Zeitgeist beer: provocazione culturale o propaganda commerciale?

Letture: 96
Zeitgeist beer

di Francesco Immediata

Sarà per il mio background a vocazione scientifica, sarà perché io al Liceo alla filosofia preferivo la geografia astronomica (mi perdoni il Dott. Pignataro), ma credevo che il conoscere la definizione di weltanschauung (spiegatami dalla mia dolce metà) fosse sufficiente a sostenere, una tantum, una discussione di natura umanistica. Eppure mi sono dovuto ricredere in quanto costretto ad introdurre nel mio vocabolario anche quella di zeitgeist. Qualcuno a questo punto forse si domanderà se ha sbagliato a digitare l’indirizzo web o se il link l’ha mandato chissà dove ma per tranquillità confermiamo che stiamo parlando sempre di birre ed in particolare del birrificio scozzese Brewdog.


Premesso che non voglio rifilare la solita storia della battaglia per la birra più alcolica al mondo (la Sink The Bismarck! 41°) o raccontare la diatriba trita e ritrita che dilaga sui siti brassicoli anche riguardo le altre bombe estreme prodotte da Brewdog come la Tactic Nuclear Penguin (di “soli” 32°) e nemmeno delle diverse varianti di Paradox o della Speedball (che per il suo nome richiamante l’ormai noto cocktail di droghe è stata ritirata dal mercato) ma mi sembrava legittimo proporre un altro tipo di provocazione del duo scozzese probabilmente molto più latente e sottile.
E’ stato per puro caso che lo scorso venerdì, in un beer shop irpino, mi sono imbattuto nella Zeitgeist beer. L’etichetta era quantomeno inquietante come inquietanti erano le scritte presenti su di essa ma soprattutto a colpirmi è stata la definizione in basso a destra di black lager. La definizione di black lager è tutt’alto che comune ma non è difficile ipotizzare (ancora prima di stappare la bottiglia) che, se si analizzano i due termini, ci si dovrebbe trovare di fronte ad una birra a bassa fermentazione in cui è previsto l’utilizzo di uno o più malti tipo Monaco o Chocolate o addirittura di Roast (orzo non maltato direttamente tostato) da una parte e di Luppolo Hallertuer, Tettnanger o Spalt dall’altra.

Ma allora perché produrre una black lager? Perché voler richiamare i vecchi fasti delle dunkel di Monaco o delle antesignane scure a bassa fermentazione di origine Ceca ormai dimenticate? E soprattutto perché dare a questa birra un nome tanto criptico?
Torno a casa, mi metto al computer e trovo la definizione di zeitgeist che, letteralmente, in tedesco vuol dire Spirito del tempo ma che è anche un’espressione, spesso adottata nella filosofia della cultura otto-novecentesca, che indica la tendenza culturale predominante in una determinata epoca (Wikipedia docet). Mi concentro allora sulle scritte e sul logo dell’etichetta: questa famiglia zoocefala è messa forse in rappresentanza della tendenza massificatrice che predomina in questa epoca? E le scritte di lato dove si legge“io sono uno zeitgeist e mi rifiuto di camminare, parlare e dormire con il gregge. Il mattatoio della conformità non è il mio destino” è per caso una forma di accusa a questo convenzionalismo spinto che annulla il singolo in favore dell’omologazione?
Questa black lager vuole forse identificare una fuga dalla standardizzazione, dalla classificazione e dall’incasellamento in uno stile a tutti i costi?

Zeitgeist beer

Intanto proviamola. La Zeitgeist si presenta bene con il suo coloro scuro: più un black da stout che un brown da dunkel. Il cappello di schiuma si conserva ben poco è altrettanto blanda è la carbonatazione; i sentori che si ripetono sia al naso che in bocca sono un gradevole tostato tendente al torrefatto con richiami sia alla polvere di cacao che al mou. Tutto questo è merito dei malti utilizzati (Lagermalt, Caramalt, Chocolate e Munich) mentre dei sentori derivanti dalla miscela di luppoli non vi è traccia. Se poi si pensa che è stato usato il Cascade, gli estimatori dell’erbaceo e del gradevolmente amaricante resteranno alquanto delusi. La moka accompagna quindi il bevitore fino alla fine chiudendo con un retrogusto gradevole e poco persistente. Un prodotto da 4,9° che non supera i 30 IBU di amaricante e che si lascia bere amabilmente anche da sola senza forzare abbinamenti.


A conti fatti si potrebbe dire che l’intento del birrificio è stato quello di dare segni di controcultura e controtendenza producendo un prodotto che non è nel DNA delle Highlands e che anche nel centro dell’Europa non ha più degni produttori ed estimatori. Eppure ci hanno fatto un sito apposta con tanto di blog, hanno costruito un zeitgeist-pensiero concentrato soprattutto sulle effigi della birra dove campeggiano queste sheeple (immagino fusion tra sheep e people) spingendo al massimo pubblicità e merchandising (compra una T-Shirt in modo da “re-define your individuality”).
Grandi comunicatori o bravi commercianti? Io, mentre ci penso, ci bevo su!