L’Ispettore Michelin / Cinque Terre – X. Posta

12/12/2017 1.3 MILA
Manarola, la chiesa
Manarola, la chiesa

di Fabrizio Scarpato

Un ufficio postale, come un bed & breakfast, nelle Cinque Terre non si nega a nessuno.

Il mio è nella parte alta di Manarola, vicino a una chiesa, che ha la particolarità di avere un campanile non accanto, ma di fronte, dall’altra parte della piazza: forse una torre preesistente riadattata, perché trovandosi lato mare, era dotata di panorama, o più facilmente perché qui non si butta via niente. La mia proverbiale avversione ai cellulari mi ha consigliato di tornare a più rassicuranti raccomandate prioritarie: c’è da aspettare, ma evito di scassarmi i camemberts bestemmiando compulsivamente su una tastiera. C’è sempre tempo, e c’è da riscoprire l’attesa: così quando risalgo il paese oltre la ferrovia, faccio tappa in un bar strategicamente situato alla giusta distanza dalle Poste, rallentando come un giocatore di poker che spilla le carte prima della puntata. Mi gusto la mia curiosità, centellino le sensazioni, godo delle mie intuizioni, prima di andare a vedere cosa c’è sul tavolo. E’ qui che mi torna utile la complicità di una sambuca con ghiaccio: è un buon modo per recuperare fiato dopo la salita, e quindi caffè, focaccia e sambuca. Mi sono fermato al bar anche stamattina, ma devo ammettere che la sambuca l’ho ingollata di fretta: il numero di telefono relativo a una chiamata senza risposta era quello giusto, quello che mi avvertiva che al mio Fermoposta Manarola c’era un plico importante.

Inevitabile quindi che, dopo, venissi qui alla fine del tunnel, perché c’erano decisioni da prendere, con un bicchiere di bianco in mano, sulla prua della mia mezza nave. Erano passate diverse settimane e quelle decisioni sarebbero state più facili se proprio nella mattinata non si fosse messo di mezzo un bel mucchio di interrogativi, di inciampi, in cui la mia precisa imprecisione sguazza come una paperella nella tinozza, giocando a mettermi nei casini.

Stavo tornando in paese, dopo aver atteso qualche minuto sulla piazza della chiesa per il passaggio dell’ennesimo funerale senza il morto: lungo la discesa mi sono fermato in uno slargo per bere a una fontana, quando qualcuno mi strattona trascinadomi dentro una specie di officina. Ho fatto appena in tempo a capire che era Paride, e quello mi tira un cazzotto in bocca senza preavviso: «La devi lasciare stare, la devi lasciare stare. Elena è mia, hai capito? E’ mia». Non sono così arrugginito da non sapermi difendere da un aggressore sprovveduto quantunque determinato come quel ragazzone inesperto: schivo il secondo pugno, gli afferro il braccio e ne faccio leva dietro la sua schiena. Lui è costretto a una torsione che mi facilita una presa alla gola con l’avambraccio: sono in posizione di vantaggio e stringo forte, portandolo a più miti consigli. «Elena è la mia donna, hai capito!» dice lui tra un colpo di tosse e un principio di lacrime. Io continuo a stringere e replico: «Ascoltami bene: io non ne sapevo niente. Mi devi credere. E comunque non sono cazzi da risolvere con duelli e sceneggiate. E’ la vita. E non mi va di rompermi i coglioni per queste stronzate. Ora ti mollo se sei tranquillo e stai buono. Non farmi incazzare che potrei farti male davvero». Ho dato un’altro strattone e poi progressivamente ho allentato la presa. Lui si allontana tenendosi la gola e tossendo, rosso paonazzo, io maschero l’avanzare dell’età tirando il fiato più volte e restando saldo in piedi, quando magari avrei avuto bisogno di una sedia. Ma nessuno dei due poteva immaginare quel che sarebbe successo dopo.

«Paride! Paride!» era Elena che entrava agitata nell’androne dell’officina, sillabando il nome del ragazzo, non come se lo chiamasse, e nemmeno se chiedesse aiuto, no, aveva il tono di chi chiama un subalterno, un dipendente bistrattato. Il terzo grido le si è strozzato in gola, quando mi ha visto. E così ho potuto guardarla immobile tra ferro e trucioli, lastre di plastica colorata, un’infinità di materiale da rigattiere e un sacco di attrezzi adatti alla bisogna: era chiaramente l’officina in cui Paride e il padre allestivano i personaggi del presepe. Su una scrivania stracolma di cartacce e oggetti, si vedeva una scatola con dei nastri arancioni, quelli che Paride avrebbe dovuto usare per il suo sentiero della memoria. Era un pesce, forse un’orata, quella figura in scatolato tra le gambe di Elena, più in là un delfino. Per un attimo, una frazione di secondo, mi domandai cosa ci facesse un delfino in un presepe e mi son dato la risposta che siamo in Liguria, e mi è bastata, forse per via della concitazione del momento.

Ho avuto la precisa sensazione che Elena avesse esitato un solo secondo, quanto bastava per resettarsi e porsi in una nuova modalità di comportamento e di pensiero, che non erano gli stessi con cui era entrata sbraitando. Poi si è avvicinata a Paride e lo ha preso piangente tra le braccia, consolandolo come un bambino. Dopo, solo dopo, forse, ha rivolto lo sguardo, il suo bellissimo sguardo verso di me. Ma io me ne ero già andato via.

J.L. David, Gli amori di Elena e Paride
J.L. David, Gli amori di Elena e Paride

Bevo un bel sorso di vino e riapro la lettera che accompagnava il pacchetto di documenti che mi era arrivato in mattinata. E’ Routtier che mi scrive, col suo solito modo sboccato un po’ unto e bisunto, ma devo ammettere che anche questa volta ha fatto un buon lavoro.

«Vecchio bastardo testa di cazzo che non sei altro! Come cavolo ti devo chiamare? Sua eccellenza? Agente speciale 0069, battuta!, un punto meno di 007? Mi chiamo Michelin, Gustave Michelin… Fanculo. Bentornato nel branco vecchio mio, anche se ora sei un pezzo grosso dell’Interpol. Ti invio un bel pacco di documenti che dovrebbero esserti utili per le indagini che stai seguendo in Italia. Com’è là? Bello? Gnocca? Figurati se non hai trovato della gnocca… Insomma venendo a noi, ti racconto per sommi capi una storia. Anchise Merani era un vispo ottantenne, nato a Riomaggiore, e residente da quasi cinquant’anni a Rosario in Argentina. Un giorno si ricovera per un intervento a un ginocchio e ci lascia le penne. Rompe i coglioni, ma ci può stare. Senonché si viene a scoprire che è morto per un eccesso di un medicinale banale che si usa in quei casi per rendere più fluido il sangue, e non mi chiedere perché. Si prende l’infermiere di turno e si scopre che aveva grossolanamente sbagliato dose. Parte un’inchiesta e ci si rende conto che c’erano state diverse morti sospette negli ultimi tempi, in quello e in altri ospedali, tutte di italiani d’Argentina. Qui entriamo in ballo noi che scartabelliamo i data base di mezzo mondo e in qualche settimana, questa è la novità, scopriamo che i morti erano parecchi, tutti con medesima modalità di morte improvvisa e imprevedibile, tutte ad opera di infermieri di origine greca, che, la faccio breve, facevano capo, perché sotto ricatto per vari precedenti, dalla droga all’immigrazione clandestina, a una organizzazione comandata da tale Ulisse Ouk.. (boh… te lo vai a leggere nei documenti). Il tipo è conosciuto per una vasta attività marinara, che va dal traffico di stupefacenti e di prostitute minorenni, a quello di opere d’arte e quant’altro si può fare via mare. Il bello è che ultimamente è stato segnalato proprio nell’alto Tirreno, forse per riciclaggio, forse per concorrenza sleale e contrabbando, ma la cosa certa è che trattasi dell’Ulisse che tu mi hai riferito trafficare lì in Liguria, con il presidente di non ricordo cosa, il quale ultimo avrebbe un concreto interesse nelle morti di tutti quei vecchietti. Ora vedi tu cosa fare. E’ tutto vecchio mio, ti abbraccio. E non scopare troppo».

Stasera stessa partirà una richiesta di fermo per Achille, l’imperatore. Ora dovrò uscire allo scoperto. Ma ho la netta sensazione di non essere il solo, oggi, che si è mostrato per quello che è, e dovrò farci i conti. Davanti a un tramonto da fiaba, cerco di trovare una sola ragione, prima che il sole sparisca all’orizzonte, per credere che questi scampoli di verità siano un bene, che le cose dopo andranno meglio. Il mare alla fine ha inghiottito un sole arancione, ma io quella benedetta o maledetta ragione non sono riuscito a trovarla.

Tramonto arancione dal Re Pescatore
Tramonto arancione dal Re Pescatore