La storia di Benanti sull’Etna, i suoi vini e la marcia in più sulla cucina
di Francesco Raguni
Di là del Monte Serra, tra le vigne di nerello mascalese e il mare, svetta la struttura d’accoglienza dell’azienda vitivinicola Benanti. Ad accoglierci troviamo uno dei tre sommelier che lavorano per l’azienda, Dario Sangiorgio (il team è composto anche da Giuseppe Fiorito e Francesco Pisasale). Il nostro viaggio parte dal vecchio palmento, un tempo operativo, oggi manifesto dei giorni passati e dell’antica tradizione etnea, che sfruttava la gravita per portare l’uva dalla vigna alla cantina.
La storia della famiglia Benanti affonda le sue radici nel 1734, quando un antenato viene inviato dall’Emilia Romagna in Sicilia. Così, alla fine del 1800, si avvia la produzione viticola. L’azienda – come la conosciamo oggi – nasce invece nel 1988 grazie al Cavaliere del Lavoro ed Accademico Aggregato dei Georgofili, Giuseppe Benanti (1945 – 2023), che acquista diversi vigneti sui versanti Nord ed Est dell’Etna. In questa scelta, è marcata la volontà di andare oltre la produzione amatoriale fino ad allora portata avanti. Prima affiancato da enologi provenienti da territori d’elezione come la Borgogna e le Langhe (si pensi al Prof. Jean Siegrist dell’Institut National de la Recherche Agronomique di Beaune e gli esperti enologi Gian Domenico Negro e Marco Monchiero), poi con il lavoro di un giovane Salvo Foti, Benanti riesce ad alzare sempre di più gli standard qualitativi della produzione.
Una scelta significativa è rappresentata dalla volontà di puntare sui vitigni autoctoni dell’Etna: Carricante nelle zone di Milo, che trova ad oggi una delle sue massime espressioni nel Pietra Marina, e Nerello Mascalese nei versanti Nord e Sud, per declinarlo nelle sfumature che ogni singola contrada offre.
Ad oggi, l’enologo è Enzo Calì, dipendente della cantina dal 2004.
Come ci racconta Dario durante la visita, la famiglia Benanti si è posta fin da subito la valorizzazione del territorio etneo e la sua relativa narrazione attraverso il vino. Del resto, i versanti sono differenti per esposizione, temperatura, tipologia del suolo, luminosità e molto altro. Più queste differenze torneranno al calice, più il vino sarà autentico. E così si arriva al 2003, anno in cui Benanti diventa la prima cantina a produrre uno spumante metodo classico prodotto da solo Carricante (il Noblesse n.d.r.). Nel 2012 l’azienda passa dal Cavaliere Giuseppe ai figli Antonio e Salvino, che – forti dei loro studi – vi conferiscono un taglio più moderno, puntando tra le altre sullo sviluppo dell’enoturismo.
Passando ai nostri giorni, Benanti conta un totale di 17 etichette. Si tratta di 3 metodi classici (di cui un Carricante Brut 48 mesi), 3 etichette base (tre Etna DOC, rispettivamente bianco, rosato e rosso), 8 contrade (tra cui il Nerello Cappuccio in purezza) e 3 vini iconici (l’Etna Bianco Superiore Pietra Marina, gli Etna Rosso Riserva Rovittello e Serra della Contessa). I bianchi – sia il contrada Cavaliere che il Rinazzo – fanno affinamento sulle fecce fini: il Pietra Marina sta a contatto con le suddette persino per 30 mesi! Le contrade in rosso sono Monte Serra, DafaraGalluzzo, Cavaliere, Calderara Sottana e il nerello cappuccio. Le prime passano tutte dal legno, mentre l’ultima affina soltanto in acciaio.
L’utilizzo moderato della botte, mai invadente e coprente, ha lo scopo di rendere giustizia ad ogni singola declinazione del nerello Mascalese per contrada, in un viaggio che parte da Nord e arriva fino a Sud, tracciando un solco tra austerità e morbidezza.
La degustazione
A riprova della volontà di investire sull’enoturismo, non si può non dedicare un’apposita menzione ad uno dei fiori all’occhiello di questa cantina: la cucina. Gli chef Gianluca Sottile (piemontese, con esperienza lavorative tra cui il ristorante “Il Cappero”, 1 stella Michelin) e Enrico Rinaldi (siciliano, laureato ALMA) riescono a ricamare, di volta in volta, d’intesa con i sommeliers, dei piatti ad hoc per i vini in degustazione.
La cucina diventa quindi co-protagonista, avendo come stella polare la perfetta sinergia tra sorso e boccone. Le portate proposte rappresentano l’incontro delle origini dei due cuochi: esempio di ciò, sono i Plin alla norma, capaci di unire un primo della tradizione piemontese ed un altro della siciliana. In base al percorso scelto, comunque, la cucina proporrà o degli abbinamenti più leggeri, come tapas e affini, o un vero e proprio pranzo.
Quest’ultimo inizia con un amuse-bouche che – in occasione della nostra visita – è constato di tre assaggi: lo sfincione (tipica focaccia siciliana, morbida condita con salsa di pomodoro, cipolle, acciughe, caciocavallo e pangrattato n.d.r.) un crostone di pane con un salume di cinghiale (dal sapore molto delicato) e una sfera di baccalà. In abbinamento, i sommeliers abbinano tanto il metodo classico della cantina, Noblesse, quanto – per chi vuole smarcarsi dalla classica bollicina – l’Etna Bianco Contrada Cavaliere (2022). Carricante in purezza che affina soltanto in acciaio, al naso reca note di limone e sfumature minerali: la sua bocca delicata lo rende un inizio interessante. Con una delle tre etichette iconiche di Benanti, il Pietra Marina,
Gianluca ed Enrico, d’intesa con Dario, hanno accoppiato una portata all’insegna della freschezza: tartare di ombrina, cetriolo marinato al miso, germogli di trifoglio e acqua di cetriolo (il piatto viene completato al tavolo davanti al cliente).
Come accennato sopra, a questo antipasto è stato affiancato l’Etna Bianco Superiore Pietra Marina, (2020 – annata eccellente sull’Etna): Carricante di Milo proveniente da un blend vigne nuove e vecchie in Contrada Rinazzo, affina soltanto acciaio e non sfiora mai il legno, così da mantenere il più integro possibile il bagaglio aromatico del vitigno. Dal colore più dorato e dal naso più complesso, presenta note di limone quasi candito, erba tagliata, minerali e idrocarburi (queste ultima dovute all’evoluzione). La grande acidità al sorso è foriera di un ampio potenziale evolutivo; altrettanto marcata è la persistenza.
Benanti, comunque, ha un’etichetta di Nerello Cappuccio in purezza (2022): si tratta di un rosso molto versatile, pronto, da bere anche con temperature più elevate, servendolo a qualche grado in meno. È l’unico rosso dell’azienda che non affina in legno, ma soltanto in acciaio.
Alla vista rossopurpureo, all’olfatto manifesta aromi di marmellata di frutta a buccia nera e fiori scuri.
Il tannino non aggressivo e la sua buona freschezza lo rendono un vino molto gastronomico, capace di spiccare proprio di fianco ad una portata e valorizzarne i profili gustativi. In abbinamento, è consigliata la parmigiana, classica o nella versione proposta dagli chef: melanzane al forno, rivestita da tre salse, rispettivamente al pomodoro confit, al basilico e alla burrata. La marcia in più è data dal cioccolato di Modica, grattugiatovi sopra al momento del servizio al tavolo.
Con i primi si passa ad alcune delle Contrade vestite di rosso. Da un lato, abbiamo avuto l’Etna Rosso Dafara Galluzzo (2022): Nerello Mascalese in purezza, proveniente da vigne di 30 anni che affondano le loro radici a Rovittello (ci troviamo sul versante Nord, è stata la prima contrada acquistata dal Cavaliere Benanti negli anni ’90 n.d.r.). Il vino riposa un anno in tonneaux di rovere francese, per poi tornare in acciaio ed integrare il legno. Al naso frutta a buccia rossa, bella spezia nera e sentori terziari, in bocca il tannino è deciso senza risultare aggressivo. Dall’altro, abbiamo poi trovato l’Etna Rosso Monte Serra (2022), anch’esso Mascalese in purezza, ma del versante Sud. Il bouquet olfattivo si sposta sulle sfumature floreali, il sorso è più gentile.
Il secondo si attaglia maggiormente ad una pasta alla norma o al Plin di cui sopra, il primo invece si abbina bene con un primo più spinto, come il bottone ripieno di capriolo e verza, con verza vetrificata e brodo di guanciale. La parte selvaggia del piatto veniva ben domata dal vino, creano un sano dualismo dove l’uno non ha prevaricato sull’altro.
Dulcis in fundo, uno dei due vini rossi iconici dell’azienda: l’Etna Rosso Serra della Contessa (2014). Le uve (per la maggior parte Nerello Mascalese) provengono da un blend, dove confluiscono anche alcune allevate ad d’alberello centenario, in contrada Monte Serra. Il vino affina in botte grande per 24 mesi, per poi tornare in acciaio e riposare infine un altro anno in bottiglia.Alla vista, mostra delle nuances granate, all’olfatto rivela tutta la sua ricchezza: nota ematica, arancia sanguinella, sottobosco e funghi, sentori terziari. Dodici anni di vita, eppure il tannino è ancora presente, lunga la persistenza e marcata la freschezza. In evoluzione rivela anche sentori dieucaliptolo. Dal 2015, inoltre, l’etichetta esce sul mercato come riserva. In abbinamento, Gianluca ed Enrico hanno proposto un petto d’anatra accompagnato da una carota glassata alla carota e una salsa al pepe (a base vegetale). Il boccone d’anatra, ancora morbido e succulento, chiamava a sé Serra della Contessa, che asciugava la bocca e la preparava ad un altro. Il percorso, comunque, si chiude con dei dolci e con la classica piccola pasticceria.
Insomma, tanti vini e ancor di più gli abbinamenti possibili. La storia della cantina parla da sé e il calice conferma. La cucina di Benanti diventa elemento di spicco e di differenza, a riprova di come i vini dell’Etna – per quanto si accoppino in maniera egregia con la tradizione gastronomica del Vulcano – possano guardare oltre, senza timore, e approcciarsi a piatti differenti ricchi di contaminazioni.















