2008, ripasso di un anno. Dieci bevute

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di Paolo De Cristofaro*

Paolo De Cristofaro

Lo confesso. Ci sono tre cose a cui non so resistere: la pizza, la seconda non la posso dire e le classifiche di fine anno. Tra i tanti, momentanei, motivi per cui vorrei tornare bambino, uno è sicuramente poter riprovare la gioia di vedere la televisione fino a tarda sera durante le vacanze di Natale, aspettando lo speciale Un anno di sport quasi come l’arrivo di Babbo Natale e della Befana. Ripercorrere tutte quelle emozioni e spesso viverle come la prima volta attraverso il commento originale. Nando Martellini, Giampiero Galeazzi o Furio Focolari come co-protagonisti a tutti gli effetti di quei trionfi indimenticabili. E allora, caro Luciano, dopo il tuo puntuale report permettimi di aggiungere anche la mia personale hit parade di questo bizzarro, schizoide, superbisestile 2008.
Ps inutile dire che è a dir poco complicato estrarre venti vini dagli oltre 2.000 assaggiati quest’anno. A qualcuno potranno sembrare tanti ma basti pensare che 984 erano soltanto i campioni inviati dalle aziende quest’anno per le selezioni regionali di Vini d’Italia in Campania. E allora, più che ai punteggi e ai bilancini mi affido alle fotografie più nitide, quelle che solo le emozioni vere imprimono nella testa e nell’anima.

Campania

Taurasi Ris. ’68 – Mastroberardino: ottava bottiglia assaggiata in cinque anni, ma un lustro non basta a cambiarlo di una virgola. E’, e forse resterà per sempre, il monumento assoluto della vitienologia meridionale.
Taurasi ’04 – Lonardo: se fosse dentro un’albeisa e portasse scritto in etichetta “imbottigliato a Castiglione Falletto”, faremmo a cazzotti per accaparrarci qualche bottiglia. Invece è solo un meraviglioso Taurasi, perfetta sintesi di classe e tensione, l’altra faccia di un vero signore come Sandro Lonardo
Terra di Lavoro ’96 – Galardi: domina senza discussioni la verticale completa che abbiamo fatto a febbraio. Se il marchio di fabbrica dell’etichetta di casa Galardi è l’esuberante nota affumicata e l’imponente volume gustativo, questo è il meno Terra di Lavoro di sempre. Ma che vino splendido, però: lampone, talco, pepe rosa, bocca di nerbo e dolcezza puntellata da tannini di razza. Da brividi.
Montevetrano ’92 – Montevetrano: che vini si facevano in Campania nel ’92? Nonostante l’annata non eccezionale oggi assaggiamo delle bellissime riuscite del Vigna Camarato, del Taurasi Radici, del Cinque Querce di Molettieri. E poi questo giovanissimo, didascalico, emblematico blend picentino firmato Imparato-Cotarella. Seconda tappa di un’avventura che ha contribuito, e non poco, a cambiare l’immagine del vino campano.
Fiano di Avellino ’96 – Clelia Romano: ero indeciso se inserire il ’99 ma dopo averlo trovato nella top ten di Luciano, è doveroso dare spazio a quest’altra versione, decisamente meno conosciuta e reperibile, che ha stregato tutti nella verticale di marzo. Una sinfonia di ricordi marini e iodati avvolti nella consueta veste di agrumi ed erbe aromatiche che rendono inconfondibile il terroir di Lapio e fanno di questo ’96 uno dei più grandi bianchi italiani mai assaggiati.
Greco di Tufo ’89 – Vadiaperti: si tratta di un bis ma ho il vago sospetto che, se Raffaele riuscirà a trovare non si sa come qualche altra bottiglia nel suo ormai famoso magazzino dei miracoli, lo ritroveremo anche nella top ten del 2009. Se questo è il greco invecchiato, io dico viva la famiglia Troisi. Con un pensiero speciale per l’ultima arrivata, la piccola Roberta.
Cupo ’05 – Pietracupa: se il fiano di Clelia e il greco di Vadiaperti sono la porta di ingresso ad un passato che tanto problematico alla fine forse forse non era, il Cupo ’05 di Sabino è un portone spalancato verso il futuro. Riassaggiato da poco, è un vino di gioventù e mineralità mostruosa, con un passo che non si può non definire francese. Prevedere un potenziale evolutivo di vent’anni potrebbe essere riduttivo.
Fiano di Avellino ’07 – Rocca del Principe: è diventata la cantina emergente per la nostra Guida grazie ad un fiano che meglio non potrebbe riassumere le sfumature e i caratteri di una sottozona come quella di Lapio. Sembra ieri che ci trovammo ad assaggiare quel fiano un po’ dolce e da sistemare ma già con un naso spaziale e soprattutto con una coppia formidabile alle spalle. Ercole e Aurelia, complimenti.
Costa d’Amalfi Ravello Rosso Selva delle Monache Ris. ’04 – Ettore Sammarco: ci sono mille motivi diversi dal vino per farsi un lungo giro nella Costa d’Amalfi, direte voi. Non siamo pienamente d’accordo, rispondiamo noi, perché tra Ravello, Tramonti e Furore sta accadendo qualcosa di molto importante. Ai turisti si aggiungeranno presto gli enoturisti e la piccola strada sarà ancora più trafficata. Ma ne varrà la pena se tutti i vini saranno come questo splendido rosso di una piccola grande cantina che ha cambiato marcia. Anche grazie a quel giovane e bravo enologo che assomiglia a Caparezza ma che si chiama Fortunato Sebastiano.
Taurasi ’05 – Urciuolo: non si può iniziare un nuovo anno senza uno sguardo fiducioso sul futuro. Io voglio entrare nel 2009 con in mano una bottiglia di due ragazzi veramente in gamba e che da tanti anni stanno facendo bene. E che si toglieranno ulteriori soddisfazioni col loro Taurasi ’05, promettentissima versione di un’annata che, sono certo, farà cambiare parecchi pregiudizi affrettati.

Hit parade Italia-Francia

– Biondi Santi Ris. ’82 – come trovarsi di fronte ad un Highlander. Vino di gioventù impressionante, sopravviverà a tutti noi grazie ad un’acidità ammaliante e succosa.
– Barolo Bricco Sarmassa ’04 – Brezza: attualmente per me il miglior Barolo dell’annata 2004. Che non sarà, dice qualche esperto, di lunghissimo passo ma si legge e soprattutto si beve che è un piacere.
Gattinara Osso San Grato ’04 – Antoniolo: tutto quello che cercate in un Gattinara, ferroso, affilato, austero come i professori di una volta. Il tempo gli consentirà di scherzare parecchi fratelli di Langa.
Cepparello ’88 – Isole e Olena: che grande annata in Toscana la 1988! E che grande versione quella del Cepparello di Isole e Olena. L’anima più cerebrale del Chianti Classico in un vino che oggi è un inno alla voglia di vivere. E di trovarsi davanti ad una chianina come si deve.
Sagrantino di Montefalco ’99 – Antonelli: ovvero non tutti i sagrantino sono una spremuta di frutto e tannini. Quasi pinotteggiante nel suo impatto aromatico, in bocca è seta pura. Carattere ed eleganza.
Chateau Chalon ’90 – Berthet Bondet: la scoperta di un mondo, quello dei Vin Jaune, della flor e dell’ossidazione virtuosa, quella che rende questi vini del Jura praticamente eterni. Se andate da Antoine Gaita fatevi stappare una sua Cuvée Enrico ’00, vi farete un’idea abbastanza precisa di che cosa stiamo parlando.
Bourgogne ’99 – Leroy: il vino base di Madame. Appunto per questo: che cosa potrà mai essere un suo Chambertin o Musigny? Se ci organizziamo in gruppo per una colletta io ci sono.
Trebbiano d’Abruzzo ’96 – Valentini: tutti i vini sono unici, ma il trebbiano di Loreto Aprutino è più unico di tutti gli altri. E da questa annata solo sulla carta minore, ecco quella che per me è la sua migliore versione assaggiata.
Champagne RD ’96 – Bollinger: se James Bond beve solo Bollinger (nei film beveva Dom Perignon solo per ragioni di soldo e marketing), un motivo ci sarà. La quintessenza di uno Champagne classico, con la sua forma ossidativa e la sua sostanza di energia e rigore infiniti. In un’annata forse irripetibile.
Barbaresco Asili Ris. ’04 – Giacosa: sarà pure il riferimento unico dei “talebani del vino”, ma come si fa a resistere all’anima più femminile e luminosa del nebbiolo? E’ già grandissimo, tra vent’anni lo sarà ancora di più.

*Responsabile Campania Gambero Rosso