Riccardo Cotarella: diciamo basta al masochismo enologico del vino italiano
L’editoriale di Aprile del Presidente Assoenologi
C’è un’espressione che negli ultimi tempi ho usato più volte, anche in occasioni pubbliche: masochismo enologico.
È una formula forte, volutamente provocatoria, ma necessaria per descrivere una tendenza tutta italiana a indebolire, talvolta inconsapevolmente, uno dei comparti più identitari, solidi e riconosciuti del nostro Paese.
Tutti sosteniamo che il vino italiano è cultura, economia, paesaggio, lavoro. Eppure, anziché difenderlo e valorizzarlo in modo compatto, assistiamo a un continuo logoramento interno, fatto di divisioni, comunicazione inefficace e, soprattutto, di un racconto spesso negativo che finisce per penalizzare l’intero sistema. Le criticità sono note e le abbiamo elencate più volte.
La prima è la frammentazione: un settore straordinariamente ricco di diversità che però fatica a fare squadra quando si tratta di tutelare
interessi comuni.
La seconda è la debolezza comunicativa: il vino italiano, pur essendo eccellente, spesso non riesce a raccontarsi con la stessa efficacia di altri competitor internazionali.
La terza è una certa autoreferenzialità che impedisce di parlare a nuovi pubblici, in particolare ai giovani. A tutto questo si aggiunge un elemento ancora più insidioso: una narrazione pubblica sempre più ostile, che ciclicamente torna a colpire il vino, soprattutto sul fronte del rapporto con la salute. È qui che il masochismo si manifesta in modo più evidente.
Perché mentre altri settori reagiscono, si difendono e fanno sistema, il vino italiano troppo spesso subisce, senza una risposta unitaria e forte. Colpisce, ad esempio, come il bersaglio privilegiato sia il vino, mentre altri prodotti ben più problematici sotto il profilo sanitario, come i superalcolici, restino ai margini del dibattito.
È una distorsione evidente, che non può essere ignorata. Il vino, consumato con moderazione e all’interno di uno stile di vita equilibrato, è parte della dieta mediterranea, della nostra storia e della nostra identità. Ridurlo a un problema sanitario tout court è una semplificazione pericolosa e non veritiera. Non si tratta di negare i rischi legati all’abuso, che esistono e vanno affrontati con responsabilità, ma di rifiutare una narrazione ideologica e spesso superficiale.
Su questo punto è stato molto chiaro anche chi, da anni, osserva il settore con competenza e indipendenza: il vino è spesso un bersaglio facile, anche perché non ha alle spalle grandi investimenti pubblicitari capaci di influenzare o equilibrare il racconto mediatico.
E qui arriviamo al cuore della questione: cosa fare per uscire da questo masochismo? La prima azione è smettere di demonizzare il vino, anche indirettamente. Non possiamo essere noi per primi a mettere in discussione il valore di ciò che rappresentiamo.
Difendere il vino non significa essere ciechi, ma avere consapevolezza del suo ruolo culturale ed economico. La seconda è comunicare meglio.
Serve una narrazione moderna, inclusiva, capace di parlare ai consumatori di oggi senza rinunciare alla profondità. Il vino non può essere raccontato solo come un prodotto tecnico o elitario: deve tornare a essere percepito come esperienza, convivialità, territorio.
La terza è uscire dalla negatività cronica. Un settore che si racconta sempre in difficoltà, sotto attacco, in crisi, finisce per trasmettere insicurezza. Dobbiamo invece valorizzare i successi, le eccellenze, la capacità di innovare che il vino italiano continua a dimostrare nel mondo. Infine, è necessario un cambio di mentalità.
Guardiamo a ciò che accade in altri Paesi, dove il vino è difeso con determinazione e coerenza.
Un cambio immediato di tendenza ce lo impone anche la coscienza e la riconoscenza che dobbiamo avere verso il dicastero dell’Agricoltura e il ministro Francesco Lollobrigida, che ha stanziato un miliardo di euro in favore del nostro settore. Facciamo in modo di non dilapidare questo impegno, dalla portata assolutamente unica e straordinaria
