in presenza di uno dei più grandi rossi italiani e dunque del mondo. L’importante, per me, è conservare lo stile e non inseguire mode che nell’immediato possono dare vantaggi commerciali e poi distruggere la credibilità dei produttori. Mi riferisco, ovviamente, alla tentazione di usare merlot e cabernet di nascosto per rendere più pronto l’aglianico che invece ha nell’attesa della giusta evoluzione il suo vero fascino verso gli intenditori. Una tentazione presente in tutta Italia con i vitigni autoctoni, intendiamoci, e, a maggior ragione, bisogna essere lungimiranti e resistere. La Doc Matera è giovane, ha il vantaggio di essere un luogo conosciuto e affascinante, ma anche il problema di creare un brand leggibile e memorizzabile e, soprattutto, identificarsi con un vitigno di territorio. Inutile inseguire miscugli fra uve, meglio affidarsi direttamente al primitivo che, legato al fascino del nome Matera, può essere venduto in modo sicuramente muigliore di quanto non accada in Puglia. Discorso simile per l’altra doc, che dovrebbe magari riscoprire anche qualche bianco e rosato visto che in Basilicata queste tipologie non hanno molte aziende che ci credono e che invece segnano grande espansione di consumi. Ormai è quasi impossibile mangiare in un ristorante di qualità e provare piatti adeguati a un rosso di struttura qual è l’Aglianico.
Quali sono le potenzialità del settere vitivinicolo della Basilicata?
Ancora enormi complessivamente per i motivi che ho detto prima. Purtroppo qui si registra un difetto tipico del Sud, l’idea di vendere i prodotti senza far consocere il territorio. Questo, ad esempio, non determina la conservazione e la vendita di annate vecchie come accade nelle zone vinicole più avanzate d’Europa ed è un peccato visto che l’Aglianico può essere bevuto seriamente solo dopo quattro, cinque anni. Credo che le aziende debbano creare la storia e la memoria per resistere ai momenti più difficili. La Basilicata ha due competitor temibili, la Campania sulla qualità e la Puglia per la quantità, deve dunque assolutamente giocare l’asso della tradizione e della immagine del suo ambiente assolutamente stupendo e pulito. Sarebbe bellissimo fare verticali in uno dei meravigliosi castelli, gli americani e i giapponesi pagherebbero qualsiasi cifra. E poi andrebbero incoraggiate ancora di più manifestazioni come Aglianica che ha fatto tanto in questi anni. Il patròn Donato Rondinella è una risorsa per il territorio, in Toscana o in Alsazia farebbe i miliardi.

Dovendo fare un’analisi, qual è l’azienda più rappresentativa per qualità? Quella più giovane e innovativa? Quella più commerciale che ha una produzione di numeri interessante?

Impossibile rispondere a queste domande perché i vini sono come gli uomini, ciascuno ha qualcosa da dire al momento giusto. Direi che grosso modo anche qui ci sono aziende ancorate alla tradizione, quelle che hanno cercato di lavorare un po’ di più sulla concentrazione del colore e del naso e quelle rimaste ferme con vini polverosi e poco suadenti. Il mio gusto personale volge chiaramente verso la prima tipologia, quella con il colore un po’ scarico e magari con l’unghia aranciata, ma al momento giusto anche un bell’Aglianico fresco lavorato solo in acciaio può andare bene. Vedi, molto dipende da quello che si mangia e quando si beve. In Italia abbiamo quasi dimenticato infatti che il vino accompagna i pasti, non li sostituisce.

Quali sono i nuovi mercati su cui le aziende lucane dovrebbero puntare e quali sono i consigli, soprattutto in termini di packaging che potresti dargli?
Il mercato è il mondo ormai, ma i produttori devono stare bene attenti inanzitutto a quel che succede a casa loro. Non è certo un dato positivo che nel settore dei bianchi e dei rosati i ristoranti lucani sono costretti a rivolgersi alla Puglia e alla Campania perché significa ritirarsi dal campo senza giocare la partita. Sul packaging ho poco da consigliare perché negli ultimi dieci anni sono stati fatti passi enormi, le bottiglie lucane sono belle e austere, si riverbera in esse il gusto tutto italiano per l’estetica e io ritengo che sia giusto così. Anche le cantine lucane sono tra le più belle del Sud.
Quali sono le strategie per coniugare il vino ai territori? Secondo te, la promozione della regione Basilcata è così efficace o pecca di qualcosa?Vedi non è un problema di Regione Basilicata, ma di funzionamento della pubblica amministrazione. Il nodo di fondo di questi anni è che mentre il mercato dei produttori è globale, quello dei politici è locale, per cui ci sono due esigenze assolutamente opposte fra loro ed è raro il caso di un amministratore che si possa sentire in linea con chi esporta in Giappone. Lo può fare a livello intellettuale e culturale, ma poi per resistere deve fare i voti e per questo i meccanismi sono altri. A mio giudizio l’ente pubblico deve essere pronto a seguire e ad aggiornare la normativa, e questa parte la Regione l’ha obiettivamente svolta: ora bisognerebbe battersi per la docg del Vulture e creare un doc di ricaduta oltre che naturalmente una igt per dare libertà ai produttori. Poi l’istituzioneo deve sostenere la ricerca: quella dei suoli, e dei vitigni, perché non si può piantare a naso e le aziende non hanno le risorse necessarie per pagare questi studi che sono lunghi e costosi. Infine l’ente pubblico ha il compito di tenere pulito e sicuro l’ambiente. Insomma, l’avete capito, per me non deve fare promozione.
A chi tocca allora?
Alle imprese, come in tutti i settori economici! Da anni ormai ho i timpani a pezzi per le lamentele dei produttori contro i politici e gli amministratori: ogni Vinitaly sembra una partita persa dalla Nazionale. Ma il punto vero, anche qui parlo della Basilicata ma il discorso vale per tutto il Mezzogiorno, è un altro: perché mai le cantine non formano consorzi funzionanti, investono in personale specializzato della gestione di eventi e di comunicazione e diventano così interlocutori credibili e potenti nei confronti dell’istituzione? A che serve lamentarsi quando poi si ritiene che il tempo dedicato alle riunioni è perso all’attività aziendale? Ognuno dà la colpa all’altro perchè non si riesce a fare squadra, qui al Sud c’è sempre il problema di chi comanda, non di raggiungere i risultati e spesso preferiamo stare fermi piuttosto che vedere cose realizzate da altri. Questa mentalità, non le strade da costruire, ci fa essere arretrati e camminare lenti mentre tutto il mondo corre.