Gino Sorbillo: marchio Pizza Italia contro l’Italian Sounding nel mondo
Cosa possiamo fare per difenderci dall’Italian Sounding? Quello che in passato è stato il problema delle case di moda adesso si ripropone per il cibo, tanto più che con il riconoscimento della Cucina Italiana Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco il problema rischia di amplificarsi con gravi perdite di fatturato per le aziende che lavorano nell’agroalimentare. Si calcola infatti che a fronte di un export cresciuto anche nel 2025 a 72,5 miliardi, che ne siamo almeno altrettanti di finto cibo italiano e il tema non riguarda solo i prodotti, ma anche la cucina.
In questo contesto uno dei cibi iconici più manipolabili è proprio la pizza di cui abbiamo visto lo sviluppo dopo il riconoscimento del 2017. A Las Vegas quasi tutto parla italiano con accento napoletano. Il tema è stato sollevato da Gino Sorbillo, il pizzaiolo più famoso in Italia, durante la conversazione avuta con Bruno Vespa al Forum sulla Cucina Italiana organizzata nella Masseria Li Reni a Manduria dove il giornalista produce i suoi vini da oltre dieci anni. «Occorrerebbe un passaporto delle materie prime per validare in Italia come all’estero quella manualità del pizzaiolo napoletano – ha detto Sorbillo ripreso dal sito Scatti di Gusto (nella foto di Vincenzo Pagano con Bruno Vespa) – È abbastanza inverosimile pensare che un pizzaiolo di Napoli nel corso di una storia centenaria abbia utilizzato farina, pomodori, olio, fiordilatte non italiano. Non dico strettamente napoletano o della Campania ma almeno italiano. Rischiamo un effetto paradossale di Italian sounding in cui diamo per pizza napoletana o italiana una pizza prodotta a partire da materie prime che non sono nazionali. E la stessa situazione potrebbe riproporsi con la Cucina Italiana. Il trascinamento offerto dal riconoscimento Unesco non deve far dimenticare che un piatto di cucina italiana deve avere prodotti italiani. Altrimenti autorizziamo l’utilizzo dell’italian sounding: parmesan al posto del parmigiano reggiano, cheese al posto del fiordilatte, farine tedesche al posto di quelle italiane, olio qualsiasi al posto dei nostri extravergine».
La soluzione potrebbe essere la creazione di un marchio Pizza Italia, due nomi conosciuti in tutto il mondo, che potrebbero utilizzare solo coloro che usano effettivamente materie prime o prodotti italiani. Insomma una certificazione di qualità che prevede trasparenza: il consumatore mondiale deve sapere se il pomodoro, l’olio o la farina che usa sono italiane o meno, poi naturalmente è libero di scegliere come orientarsi.
Si tratta di un tema cruciale per la nostra agricoltura ed è augurabile che le istituzioni, le organizzazioni agricole (Coldiretti, Confagricoltura), le associazioni dei mugnai, dei casari e degli olivicoltori trovino subito una intesa.
