Garantito IGP | Il Vino Post Naturale
di Roberto Giuliani
Il concetto di vino naturale ha iniziato a farsi sentire già a metà degli anni ’70, in Francia, allora era davvero appannaggio di pochi e tutto in fase di concretizzazione filosofica. Il passaggio a internet ha determinato una svolta, soprattutto con l’ingresso dei social network, che hanno permesso di diffondere la novella con una velocità un tempo impensabile.
Più o meno tutti, addetti e non, ci siamo trovati coinvolti a dissertare sul significato di vino naturale, chi lo trovava un non senso (“il vino in natura non esiste”, “l’uva senza un processo di vinificazione marcisce, nella migliore delle ipotesi diventa aceto”…), molti si indignavano, altri lo ritenevano una furba operazione commerciale. La contrapposizione netta vino naturale vs vino convenzionale non convinceva e sembrava una chiara forzatura.
Per un po’ di tempo si è pensato a una moda passeggera, intanto in Italia fioccavano associazioni, alcune delle quali adottavano anche regole stringenti che prevedevano analisi dei campioni di vino per poterli accettare o meno. Nascevano fiere dedicate, fino a coinvolgere la più importante, il Vinitaly, e giù altre critiche: “ma come, vogliono distinguersi dagli altri e poi entrano proprio nel simbolo di quel sistema che tanto criticano”.
E poi c’erano i giudizi sui vini ottenuti, soprattutto nei primi tempi erano numerosi i casi di vini problematici, non puliti, difettosi, a volte furbescamente giustificati dal fatto di essere esenti da qualsiasi intervento chimico. Se il vino puzzava era perché naturale, o artigianale (altro termine a volte adottato in alternativa).
Per fortuna, come tutte le novità (è successo tante volte, anche quando sono arrivate le barrique e tutti i vini sapevano di legno), piano piano si impara a gestire, studiando, sperimentando, e oggi si può dire che sono molto maggiori i vini buoni di quelli problematici.
Ecco, sebbene non sia stato così per tutti, il concetto di vino naturale perseguiva una filosofia non interventista, che bandiva la chimica e i prodotti correttivi in cantina.
Ed è qui che arriva l’idea di “vino post-naturale” espressa da Roberto Frega, direttore di ricerca al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, che da molti anni si occupa di cultura del vino, autore di numerosi scritti dove il suo approccio filosofico si intreccia con le storie raccolte nei suoi tanti viaggi tra vigne e cantine.
Secondo l’autore è giunto il momento di un ulteriore passaggio epocale, spostando l’attenzione dal vecchio paradigma naturale-convenzionale a una visione che mette al centro le pratiche agronomiche e la cultura del bere.
Un processo che sta già avvenendo, basti pensare a quanto oggi siano sempre più adottati termini come “ecosistema”, “viticoltura sostenibile” “agroecologia”, ovvero la scienza che si integra con l’ambiente senza sovrastarlo ma cercando il giusto equilibrio, un approccio che porti benefici da ambo le parti.
Come dice molto chiaramente Roberto Frega “il vino non è mai solo una bevanda: è un prodotto culturale complesso e stratificato in cui si intreccino saperi, gesti e narrazioni”, la conoscenza scientifica, quindi, non va rinnegata a priori, ma va utilizzata a complemento di quella visione che il movimento del vino naturale aveva introdotto. Non più opposizione tra tecnica e natura ma interazione e dialogo tra natura e cultura. Concetto che almeno in parte avevano già introdotto pratiche come la biodinamica, ma l’autore ritiene che si debba, e si possa, andare oltre.
“Il vino post-naturale” si divide in otto capitoli, ciascuno dei quali mette a fuoco i vari passaggi dagli albori del vino naturale fino ad oggi, con uno sguardo già proiettato al futuro.
Il primo parte già con un titolo emblematico: “Il vino chimico è finito. So what?”, una frase che per parecchio tempo è stata uno slogan dall’effetto dirompente e dall’indirizzo squisitamente commerciale, che ha funzionato molto bene. In questo capitolo si evidenzia come da una parte ci sia stato un progresso sia tecnologico che culturale in vigna e cantina, con riduzione sempre più importante dei prodotti chimici (in cantina ad esempio è ormai evidente la riduzione sempre maggiore di anidride solforosa, anche nei vini più industriali), trattamenti agronomici sempre meno invasivi, maggiore attenzione all’ambiente, utilizzo di energie rinnovabili per rendere autosufficiente il processo produttivo; dall’altra non si evolve ancora la polemica tra naturale e convenzionale che da oltre quindi anni alimenta i social, allontanandosi sempre più dalle trasformazioni già in atto sul piano agroenologico.
Vengono toccati numerosi temi, come la nascita dei winemaker come star, il cui capostipite è stato indubbiamente Michel Rolland (chi ha visto nel 2004 Mondovino di Jonathan Nossiter ricorderà sicuramente l’enologo francese dettare soluzioni per telefono mentre era in volo); poi l’arrivo delle guide ai vini a livello internazionale (che ha radici lontane, The Wine Advocate di Robert Parker risale al 1978), fino alla crisi del modello di enologia scientifica (proprio quello nato sulle orme di Parker, che ha portato a un uso del legno come ingrediente fondamentale nei vini, soprattutto rossi, a macchinari altamente tecnologici in cantina capaci di contribuire in modo determinante alla costruzione di un vino voluto per il mercato.
Il secondo capitolo è incentrato sulla storia che ha portato a quello che oggi tutti conoscono come vino naturale, origini molto più lontane di quanto si possa immaginare, da una manciata di vignaioli isolati che non sopportavano più l’omologazione produttiva che imperversava e che tra gli anni ’70 e ’80 hanno messo in atto la loro piccola, fondamentale, rivoluzione (molto utile la “genealogia del movimento francese dei vini naturali” all’interno di questo capitolo.
Nel terzo capito entriamo nel merito del concetto di “naturale”, del suo significato e delle sue contraddizioni, un termine per il quale non esiste alcun disciplinare ufficiale a livello europeo.
Il vino naturale ha le sue terminologie descrittive, che non riguardano più profumi e sapori, ma un linguaggio del tutto diverso, si parla di energia, di bevibilità, di vino vivo, vero, nudo ecc.
Un caos sia linguistico che legislativo che ha visto la necessità di porvi almeno in parte rimedio attraverso disciplinari ideati da alcune associazioni, soprattutto in Francia, ma anche in Italia, tutte ampiamente descritte in questo capitolo.
Nel terzo capitolo vengono messi a nudo i pregi e difetti di questi vini, sia sul piano tecnico che su quello squisitamente gustativo, prendendo in esame anche i più frequenti difetti enologici.
Dal quarto capitolo in poi si entra nel merito del vino post naturale, mettendo a fuoco tutti gli elementi che hanno portato a questa ulteriore evoluzione, passando attraverso le nuove generazioni di enologi e agronomi, alla scienza del suolo di Claude e Lydia Bourguignon, approfondendo le pratiche della biodinamica, dell’agroecologia, della permacultura, dell’agricoltura rigenerativa, addentrandosi nel fondamentale lavoro in vigna, dove è ormai chiaro che si farà la vera rivoluzione.
Un testo davvero interessante, che può leggere senza difficoltà anche un profano, un contributo importante in un’epoca dove si corre troppo e diventa, invece, urgente fermarsi, riflettere, respirare, liberarsi da preconcetti, verso una visione più equilibrata e, possibilmente, in sintonia con tutto ciò che la natura ci ha generosamente messo a disposizione.
Come dice l’autore stesso in una recente intervista “Il vino post-naturale non cerca di fermare il tempo. Lo abita”.

