Boccella, ecco l’Aglianico del contadino

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A quelli con l’Outlook zeppo di mail promozionali, ai curiosi, agli scout dei sapori capaci di uscire fuori dalle piste battute dagli altri. Agli annoiati stanchi di scegliere sempre il vino in enoteca o al ristorante, ai nostalgici del vino del contadino. Stavolta la rubrica è dedicata a voi. Motivo? Anche io avrei difficoltà a tornare qui se non guidato dal giovane enologo di Ariano Irpino Fortunato Sebastiano, quello della gang di Bruno De Conciliis e Gigino Reale per intenderci. Però una indicazione di massima ve la posso regalare: la vigna di quasi mezzo secolo coltivata con il classico spalandrone avellinese è sulla collina di fronte alla vigne di Salvatore Molettieri, a oltre 500 metri ben esposta a Sud-Est. La piantò Giuseppe Boccella tornato dal Venezuela, sopra costruì due case, una per ciascun figlio, Raffaele e Giovanni, che adesso aiutati dalle mogli, anche loro sorelle, portano avanti il lavoro. Dopo aver venduto per quasi mezzo secolo l’uva prodotta in cinque ettari, dal 2005 hanno deciso di imbottigliarla consigliati da Fortunato ed il risultato è semplicemente straordinario perché impone l’inchino alla frutta lavorata nel genius loci della docg del Taurasi, cioé tra i comuni di Castelfranci e Montemarano. Ecco, allora, quando si dice vino del contadino, cosa si debba intendere: non certo quello autoprodotto e ottenuto da uve ad alta resa, bensì il risultato dell’antica e cocciuta sapienza rurale attaccata alla biodiversità dell’Aglianico («è come dici tu ma faccio come dico io») coniugato alla scienza enologica in questo caso studiata a Pisa, quella capace di tener conto del mercato ammaliato dalla vivace freschezza minerale dell’uva e dal gusto di quanti sono cresciuti mangiando omogeneizzati, cioé, lo dice la parola stessa, morbidoso omologato. Lattosio o acido citrico? In fondo, in fondo la querelle sul vino è tutta qui. Il Campi Taurasini di Boccella si chiama Rasott, sembra piemontese ma è puro dialetto meridionale in quanto vuol dire «da sotto», il nome della vigna impiantata sotto le due cose di cui abbiamo detto. In questa monade contadina, dove si affinano un po’ di prosciutti per tre anni e si produce formaggio, nasce uno dei migliori Aglianico della zona di Taurasi che abbia mai provato sinora, paragonabile per carattere, autenticità e tipicità, alle prime bottiglie di Molettieri vendute nel 1994 all’Enoteca Santa Lucia a Napoli o al Gaurano di Moio. L’uva conserva intatto il suo profumo ben ammagliato alla botte media usata per l’elevamento. Lo beviamo sui salumi o il formaggio preparati da Lucia e dalla sorella, oppure sulla pasta condita con il ragù che pippea in continuazione nella loro cucina nei giorni di festa.