Tacco Rosa: recupero scrupoloso e cura amorevole della tradizione

12/5/2021 442

di Antonio Di Spirito

Nel vasto panorama dei vini italiani, il vino rosato non gode di adeguati riconoscimenti, preferenze e consumo, nonostante ci siano sull’intero territorio nazionale, zone con tradizione atavica a produrre questo genere di vino e vitigni particolarmente vocati. Eppure, nella sconfinata lista dei piatti della tradizione culinaria italiana, tra antipasti misti, primi generosi, secondi poco strutturati, stuzzichini, salumi e formaggi, sono innumerevoli le occasioni per abbinare perfettamente un vino rosa. Ce ne ricordiamo sono d’estate, fresco e, magari, quando il vino rosso sarebbe troppo “pesante” nell’abbinamento.

Dario Stefano
Dario Stefano

Un vitigno che trovo molto indicato a questo genere di vino è il negroamaro pugliese.

Dario Stefàno ha respirato l’aria contadina sin da piccolo, seguendo suo nonno materno, che aveva una vigna di negroamaro, nelle sue attività giornaliere e, così, quando la politica lo ha coinvolto in modo diretto, si è interessato di agricoltura: prima a livello regionale nella sua Puglia, poi a livello governativo. Nel 2007 il Consorzio di Tutela del Salice Salentino lo coinvolse per guidare la protesta contro l’Unione Europea che stava deliberando un nuovo regolamento comunitario con il quale si ammetteva che il vino rosato potesse essere una semplice miscela di vino rosso e vino bianco.

Sempre molto fantasiosi in Europa, quando non si hanno capacità e/o materie prime di qualità elevata a cercare semplificazioni e scorciatoie.

E la storia si ripete in questi giorni (per la famosa legge “dei corsi e ricorsi storici”!): lo stesso soggetto e nella stessa sede (Unione Europea) vorrebbero far passare un regolamento che preveda l’ammissione di vini “dealcolati”, anche con la semplice aggiunta di acqua, nelle denominazioni di origine come DOP e IGP!

Vinta la battaglia in Europa con l’accantonamento definitivo di quella pratica, Stefàno divenne il nume tutelare del vino rosato e, nel 2012, fu proprio lui ad istituire il Concorso nazionale dei vini rosati, oggi sospeso, ma che vorrà riprendere al più presto. Sollecitato da molti produttori pugliesi e convinto da Riccardo Cotarella, che lo aiuta e lo guida in quest’avventura, ha acquistato 1,5 ettari di vigneto da recuperare e riportare in produzione, con piante ad alberello solo di negroamaro di circa 40 anni nell’agro di Cellino San Marco, tra Lecce e Brindisi.

“Il vino, per me, è amore per la mia terra, il vino è passione, il vino è identità: identità “rosato” in quelle terre e con quel vitigno.

Nel 2019 la prima annata con la produzione di 2.500 bottiglie e 6.000 bottiglie nel 2020.

Etichetta
Etichetta – Tacco Rosa

Dal punto di vista tecnico è Riccardo Cotarella che ce ne illustra gli aspetti salienti, partendo da alcune affermazioni temerarie, ma inconfutabili e sulle quali è difficile non concordare.

Fino ai primi anni ’80 del secolo scorso, il vino italiano (ma non solo) non era degno di nota: era un prodotto frutto di una tradizione spesso ottusa, basata su approssimazione, credenze popolari e convinzioni personali. Oggi abbiamo sufficienti conoscenze scientifiche per ottenere un prodotto perfetto dalla vigna e l’apporto di alta tecnologia per la trasformazione in cantina; questi due aspetti ci assicurano un vino privo di difetti e di alta qualità.

Al giorno d’oggi per la produzione dei vini rosati le uve provengono solo da vigneti destinati a tale tipologia di vino; le uve vengono raccolte nel momento giusto della maturazione; magari con qualche giorno di anticipo, mai oltre il punto di maturazione ottimale.

Il vino dovrà avere un colore scarico, verso tonalità ramate perché deve essere pressoché privo di tannini; il contatto con le bucce, oltre agli antociani, estrarrebbe anche tannini.

Non vengono utilizzati botti di legno, bensì solo di acciaio o cemento, prima del vetro, in un percorso di maturazione di almeno 124 mesi. Vanno bevuti freschi, ma non disdegnano l’invecchiamento.

 

LA DEGUSTAZIONE

Tacco Rosa
Tacco Rosa

Tacco Rosa 2020 – Salento IGP

Il nome è stato scelto in onore alla zona di produzione: la Puglia è il tacco dello stivale Italico e la dicitura “Negroamaro Rosato”, riportata in etichetta, indica la felice declinazione del vitigno in bottiglia.

Nel calice si presenta con una veste rosa chiaro, ma intenso e con qualche bagliore ramato; offre profumi di frutta rossa e nera molto variegata di fragoline, ciliegie, lamponi, mirtilli e ribes accompagnati da profumi di rosa e note erbacee di salvia, erbe aromatiche e macchia mediterranea. Il sorso è succoso e fruttato, sa di melograno ed agrumi; è sapido ed ha un alto tasso di acidità; affilato, scorrevole e piacevole, lascia in bocca una leggera e fine speziatura. E’ un ideale complemento della zuppa di pesce alla Pugliese, il cosiddetto Ciambotto.

 

Un commento

    Mondelli Francesco

    Nomen omen.Un dandy un po’ démodé come me, sfidando la legge marziale, a mezzanotte seguirà le orme di cenerentola aspettando che perda la scarpetta per farne un uso un po’ particolare atto a degustare questo vino dal nome singolare FM

    12 maggio 2021 - 16:48Rispondi

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