2008 ripasso di un anno. Dieci bevute

Letture: 152

di Vittorio Guerrazzi
Segretario Associazione Terre da Vino
Magari ho pensato che potesse essere cosa buona ritagliarmi uno spazietto per le bevute più… uhm… del 2008.Magari l’ho pensato, ma può darsi che abbia torto.Però, magari, un giorno ritornerò a leggere queste note e mi farà piacere ricordare, sensazioni, momenti, ambientazioni, compagnie che hanno animato ogni singola bevuta qui descritta.Non è una classifica… come potrebbe esserlo? E’ un personalissimo lento avvitarsi della mia memoria negli ultimi 330 e rotti giorni… buon viaggio!

  1. Spumante Dolce Vesuvio Lacrima Christi – Grotta del Sole
    Alla faccia delle nobilissime e costosissime bollicine d’oltralpe, alla faccia delle griffatissime italiche bollicine (vicine o lontane che siano), una bollicina allegra, da meno di 10€ al supermercato sotto casa.
    Delicatissima aromaticità del Caprettone del Vesuvio, sconosciuto ai più, pane quotidiano per i contadini locali, si è accompagnata in maniera ideale alle feste appena concluse: da annegarsi l’ugola con la sua calibrata dolcezza, la straripante freschezza, e una “bollicina aggraziata”.
    Frizzante!
  2. Piedirosso Kerres 2006 e 2002 – I Pentri
    Lia e Dionisio, infaticabili titolari della cantina, mi chiamarano in cantina per farmi assaggiare un po’ di sorprese (che non sveliamo): l’occasione fu propizia per tirare il collo ad un Kerres 2002 che andò a fare compagnia ad un 2006 di benvenuto; dopo una mezz’oretta di ossigenazione si faceva veramente difficoltà a distinguere i due bicchieri, animati da una straordinaria grinta e spessore, vera spremuta di terra. In 4 degustazioni alla cieca durante tutto l’anno mi si è sempre posizionato sul gradino più alto. Dove può e vuole arrivare questo piccolo principe di piedirosso? Vediamo fra altri 4 anni che succede…
    Irriverente!
  3. Verticale di Coda di Volpe – Vadiaperti: 9 annate dal 2007 al 1994
    Un’altra cenerentola che decide di lasciarsi alle spalle i complessi di inferiorità e mostrarsi in tutto il suo carattere: lo fa senza voler per forza stupire, senza effetti speciali e con una bella dose di personalità ed umiltà al tempo stesso.
    Esprime natura, esprime territorio, origine o terroir se preferite, esprime la passione dell’uomo che ci crede da ormai 3 lustri.
    Chapeau!
  4. Sophia 2006 – Cantina Giardino (prelevato dalla botte – estate 2008)
    Che senso ha parlare di un campione di botte?
    Ma scusate qui non si parla di ricordi? E allora lasciatemi ricordare questo assaggio…
    Antonio e Daniela sono amici di vecchia data, si può dire che ho iniziato sotto la loro protettiva ala, e come tale è una gioia parlare di questo vino, bevuto in compagnia della loro piccola bimba che quasi gattona fra le barrique. Sotto certi aspetti quasi poco importa che sia (mi si corregga se sbaglio) il primo bianco campano a macerare circa 6 mesi sulle bucce in anfore di terracotta… voi che dite?
    Introvabile!
  5. Verticale di Casavecchia Centomoggia – Terre del Principe: 2006-2005-2004-2003
    Questi assaggi quasi vanno a costituire un ideale contraltare a quelli del piedirosso Kerres: anche qui siamo in presenza di uno dei “Figli di un Dio Bacco minore” della campania, eppure anche avendo uno storico relativamente recente i risultati sono quasi stupefacenti.
    Gli assaggi hanno mostrato una coerenza, una compattezza che gli anni sembrano non essere in grado di fiaccare. Sposato poi al Pallagrello Nero, il Casavecchia sembra ulteriormente esaltarsi in quello che promette di essere il secondo blend vincente della campania dopo lo storico Aglianico-Piedirosso (ricordatemi un po’ perchè si è perso per strada per favore…).
    Alla finestra!
  6. Degustazione di birre Lambic del Belgio – Birreria Ottavo Nano di Atripalda
    Si vabbè ma questo che c’entra!?
    Chi non ha mai assaggiato una lambic (come me prima di quella serata) probabilmente non può capire: il senso di devastazione acida e brutalizzazione aromatica che ha accompagnato tutta la mia nottata dopo 4 bottiglie (e mezzo) di una selezione di lambic belghe.
    Cadono di schianto tutti i luoghi comuni sulle birre, a partire dalla ridicola data di scadenza sovraimpressa: resta solo lo spazio per un elenco dei prodotti assaggiati.
    Grand Cru Broucsella (Cantillon), vintage 2005;
    René Cuvée (Gueuze della Lindemans);
    Vigneronne (Lambic di Cantillon: macerata in botte con uve Moscato siciliane);
    Kriek (Cantillon a cui viene aggiunta una piccola quantità di marasche selvatiche).
    P.S. Assolutamente da tenere sott’occhio il rinascimento brassicolo italiano ad opera di piccoli, a volte anche coraggiosi, microbirrifici e/o homebrewer
    No Fear!
  7. Oslavje 2001 – Radikon
    Da un estremo all’altro, ovvero come far in modo che un sommelier vi rimandi indietro il vino dopo il solo esame visivo e senza nemmeno assaggiarlo (non me ne vogliano i colleghi!). Più banalmente, prendete una qualsiasi bibliografia sui rudimenti in enologia e troverete che questo vino fa quasi tutto quello che è scritto di NON fare con gli uvaggi bianchi: prolungatissime macerazioni senza lieviti selezionati e senza controllo della temperatura, poi 3 anni di legno grande e infine bottiglia.
    Ne esce un vino solido, da tagliare con forchetta e coltello tanto che riempie lo stomaco, torbido, salato, tannico, anche seduto a tratti, eppure sferzante.
    Ossimoro liquido!
  8. Pignolo 2004 – Moschioni
    Effettivamente scappa anche a me una risatina pensando di parlare di un rosso friulano quando siamo in uno dei feudi bianchisti d’italia, eppure l’impatto viscerale di questo autoctono è stato un vero e proprio manrovescio.
    Un vino che è un monte da scalare a mani nude sulla roccia, godendo dei graffianti tannini al palato, della policromia gusto-olfattiva, della scudisciata di freschezza che accompagna nello stomaco 15 abbondantissimi gradi di alcol come se fosse una gazzosa.
    Mettetelo in tavola con i vostri amici… nessuno ne indovinerà la provenienza!
    Sorpresa!
  9. Ben Ryè 2006 – Donnafugata
    Confesso di non avere una grande esperienza in fatto di passiti siciliani e quelli che avevo assaggiato mi avevano sempre piuttosto delusi: notevole la complessità e la piacevolezza aromatica al naso ma in bocca la componente dolce/morbida non era mai adeguatamente bilanciata dalla spinta acida.
    Grande la mia sorpresa con questo assaggio: un profilo organolettico cesellato a mano, uno splendido mosaico di descrittori sporiferi ed aromatici, un melting pot di tradizione, cultura, territorio; bisogna andare molto ma molto più a nord per trovare qualcosa della stessa eleganza e compiutezza.
    Punto esclamativo!
  10. Taurasi Radici Riserva 1997 – Mastroberardino
    Ne apro una bottiglia il giorno del mio compleanno, il 31 gennaio, da ormai 5 anni… ne ho abbastanza per finire i miei primi quarant’anni…
    Non so quale sarà il vino dei miei secondi quaranta, non lo vorrei nemmeno sapere per non togliermi la sorpresa, ma questo lo è stato dei primi quaranta (anche se devo ammettere che 25 o 26 non fanno molto testo).
    Esprime anno dopo anno quello che io ritengo debba essere il vino, senza stare a farsi troppe pippe e troppe chiacchiere… è semplicemente lui.
    Data di scadenza: la fine del mondo!