Cantina Moser, i suoi Trento Doc scorrono più veloci del vento
di Luca Matarazzo
La passione per la bici nel sangue, il vento tra i capelli, l’orgoglio nazionale per il record dell’ora a Città del Messico il 23 gennaio 1984, persino superato 10 anni dopo, nel tentativo dell’allora quarantaduenne Francesco Moser di restare per sempre nella storia.
Ci è riuscito pienamente, sia nel ciclismo che nel mondo del vino, pur iniziando in un’epoca dai contorni quasi preistorici. Poco o nulla si sapeva trent’anni fa di Trento Doc, oltre l’immenso lavoro svolto dalla famiglia Lunelli con l’azienda Ferrari. Poco o nulla si sapeva anche di eritropoietina, scandali doping e altre vicende amarissime che avrebbero travolto da lì a breve uno degli sport italiani più seguiti di sempre.
I fratelli Francesco e Diego, entrambi professionisti di “scalate” al limite dell’umana resistenza, avevano iniziato proprio qui, dalla campagna trentina a Palù di Giovo in val di Cembra, dove ogni famiglia coltivava il proprio pezzetto di terra. Periodi difficili quelli a cavallo tra il decennio ’70 e ‘80, di povertà e fatica contadina, ben lontana dal benessere odierno che pone il Trentino Alto Adige al primo posto nelle classifiche. I “tamocchi” e i “baccani”, così venivano chiamati in dialetto burlesco gli abitanti delle valli da coloro che vivevano nel capoluogo tridentino, occupavano piccoli borghi posti come feudi isolati, a macchia di leopardo, dove la mescolanza di genti e culture era frammentata e poco favorita. Il contesto dove mossero i primi passi i Moser non deve essere dimenticato da chi pensa, adesso, che stare al nord significa cambiare con facilità in meglio il proprio destino. «Ci sono stati quattro step fondamentali nella nostra storia – racconta Matteo Moser, figlio di Diego ed enologo dell’azienda – Il primo: la nascita della cantina nel 1979.
Poi l’acquisto nel 1988 di Maso Warth, edificio appartenuto al vescovo di Trento nel XVII secolo; infine, l’idea di spostare qui la produzione e l’imbottigliamento dei vini nel 2003 e il nuovo stile produttivo che ho imposto con il consenso di tutti, a partire dal 2011». A breve giungerà il quinto passo decisivo, dopo i lavori di ampliamento e ristrutturazione dei locali, che vedrà dar luce al nuovo caveau per la sosta dei Metodo Classico. Attualmente si contano 200 mila bottiglie per 13 referenze, compresa la linea Warth per le versioni “ferme” di grandi classici come Riesling Renano e Teroldego.
Alle origini l’aiuto importante del consulente enologico Paolo Tiefenthaler, ora stabile da Casale del Giglio, quindi l’impegno delle nuove leve rappresentate dai cugini Carlo e Matteo per un’azienda davvero a carattere familiare. «Ho cominciato a sperimentare contenitori e tecniche differenti, con l’utilizzo di legni piccoli e vin de réserve sulla scorta di quanto avviene da sempre in Francia» prosegue Matteo Moser.
Il sans année 51.151 Brut, etichetta dedicata al successo sui pedali dello zio, resta l’emblema con cui proporsi al mondo intero.
Una selezione di uve provenienti da tutti i vigneti di proprietà e lo stile che non conosce variazioni nelle annate. Straordinario il Brut Nature millesimo 2019 – sboccatura febbraio 2025 – Chardonnay in purezza dalla bocca agrumata e mediterranea. Due appezzamenti scelti stavolta: quello in Val di Cembra dove prevale la natura calcarea-porfirica con prodotti più sottili e freschi e quella delle alture di Gardolo, con presenza di dolomia per potenza, calore e struttura. Il Blanc de Noirs “Blauen” da Pinot Nero non viene realizzato ogni anno. La vintage ’17 è masticabile e polputa con nuance tropicali ed una lieve scia iodata dal finale ancora giovane e contratto. Tra i “non bollicine” della linea Warth notevole l’espressione del rosso Teroldego 2024, contemporaneo e succoso dalla tipica vena floreale di rosa rossa e spezia candida ideale per le luganeghe stagionate da affettare a mo’ di salume durante l’antipasto tradizionale trentino.






