Dentro “Il vino, la mia vita”: il libro di Riccardo Cotarella
Il libro di Riccardo Cotarella che rispecchia perfettamente la postura del suo autore.
Ogni parola è pesata restituendo una forte coerenza nell’impostazione, nel linguaggio misurato, nel ritmo. Solenne ma cristallino.
Il vino, la mia vita, con prefazione di Bruno Vespa e un indice denso e completo, ci permette di inoltrarci nel racconto di chi è riuscito a costruire negli anni un ruolo di riferimento in Italia e all’estero. Una figura di spicco che ha contribuito a dare un nuovo peso alla professione dell’enologo, grazie a una conoscenza trasversale maturata attraverso esperienze su territori e culture molto diversi tra loro.
Innanzitutto, gli inizi, le sue prime esperienze e disamine per poi attraversare rapidamente la storia: lo fa in poche pagine ma delineando i passaggi che ci aiutano a comprendere ciò che il vino rappresenta oggi piuttosto che un esercizio scolastico fine a sé stesso per quanto necessario. Allo stesso modo affronta il tema delle tecniche e dell’approccio alla degustazione, sempre con l’idea di fornire strumenti utili per scegliere con maggiore consapevolezza.
Quando introduce gli aspetti produttivi, Riccardo Cotarella arriva a scusarsi con i colleghi per le inevitabili semplificazioni nonostante riesca, in realtà, a trasmettere con grande naturalezza elementi di base utili alla comprensione senza appesantire il racconto.
Emerge con forza il legame con la sua Umbria, ma soprattutto con la famiglia. Ricorre spesso lo scambio con il padre, scomparso prematuramente ma che sente concretamente presente accanto a sé, e poi il confronto continuo con il fratello Renzo. È la testimonianza della centralità delle relazioni vere, un aspetto che Cotarella sottolinea spesso anche nelle presentazioni del libro: le crisi esistono, ma si superano insieme. E soprattutto non si può bere vino senza sapere cosa c’è dietro, chi c’è dietro.
Così come durante gli incontri dedicati al volume, torna anche su un tema molto discusso come quello dei vini dealcolati. Ricorda come gli enologi, nel loro ruolo di consulenti, non possano sottrarsi alle richieste del mercato, dei committenti. Sottolinea che sottrarre alcol significa inevitabilmente sottrarre molto altro al vino, ma osserva come l’interesse per questa categoria sembri già perdere parte del suo slancio iniziale.
Alla fine resta soprattutto questo: il racconto di un mestiere e delle persone che lo rendono possibile, districato con chiarezza nella sua complessità. Il testo resta sempre vivo grazie a esempi concreti e piccoli aneddoti che accompagnano lungo il percorso. Perché nel vino, come ricorda Cotarella, non conta solo ciò che c’è nel bicchiere, ma la storia di chi — e di come — lo ha portato fin lì.
