Vino, è il momento di cambiare

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Basta con la caccia alle streghe, basta camorra: verso un sindacato dei produttori come in Francia

di Manuela Piancastelli*

Caro Luciano,
intervengo dopo la tua amara ma straordinariamente vera considerazione (Il Montevetrano fra Medvedev e Napolitano) sul rapporto fra mondo del vino e “il resto”: istituzioni, burocrazia e, aggiungerei, mondo commerciale. Grazie per aver ricordato la nostra vicenda sul Pallagrello solo in parte conclusa e sulla quale, come hai detto, davvero si potrebbe tenere un master universitario sul prima, sul durante e sul dopo. Puoi immaginare (molti li hai vissuti direttamente) i messaggi minatori più o meno velati che sono arrivati da più parti. Dai burocrati che si sono sentiti attaccati e si sono legati al dito la vicenda (del genere: devi aver bisogno di noi….), ad altri produttori che incontrandoti hanno preferito glissare (tipo: io con lei non c’entro, appena la conosco) fino a colleghi giornalisti che si sono sentiti oscurati da questa rompipalle che pur avendo cambiato mestiere continua ad avere spazio su alcuni giornali – dove ci sono degli amici veri e soprattutto giornalisti intelligenti – per le sue proteste (del genere: che cacchio, ma questa non muore mai?). Nel tuo pezzo, parlando di Silvia Imparato, hai esattamente disegnato la situazione: che Silvia abbia creato un vino cult e soprattutto sia stata per anni promotrice (all’epoca nel vuoto assoluto) di un’immagine di straordinario fascino e di altissima qualità per una Campania del vino che aveva chiuso la sua epoca d’oro col Falerno dell’epoca romana, non gliene frega a nessuno. Anzi sì, ma in senso contrario. Perché il successo genera invidia, rancori, addirittura odio: perciò facciamole in vigna l’alta velocità, o l’inceneritore, così impara ad essere più famosa degli altri. Poco importa se tutto la Campania del vino le debba qualcosa, se quei Tre bicchieri che conquista dal primo giorno dovrebbero essere un orgoglio per tutti, soprattutto per chi non potrà mai averli perché il vino non lo sa fare ma viene invitato ai Vinitaly solo sull’onda lunga di una donna che vent’anni fa ha messo la sua anima, la sua intelligenza e diciamola tutta, la sua eccezionale classe, dentro una bottiglia di Montevetrano. Togliamola di mezzo, così tutti i pigmei potranno avere la loro ora di luce. Purtroppo questa è la vita, questa è la nostra terra, e facciamocene una ragione. Però è ora di finirla con questa caccia alla streghe, dove le streghe siamo noi che lavoriamo, che abbiamo messo tutti i nostri risparmi, le nostre forze, in un progetto d’impresa che poi più che impresa rimane per buona parte dei vignaioli una sopravvivenza intorno a un sogno: quanti – che non siano “industriali” possono vivere soltanto con il vino in Campania? Dieci-quindici aziende? Eppure siamo ogni giorno vittime, tutti, di sanguisughe che implacabilmente chiedono bottiglie gratuite per serate, assaggi, degustazioni, sponsorizzazioni e persino per incontri con gli amici. Vittime di concessionarie di pubblicità che ci martellano, di riviste grandi e piccole che vogliono fare redazionali che nessuno leggerà mai, di libri firmati da chef che casualmente scelgono i tuoi vini in cambio di un piccolo contributo, di pressioni a 360 gradi indicibili – è davvero la parola giusta – perché se si rompe lo specchio avrai sette anni di guai. In ultimo, la questione commerciale: ormai per la gran parte di noi la situazione commerciale è a dir poco difficile anche quando sulla carta è florida, ossia quando si vende. Perché non si riesce ad incassare: ormai quasi tutti hanno preso la tragica abitudine di pagare dopo mesi, o addirittura dopo un anno. Quelli che non pagano se ne fregano perché sanno che se tenti un recupero credito ci rimetti una barca di quattrini (mi è capitato personalmente) e nel frattempo la società è sparita e chi proprio ha qualcosa da perdere dopo uno-due anni, ti propone il 50 per cento: prendere o lasciare (lo hanno fatto anche nomi famosi, incensati dalle guide). E chi, nonostante questa giungla, resta inesorabilmente una persona per bene, continua intanto a pagare per produrre e sopravvivere indebitandosi con le banche, chiedendo prestiti ai familiari e non capendo perché si sia innescata questa spirale perversa: anche perché chi ordina il vino, e lo riordina, e lo riordina ancora, vuol dire che lo vende, e lo vende cash. E allora o c’è malafede o siamo in un sistema totalmente malato (perché certo il problema non riguarda solo il mondo del vino): e allora capisci che se qui la camorra non ci fosse stata, qualcuno l’avrebbe dovuta inventare. Perché tutto questo è camorra e bisogna dare alle cose il loro nome. Un’ultima considerazione, a proposito dei rosati e soprattutto della distanza fra i predicatori del vino e i semplici, umili consumatori. Sono assolutamente d’accordo con te nell’analisi di questa separazione fra un linguaggio autoreferenziale e le parole del quotidiano. Le parole difficili sono servite per secoli alle classi alte per calpestare quelle basse. Basta, basta, basta! Sono anni che dico, e tu lo sai, non prendiamoci troppo sul serio: stiamo a fare vino, non ricerca sul cancro. Ultimamente ho tenuto un master di I livello sul vino dello Slow Food a Napoli: so di aver forse fatto storcere il naso a qualcuno, ma quello che ho cercato di trasmettere alla mia classe non sono state le parole difficili, assolutamente bandite, ma è stata l’allegria del vino, la comprensione del vino anche attraverso alcuni metodi di lavoro, come l’analisi sensoriale, ma soprattutto il fatto che il vino è fatica ma anche piacere. Senza troppi paroloni, senza analisi con
pretese pseudoscientifiche. Il giorno 29, a Colorno, ci sarà un’Assemblea per la formazione di un Sindacato autonomo dei vignaioli italiani, sul modello francese: sarebbe bello che molti dalla Campania partecipassero a questa nascita. Io ci sarò: non perché creda nei sindacati tout court ma perché credo che un sindacato appena nato (dove quindi non ci sono ancora inquinamenti di sorta), altamente specializzato, dal quale sono esclusi i trasformatori o i soli contadini, possa diventare uno strumento di interfaccia con un potere ignorante e arrogante. Proviamoci. Per una volta, stiamo uniti.

*giornalista e produttrice