Dialetti Cibo e Vini Naturali: il ristorante a Napoli che da voce al territorio
Vico Satriano 10, Napoli
chiuso il martedì
45/50 euro a persona
di Christian Cutino
La terra, se la sai ascoltare, parla. Non è una frase fatta, ogni territorio imprime un carattere preciso a ciò che produce. È una questione di suolo, di clima, di esposizioni, di persone. Ogni ingrediente quindi ha un accento, un dialetto. Non parlo con gli ortaggi, tranquilli, ma lo scorso Sabato sera, quasi per caso, una passeggiata mi ha portato in un ristorante a Napoli e mi sono reso conto che c’è la possibilità di dare forma concreta a questo pensiero in un’idea di cucina davvero interessante.
Sono da Dialetti, nel quartiere Chiaia, più precisamente a Vico Satriano. Qui la missione è diffondere uno stile di vita sostenibile a tavola e promuovere l’attenzione sugli ecosistemi territoriali. Il format, dalla spesa naturale alla ristorazione, ruota attorno alla filiera corta, ai prodotti artigianali e alla valorizzazione del terroir e del merroir tramite materie prime locali, pratiche sostenibili e una carta vini basata su piccoli vigneron. Grande spazio al vegetale, trattato con grande rispetto e attenzione. Il risultato sono piatti completi ed equilibrati con una coerenza che si percepisce fin da subito. La location rispecchia l’idea: ambiente piacevole, raccolto ma non ingessato, un’accoglienza calda e una cucina a vista.
Sul vino mi sono affidato all’istinto e alla loro guida. Ho iniziato con un blend di Falanghina, Trebbiano e Malvasia, vinificati da fermentazione spontanea, metodo naturale dell’azienda Vitivinicola Bosco, poi ho ordinato tre antipasti consigliati dallo chef: Verza arrostita con bagna cauda e pane croccante, carote del Vesuvio al forno e pancotto con broccoli, verza e caciocavallo. Quest’ultimo merita una parentesi. Piatto contadino per definizione, diffuso nelle campagne campane, nato per recuperare e nutrire.
Qui mantiene la sua anima rustica ma è eseguito con precisione. Un comfort food sì, ma con struttura. Tra i secondi, un pollo alla cacciatora impeccabile. Carne succosa, cottura centrata, il trito del soffritto generoso, e con una fetta della loro pagnotta artigianale la scarpetta diventa un esercizio di pura soddisfazione.
Il piatto che però mi ha convinto di più è stato lo spezzatino di manzo e maiale con vellutata di carote. Qui la carne dalla lunga cottura incontra il sapore quasi caramellato delle carote e crea un bell’equilibrio dove la dolcezza prevale leggermente. In abbinamento il Filari Margherita Bianco di Alberto Lot nato da uve Bronner, un vitigno piwi. Un bianco complesso, agrumato, con delle leggere note erbacee e zero puzzette, quelle che solitamente allontanano dai “naturali”.
Una forchettata di torta caprese chiude il cerchio. L’arrivederci con un calice di “Radicarsi” di Podere Veneri Vecchio, un orange prodotto da uve Falanghina e Piscialietto – vitigno autoctono Beneventano – vinificate senza il controllo della temperatura e lasciate macerare sulle bucce per 40 giorni. Da contemplazione, perfetto per dare un’ultima soddisfazione al palato.
Da Dialetti ho passato una bella serata, ma, oltre all’attenzione gastronomica di cui vi ho raccontato, ci tengo a sottolineare il sorriso e la competenza durante il servizio che hanno sicuramente dato a tutta la cena una marcia in più.
In un momento storico complesso per la ristorazione, in cui spesso si rincorrono mode perdendo identità, Dialetti sorprende per chiarezza e coerenza. Mi hanno raccontato dei nove anni di attività delineati da una presenza discreta ed elegante nella scena napoletana, ma con una visione precisa. Non solo cucina, traduzione. Traduzione del territorio, delle materie prime, delle contaminazioni che, quando sono consapevoli, non snaturano ma amplificano. Dalla prossima volta, se qualcuno mi dirà che parlo con il cibo, risponderò semplicemente che sto imparando a capirne il dialetto.










