Vitigno Italia, la verticale di Centomoggia di Terre del Principe

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Emozioni forti nel bicchiere: il Casavecchia delle annate 2006-2005-2004-2003

di Ugo Baldassarre

In qualità di degustatore di vino (termine più qualificante ed elegante di quello, più rispondente al reale, di bevitore – assaggiatore – appassionato), confesso di essermi imbattuto in una fortuna sfacciata allorquando Luciano, per impegni sopraggiunti e per il protrarsi dell’orario previsto, mercoledì scorso in quel di Vitigno Italia ha voluto cedermi le redini della degustazione in verticale del Centomoggia Terre del Volturno igt di Terre del Principe. Si tratta di un vino che deriva da un vitigno docile ma delicato, molto più difficile da trattare in vendemmia di quanto non sia in cantina, con grossi grappoli spargoli dai piccoli acini che tendono facilmente a separarsi dai racimoli. Si tratta soprattutto di un vitigno, questo discendente del Trebulanum, che solo di recente è stato riscoperto e vinificato. Per tali motivi con l’esperienza di Vitigno Italia, in assoluto, ci troviamo di fronte alla prima occasione di degustazione in verticale di quattro annate di casavecchia.

Le annate, presentate mercoledì nello spazio degustazioni AIS, sono la “giovanissima” 2006 – si consideri solo la maturazione di 1 anno in barriques -, la 2005, la 2004 e la 2003. Con tutti i vini nel bicchiere è facile notare come in nessun caso il colore abbia ceduto, neanche per il 2003: rubino profondo, scurissimo ed impenetrabile, con un’immancabile unghia purpurea. Mutuando definizioni cinematografiche: profondo rosso…
Centomoggia 2006. Ci impressiona subito con l’ampia gamma di aromi, soprattutto fruttati, che riesce a proporre: more di rovo, mirtilli e, soprattutto, prugne mature, anzi…susine!! Non le prugne viola Stanley, per carità, ma proprio le susine, di quelle piccole e allungate, con la buccia spessa lievemente aspra. Completa il corredo olfattivo qualche bella nota speziata, di giovane corteccia d’acero e cannella. In ultimo qualche nota tostata si unisce a un simpatico aroma di mosto d’uva, unico e assai garbato indizio che ci rammenta la relativa gioventù di questo vino. Alla bocca la prima nota è dolce e cortese, poi la beva si allarga in una progressione di sensazioni forti e muscolose. Sostenute da una notevole spinta acida emergono note già morbide e piene, succulenti e potenti ritorni del frutto; il lungo caldo finale ripropone note di frutta, piccole nocciole appena tostate. Il tannino è scoppiettante, né scomposto né verde, ma certamente un po’ esuberante e, da Casavecchia di razza, non vuol ancora saperne di indossare il guinzaglio. Prospettive di lunghissima gittata per questo vino, dal potenziale illimitato.  
Centomoggia 2005. L’annata, particolarmente generosa per i rossi, ha reso possibile una rara fusione di aromi: sul refrain del frutto caldo e maturo, il bouquet si arricchisce di infinite note speziate e tostate, cannella e tabacco. Bacche di ginepro, cuoio graffiato, qualche nota di incenso. Alla bocca è vivo e vitale, generoso e dinamico, completo ed armonico: anche qui l’acidità segna l’inizio e la fine di un percorso sensoriale di grande profondità. Il finale è lunghissimo, con retrogusto di prugna matura e frutta tostata. La sensazione pseudocalorica accompagna dolcemente la deglutizione; il tannino stavolta è gentile e ben disegnato, con un’impronta netta e diffusa. Si può solo immaginare cosa possa fare questo vino in abbinamento ad un formaggio di fossa dell’alto casertano, oppure in compagnia di un culatello stagionato o un maialino nero…     
Centomoggia 2004. Ci sono dei casi in cui il buon degustatore non ha parole, le sue personali espressioni non sono più sufficienti e vorrebbe tanto poter trarre in prestito qualche nuovo aggettivo. Beh, questo è proprio uno di quei casi!! Questo vino rappresenta la prova evidente che anche “i piccoli vitigni” possono dare qualcosa di più di un vino vivo e passionale, che anche un vino contadino può sedere alla tavola dei “nobili”. L’eleganza caratterizza il naso di questo 2004: nulla è banale, ma tutto è coerente, in linea con la tipologia, con il terroir. L’intensità olfattiva è il risultato di una somma sorprendente ed esaltante di aromi, dalla solita ed immancabile prugna matura alla corteccia di liquirizia, dalla china calissaia a note balsamiche calde e avvolgenti, dalla foglia di tabacco ancora umida ed aspra alla viola mammola, alla verbena. La bocca è di grande spessore, il frutto è succoso, pieno e carnoso. La beva è caratterizzata da una dinamicità senza eguali, la spalla acida è imperiosa e sostiene con grande facilità lo spessore del corpo. La competizione tra le note dure, in cui giocano un ruolo importante una gustosa mineralità ed il rotondo tannino, e le note morbide e avvolgenti, spinge l’equilibrio – già perfetto – a picchi d’eccezione. Il finale è potente e lunghissimo. E, dal momento che non posseggo altri termini, come fa ogni buon degustatore posso solo dire in conclusione: eleganza, stoffa, razza e nerbo. Armonia perfetta per questo sontuoso Casavecchia. 
Centomoggia 2003. Confesso subito che questo vino mi ha spiazzato totalmente. Il mio imbarazzo è stato ancor maggiore all’atto della degustazione in quanto qualche minuto prima, come si fa spesso in questi casi, nelle “quinte” avevo preteso quanto meno di poterlo annusare un po’. La cosa ha contribuito notevolmente a depistarmi perchè se prima avevo colto nel bicchiere i segni del tempo e, soprattutto, dell’annata sventurata, poi in sala, dopo circa mezz’ora dalla prima prova, ho ritrovato un vino davvero diverso. E “diverso” dagli altri in un certo senso lo è davvero, ma non per difetto o alterazione di sensazioni gustative: se al naso subito emerge il ricordo di un frutto troppo maturo, ad una più attenta lettura compaiono anche inaspettate fresche note vegetali e minerali. E poi, a seguire, da dietro il paravento di un etereo effetto idrocarburico ecco che spuntano note balsamiche, calde e fascinose, ecco che sento affiorare un caldo effluvio di pietra focaia. Alla bocca entra sommesso e garbato, poi si allarga e si adagia con uniformità diffusa. Gira, si mostra rotondo e generoso. Il finale è caldo e pulito, con ritorno di spezie e frutta matura. Le vere sorprese di questo vino sono senz’altro l’acidità, ancora scalpitante, e il tannino croccante. E tutto ciò non è certo sintomo di maturità, ma semmai di una protratta e interminabile gioventù…   

In poscritto e in conclusione, lasciatemi ringraziare Manuela e Peppe – non certo per l’apprezzamento che hanno voluto riservare alla mia conduzione e di cui comunque sono grato perchè so sincero – ma per l’opportunità di aver potuto prendere parte, al loro fianco, ad un percorso sensoriale esaltante, costellato di trepidazioni e suggestioni infinite, per aver consentito ai moti più intimi dell’animo di questo Casavecchia di raggiungere anche il mio bicchiere.

Il prolungamento del concorso Vino Perfetto ha fatto slittare il programma di due ore esatte e purtroppo ho dovuto rinunciare alla degustazione con la quale si chiudeva il trittico "Campania, il sapere del vino". Per fortuna l’attesa era tale che la sala da 50 posti era piena come nei due giorni precedenti. Voglio quindi esprimere profonda gratitudine a Ugo per aver accettato questo cambio di mano non previsto dell’ultimo minuto in cui ha dimostrato, come del resto con il Greco di Tufo, le sue indiscusse qualità di degustatore professionista severo e appassionato. Colgo anche l’occasione per ringraziare Vittorio Guerrazzi per la degustazione del primo giorno dedicata all’Aglianico e l’Ais Campania che, nella persona del fiduciario di Napoli Tommaso Luongo, ha reso possibile realizzare questi piccoli eventi con professionalità assoluta. Lavorare con persone perbene, libere da ottusi pregiudizi e competenti è una delle cose migliori che la vita ci può riservare.(l.p.)