Il Montepulciano d’Abruzzo, il report completo

1/7/2021 802

di Raffaele Mosca

Dalle pendici dei monti alla fascia costiera, dalle rive del Tronto a quelle del Sangro, il Montepulciano domina il panorama abruzzese, ricoprendo due terzi della superficie vitata regionale. Nessuna regione ha un legame così univoco con un solo vitigno – tranne forse la Basilicata con l’Aglianico – e nessuna varietà riesce ad acclimatarsi ugualmente bene in habitat totalmente diversi, alle volte diametralmente opposti.

Montepulciano d'Abruzzo
Montepulciano d’Abruzzo

Purtroppo questa molteplicità di sfumature possibili non viene sempre valorizzata, anzi si cerca spesso di appiattire tutto e di produrre “Il Montepulciano”, ovvero un vino standardizzato che, a seconda delle interpretazioni, può essere semplice, rustico, diluito e spersonalizzato  da rese per ettaro spinte al limite; oppure muscoloso, denso al limite del masticabile, condito da una buona dose di legno nuovo che in certi casi lo rende molto simile a un Syrah o un Merlot del Nuovo Mondo.

Ecco, solo nell’ultimo ventennio c’è stato un cambiamento che, a mio modesto avviso, deriva da una crisi d’identità dei produttori abruzzesi: c’è stata da un lato una riscoperta dei vini leggeri da parte del mercato che ha messo a dura prova i vini-trofeo densi e calorosi di cui sopra; e dall’altro il cambiamento climatico, che rende sempre più difficile produrre vini godibili e corretti senza profondere grande impegno nel lavoro in vigna ed in cantina. Quel che accade sempre più spesso è che vengono a crearsi scompensi tra maturazione tecnologica e maturazione fenologica. Per dirla in parole semplici, il caldo bollente che investe il settore adriatico in estate – e che fino a qualche anno fa era una rarità – fa si che l’uva accumuli il giusto bagaglio di zuccheri per essere considerata matura già a fine agosto, ma, trattandosi di vitigno tardivo, i tannini rimangono verdi fino a ottobre inoltrato, con il rischio, se non si sta attenti, di tirar fuori vini alcolici, opulenti ed acerbi allo stesso tempo.
Tutto questo ha spinto i produttori più illuminati a ripensare la propria produzione, partendo dalla ricerca di esposizioni più fresche e da un lavoro in cantina che punta più alla sottrazione che all’estrazione di tutto l’estraibile. Tre esempi lampanti del nuovo trend sono quelli di Fausto Albanesi di Torre dei Beati, Adolfo De Cecco di Inalto e Paolo De Strasser di Abbazia di Propezzano. Fausto, che gestisce una delle aziende più famose e quotate di Loreto Aprutino, paese “Grand Cru” del pescarese, ha di recente acquistato nuove parcelle a oltre 400 metri d’altitudine, nella zona di Tocco di Causaria, tra il Monte Morrone e la Majella, perché teme che i suoi rossi avranno bisogno di un sostegno acido negli anni a venire. Adolfo, invece, ha portato il suo intero progetto in quota, investendo ad Ofena, nel mezzo dell’Appenino aquilano, e poi andando a riportare la vigna in zone montuose dov’era sparita in seguito alla migrazione verso le coste nel corso del XX secolo. I suoi vini hanno una cifra stilistica assolutamente diversa dagli altri, comparabile solamente a quella di Valle Reale, e inaugurano, a mio modesto parere, un filone del tutto nuovo della viticoltura regionale, che rimetterà al centro la provincia dell’Aquila, dove al momento gli ettari vitati complessivi sono poco più di 600, ovvero meno di un terzo di quelli ospitati nei soli comuni di Tollo, Ortona e Canosa Sannita, storiche roccaforti delle cantine sociali del chietino.

Montepulciano d'Abruzzo
Montepulciano d’Abruzzo

Infine, Paolo De Strasser, titolare di una spettacolare azienda-abbazia nella Valle del Vomano, non lontano dalla costa, produce da qualche anno il MaB, un Montepulciano sintetico ed essenziale già dal nome, affinato in acciaio per preservare la fragranza del frutto, che, a mio avviso, rappresenta il futuro del vino d’Abruzzo con la sua beva fluidissima, ma tutt’altro che effimera. “ Anche nella DOCG Colline Teramane si sta mettendo in atto una rivoluzione del disciplinare per permettere di utilizzare per l’affinamento contenitori che non siano il legno – ci ha spiegato nel corso della visita all’Abbazia – è oramai chiaro che non è la botte a dare complessità e territorialità: ci sono altri modi d’interpretare il Montepulciano, usando magari l’acciaio, il cemento o anche l’anfora, che marcano meno il vino”. C’è chi è andato anche oltre questo modello e ha provato anche la vendemmia anticipata e la macerazione carbonica per dare ancor più frutto e snellezza, ma, per ora, il MaB rappresenta il miglior compromesso tra leggerezza e riconoscibilità del Montepulciano.

Montepulciano d'Abruzzo
Montepulciano d’Abruzzo

Al netto di tutto ciò, gli assaggi ad Abruzzo Wine Experience hanno dimostrato che, contrariamente rispetto a quanto avrei pensato, non c’è una provincia o un comprensorio che spicca sugli altri, ma si trovano vini interessanti sparsi a macchia di leopardo su tutto il territorio. Molte etichette stanno attraversando una fase di transizione verso uno stile più contemporaneo e territoriale; altre, invece, rimangono ancorate al vecchio stile e la speranza è che riescano perlomeno a far breccia sui nuovi mercati. A prescindere da questo, il dato che emerge forte e chiaro da questa degustazione è che vince chi non forza la mano: il Montepulciano è un vitigno con personalità da vendere, che non assomiglia a nessun altro, e la sua versatilità innata va sfruttata per produrre vini originali, caratterizzanti, senza compromessi, non per cercare di copiare altri modelli.

Montepulciano d'Abruzzo
Montepulciano d’Abruzzo

I vini

Abbazia di Propezzano – MaB 2019

Affumicato e croccante di mora di rovo e ciliegia ferrovia in apertura, diventa pian piano più più terragno e speziato, senza però perdere di vista la freschezza. Il sorso è fluido, privo di orpelli, sanguigno e misuratamente tannico, slanciato nel finale preciso e rinfrescante. Come ho detto sopra, è tra i vini più “contemporanei” prodotti in questo momento.

 

Agriverde – Plateo 2015

Stile ricco e concentrato: emergono profumi stramaturi di amarena e liquirizia, mallo di noce, tabacco dolce, torrefazione. In bocca è denso, avvolgente, appena ruvido nella parte tannica e intensamente cioccolatoso in chiusura. Il legno è ben integrato e, tutto sommato, mantiene una freschezza dignitosa a fronte di una massa decisamente imponente.

 

Azienda Tilli – Lupus 2019

Versione giovanile dalle pendici della Majella. Fa solo acciaio e mantiene una fragranza, una vinosità intrigante, con un tocco vegetale e un frutto croccante – mirtillo, ribes, giuggiola – che domina la scena in un sorso snello e beverino, sapido e chinato sul fondo. Buon partito per arrosticini e pallotte cac’e ove.

 

Barone Cornacchia – Vigne Le Coste Riserva 2016

Scuro e profondo: esprime aromi di cacao e catrame, mora e visciola, caffè, un tocco fumè. E’ abbastanza snello ed energico, vispo nella parte tannica,  leggermente amarognolo nel finale di bocca un po’ scomposto.

 

Binomio – Riserva 2016

Vino ambizioso nato dalla joint venture tra La Valentina e l’azienda veneta Inama. Parte in quinta con un colore denso, impenetrabile e profumi molto intensi di sciroppo di amarene e prugna, lavanda, macchia mediterranea, rosa appassita e spezie dolci a volontà. E’ morbido e immediato, muscoloso ed avvenente. L’apporto del legno si fa sentire, ma non inficia una progressione rinfrescata da un tocco vegetale. Potente.

 

Bosco – Pan 2015

Interpretazione classica di un’azienda storica del pescarese. Profuma di oliva nera e liquirizia, liquore ai mirtilli, sottobosco e radici. E’ lineare e succoso, non troppo massiccio; il tannino è appena polveroso e il finale coerente con tutto il resto ha una buona durata. Didattico.

 

Buccicatino – Don Giovanni 2017

Storico vino di punta di una delle prime aziende biologiche del chietino. Esordisce con toni speziati di cannella e chiodo di garofano che lasciano spazio ad amarena e pot-pourri, tabacco e legno arso. E’ generoso e piacente, scandito da rimandi balsamici che incorniciano uno sviluppo rotondo, appena in debito di freschezza. Non durerà in eterno, ma al momento può regalare belle soddisfazioni in abbinamento ad abbacchio, pecora alla callara e via discorrendo.

 

Cantine Maligni – Mastro 2017

Dolce e goloso: la nota di testa ricorda la yogurt ai mirtilli; poi emergono lampi di oliva in salamoia, carne grigliata, erbe disidratate. E’ insolito e caratteriale, segnato da un’acidità pulsante che dà slancio e da tannini appena ruvidi. Rende un’idea di leggera rusticità, ma la dinamica è interessante e alla prova dell’abbinamento con ragù e carni ovine potrebbe farsi valere. Buono.

 

Cingilia – 2019

Spiazzante esordio su toni di rabarbaro, chiodo di garofano, erbe officinali. Coerente con questa linea è il sorso di medio peso, vagamente vegetale nella progressione tonica, essenziale, appena amarognola in chiusura. Scorrevole.

 

Cantina Miglianico – Pietra Majella 2017

Noce moscata e fiori appassiti, un’ idea di genziana ed erbe disidratate. L’apporto del legno tende a coprire un po’ il frutto, ma la spinta acida emerge in chiusura e dinamizza la chiusura convincente. Piacevole.

 

Cantina Tollo – Mo Riserva 2016

Speziatura da legno che emerge forte e chiara: incenso e chiodo di garofano, noce moscata, cannella, vaniglia, e solo dopo il frutto scuro e maturo. Al palato ricalca lo stesso modello: la cornice del rovere è in bella mostra, il tannino è mediamente astringente, spezie ed erbe balsamiche prendono il sopravvento nel finale di media persistenza. E’ ben fatto, ma un po’ retrò.

 

Cataldi Madonna – Tonì 2017

Il millesimo non è dei migliori, ma il Tonì riesce comunque a distinguersi. Il profumo è di eucalipto e rosa, more e mirtilli, macchia mediterranea e caffè. Il gusto è succoso e sexy, ampio nei rimandi fruttati, meno complesso che nelle grandi annate, ma in perfetto equilibrio tra struttura e piacevolezza di beva. Ottimo (come sempre).

 

Chiusa Grande – In Petra 2017

Singolarissima versione affinata in vasche di pietra di Franco D’Eusanio, interprete fuori dai gangheri che produce sempre vini eversivi, anarchici. Questo in particolare disserra profumi gagliardi di mela rossa e grafite, terra bagnata, erbe officinali, viola appassita. E’ dritto e tonico: il tannino spinge, il frutto tiene a bada l’acidità sferzante e il finale fa forza su note saline e ferruginose di ottima persistenza. Molto intrigante.

 

Cirelli – Anfora 2019

Restio a schiudersi sulle prime, ma la materia c’è e, dopo un paio di giravolte nel bicchiere, compaiono sbuffi di mirtilli neri, erbe aromatiche, inchiostro e felce. E’ meno scapigliato, più aristocratico dei fratelli Trebbiano e Cerasuolo, decisamente minerale e vigorosamente tannico nella progressione grintosa che ha bisogno di tempo per assestarsi. Promettente.

 

Citra – Laus Vitae 2016

Caffè a tutto spiano e poi confettura di visciole, cioccolato fondente, oliva al forno e liquirizia. Sorso denso, rotondo, non proprio dinamico, ma di buona persistenza. E’ una versione abbastanza classica e confortante che sicuramente avrà i suoi fans.

 

Codice Vino – Torrepasso 2017

Di nuovo la torrefazione in prima battuta, ma il quadro è più raffinato e si arricchisce progressivamente di sfumature di rosa rossa e menta, tabacco, noce moscata, liquore ai mirtilli. In bocca seduce e conquista con il suo mix di frutto morbido, avvolgente e acidità e sapidità in lizza che rendono la dinamica avvincente. La vera rivelazione di questa batteria.

 

D’ Alesio – Tenuta del Professore 2015

Una presenza fissa nella carta del tristellato Reale di Niko Romito e l’alter ego rosso di un grandissimo bianco. Non c’è nulla di facile ed effimero in questo profilo che chiede tempo e ripaga con aromi scuri, austeri, ma accattivanti, di fogliame secco e carne cruda, ruggine, barlumi di frutto e balsamicità. Appare scontroso in questa fase, ma la sostanza c’è, l’equilibrio pure e il tannino veemente e la spinta acida lo proiettano verso il futuro. Molto promettente.

 

Francesco Massetti – Quaranta Cinque 2019

Inchiostrato, impenetrabile, sa di vernice e ciliegie sciroppate, carrube, affumicatura. Il tannino un po’ ruvido asciuga un sorso potente, massiccio, leggermente più dinamico nel finale sapido e chinato. Più sostanzioso che raffinato.

 

Faraone – 2017

Profondità e stratificazione da vigna vecchia: genziana e bacca di ginepro, mora di rovo e accenti “sauvage”. Progressione carica di frutto scuro, maturo, che va a braccetto con refoli speziati e una sapidità gagliarda. Interessante.

 

Fontefico – Cocca di Casa 2017

Stile caldo e avvolgente da terroir costiero. Ha la dolcezza della marasca e del fico, con spunti di carrube, legni balsamici e macchia mediterranea a fare da cornice. Il corpo pieno è messo in moto da un guizzo sorprendente di salinità e da un tannino disinvolto che cadenza un finale fruttato e balsamico di somma piacevolezza. Ottimo.

 

Il Feuduccio – Ursonia 2016

Classico e confortante: oliva nera, cioccolato fondente, legno di sandalo, un’idea più scura di carne grigliata e catrame. L’acidità data dal territorio pedemontano emerge e fornisce sostegno al corpo pieno e ampio nei rimandi che spaziano dal sottobosco all’amarena. E’ uno di quei vini che stanno gravitando verso uno stile più dinamico, senza però cambiare fisionomia. Molto buono.

 

Inalto – Campo Affamato 2018

Il “vino del futuro” esordisce con un guizzo di rabarbaro ed erbe officinali e prosegue con bacche nere, cacao amaro, spunti affumicati, a rendere un’immagine abbastanza chiara del terroir montano. In bocca è snello, scattante, il tannino è abbastanza delicato e il frutto fresco, integro, fragrante. Gli manca qualcosina per essere veramente compiuto, ma la strada è quella giusta e il futuro appare alquanto prospero.

 

Lampato – Lamagella 2019

Non lo conoscevo e l’ho trovato veramente centrato. Ha un naso classico – affumicatura, chinotto, visciole e mirtilli maturi – ma è al palato che convince particolarmente con la sua progressione carica di frutto scuro e allo stesso tempo nervosa e slanciata, fresca d’agrume e di viola sul fondo. Bella versione snella e gourmand.

 

Emidio Pepe – Montepulciano 2015

Un monumento al vino abruzzese che, ora come ora, si trova in una fase di giovanile irruenza. Grafite e pellame sono i primi riconoscimenti, seguiti da pepe e bacca di ginepro, mirtilli succosi e croccanti, qualche spunto di erbe officinali. La stoffa è quella di un campione: al momento primeggia il tannino selvaggio, travolgente, ma s’intuisce una materia sopraffina, che emerge più chiara nel finale profondo e ammaliante. Straordinario.

 

Inverso – Posso 2020

Ragazzi giovanissimi che producono ad Ortona, nel chietino, un vino classico e senza orpelli, caldo di mora matura e visciola, vinoso e pepato, che procede snello e diretto in bocca, senza picchi di complessità, ma pulito ed equilibrato. Pollo ruspante al forno.

 

La Quercia – Primamadre 2015

Classico, ma con guizzo di freschezza che lo rende più “moderno”. I profumi evidenziano un inizio di evoluzione: biscotto al cioccolato e prugna, rosa appassita, radici. In bocca il tannino spinge, l’acidità pulsa, il frutto dà pienezza senza appesantire. Ben fatto.

 

Marchesi de Cordano – Trinità 2015

Decisamente maturo e piuttosto profondo: humus e oliva al forno, legno stagionato, tartufo. La bocca è ricca, avvolgente, ma più dinamica del previsto; il tannino appena disidratante non inficia un finale godereccio e goloso al sapore di “scrucchiata” (confettura d’uva al Montepulciano). Molto buono.

 

Petrini – Rosaria Riserva 2016

Fitto e austero, rilascia a poco a poco sensazioni di rovere vecchio e chiodo di garofano, mirtilli aciduli, pellame. E’ più leggibile al palato, dove il tannino vispo fa da contraltare al frutto sempre scuro e croccante. La chiusura fa forza su ritorni minerali. Interessante.

 

Tenuta I Fauri – Ottobre Rosso 2020

Bel naso ematico, quasi sanguigno, con lampi di concia e inchiostro, bacca di ginepro. Sorso essenziale, schietto, ritmato da un ritmato da un tannino verace e scuro di more e mirtilli nel finale saporito. Centrato nella sua relativa semplicità.

 

Tenuta Oderisio – Don Panfilo 2016

Esplosivo, caloroso: dà sfogo a sensazioni dolci di cioccolato al latte e  mirto, incenso, sciroppo di more. E’ molto denso e decisamente marcato dal rovere che ne comprime il finale.

 

Tenuta Ulisse – Amaranta 2018

Tostature da rovere a più non posso e folate d’incenso. Il frutto emerge più nitido nel sorso caldo, avvolgente, supporto da adeguata freschezza, ma un po’ appesantito dal legno non proprio integrato.

 

Terzini – 2018

Un filo di riduzione e poi ciliegia ferrovia, violetta, un tocco boschivo. Il gusto è semplice e vibrante, salato e agrumato nel finale non profondissimo, ma tonico e gourmand. Buono.

 

Tenuta Arabona – Terra Cruda 2012

Il decano della batteria mette in bella mostra i connotati che il Montepulciano assume in evoluzione. Tabacco e succo di melagrana, after eight, cuoio e naftalina profilano un naso singolarissimo e riecheggiano sul fondo di una gustativa morbida e confortante, matura, ma non stanca, con il giusto supporto tannico a sostenere la chiosa lunga ed appagante. Davvero un bell’esempio di vino “invecchiato”, ma ancora lontano dal viale del tramonto.

 

Torre dei Beati – Mazzamurello 2018

Un vino “benchmark” che parte con sensazioni intensamente balsamiche di vetiver e sandalo, seguite da yogurt ai frutti di bosco, viole appassite, vaniglia da rovere e un cenno di ruggine. L’apporto della barrique è ancora un po’ esuberante, ma la materia di fondo è ricca, l’acidità ben dosata, il finale balsamico rinfresca l’insieme. Lo terrei da parte per il momento, ma le prospettive sono ottime.

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