Aglianico del Vulture 1985 doc

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PATERNOSTER

Uva: aglianico
Fascia di prezzo: nd
Fermentazione e maturazione: vetroresina e legno

Aglainico del Vultiure doc, 1985

Allora le cose stanno così: in tutto il Mezzogiorno continentale solo due persone conservano vecchie bottiglie, Raffaele Del Franco in Irpinia e Peppe Misuriello in Basilicata. Grazie alla loro passione e competenza ho potuto vivere sinora le emozioni più forti per l’Aglianico e gli antichi bianchi della provincia di Avellino perché altrimenti sarebbe stato impossibile.


Gli enti pubblici infatti spendono i soldi in magnate e triccabballac secondo il principio elaborato dei padri romani di dare al volgo cibo e divertimento, milioni di fondi europei sono stati spesi inutilmente per pagare comparsate a stelline decadute della tv, studi grafici per preziose brochure nell’era di internet, guide che nessuno legge perché non sostenute dal mercato. Soprattutto in campagna elettorale: i fondi pubblici sono visti come un bottino e non come risorse da spendere per creare meccanismi di autofinanziamento.
Quasi nulla a ciò che deve durare oltre una legislatura, tipo la ricerca sui cloni, la zonazione o, appunto, la creazione di archivi pubblici a cui le enoteche finanziate dovrebbero essere chiamate come primo compito istituzionale.
Le aziende ci mettono il loro, perché vendono vino affamate dalla paura di secoli, come fossero buatte di pummarole, cioé sino all’ultimo pezzo e né i può chiedere, ovviamente, alle grandi, di conservare quelle degli altri.
Sicché la situazione è questa: si potranno bere con una certa faciltà annate precedenti di Mastroberardino, Feudi e Paternoster. E le bottiglie conservate da Lello e Peppe e, per fortuna, di altri appassionati che hanno iniziato a fare questo lavoro con metodicità. Un po’ poco per territori che aspirano a battersi per scalare la vetta delle zone vitivinicole mondiali di eccellenza. Eppure ne è passato del tempo dall’ultima bevuta di Plinio il Vecchio:-)
Ecco perché bere una bottiglia di 25 anni che all’epoca costava appena seimila lire diventa una esperienza straordinaria. Perché ciò che dovrebbe essere normale diventa una cosa rara.
Stupisce sempre la faciltà con cui un Aglianico, in questo caso misero base, ottenuto da uve non selezionate e da una viticoltura tutto sommato ancora di promiscuità e segnata da alte rese per ettaro, ha conservato la sua tonicità: un rosso pensato per essere consumato al massimo dopo due, tre anni, si è mantenuto in stato di assoluta perfezione. Esperienze simili feci con l’Aglianico del Cantina del Taburno.
Il colore è rosso granato penetrabile, ancora vivo, la materia non ha ceduto neanche residui ed è in ottimo stato di conservazione.
Tappo perfetto e consumato per un terzo. Il naso sviluppa sentori di ciliege sotto spirito, foglie secche, un po’ di funghi, pizzico di cenere, tabacco biondo appena tostato. Ma, è bene ribadirlo, il naso dell’Aglianico difficilmente può essere una esperienza memorabile come invece accade al palato.
Il vino infatti entra con una punta dolce che nei primi secondi fa pensare a stanchezza, in ogni caso riflette il quadro olfattivo. Poi la freschezza riprende il sopravvento e conferma invece l’aspetto visivo, cioé tonico e vivace. Gli anni hanno segnato soprattutto i tannini, morbidi, starei per dire vellutati, in ogni caso assolutamente rientrati e non più protagonisti. Porta avanti la beva l’acidità sostenuta dall’alcol, quota 13 gradi, e dal complessivo buon corpo. Il palato viene così occupato totalmente dal vino, la vita di questo Aglianico si vede soprattutto quando muore in bocca, con un finale pulito, decisamente appassionante, lungo, per nulla asciutto, appagante dopo aver disegnato un perfetto ovale in corrispondenza della bocca.
Lo abbiamo provato sul coscio di agnello e pumcake salato preparato dall’Antica Osteria Marconi dove abbiamo beccato la bottiglia e l’abbinamento ha funzionato a meraviglia confermandosi questo vitigno vocato alla tavola e non alle pippe mentali o al solipsismo autorefernziale.
Gran bella esperienza. Conservatele ‘ste cazzo di bottiglie.

Sede a Barile, contrada Valle del Titolo. www.paternostervini.it Tel. 0972.770224, fax 0972.770658. Enologo: Sergio Paternoster. Ettari: 10 di proprietà e 10 in affitto. Bottiglie prodotte: 150.000. Vitigni: aglianico, fiano

Un commento

  • Silvio

    (25 marzo 2010 - 16:17)

    Anche io da quando abito in Basilicata ho scoperto l’aglianico e quando ho scoperto questa tipicita’ ne sono rimasto stupefatto.Cosi ho iniziato a raccogliere bottiglie senza tenere conto di produttori e valori di mercato.

    Poi ho capito navigando in Internet che dovevo selezionare gli acquisti.
    Così tra mostre,Internet e documentazione mi sono soffermato solo su quelle annate che hanno riportato dei riconoscimenti.
    Naturalmente sono nella condizione di poterle conservare in cantina buia fredda e umida e questo mi aiuta molto.

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