Bue Apis 2004 Aglianico del Taburno doc

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CANTINA DEL TABURNO
Uva: aglianico
Fascia di prezzo: da 25 a 30 euro
Fermentazione e maturazione: legno

Tre Bicchieri Gambero Rosso, Vino del cuore
ll Bue Apis è l’unico vino-evento dell’Aglianico del Taburno, intendendo una etichetta capace di attrarre l’attenzione dei media e delle guide specializzate. Ci sono alcune altre bottiglie che vanno in direzione dell’esaltazione materica, cito lo Iovi Tonant di Masseria Frattasi e il Terre di Rivolta di Fattoria La Rivolta, ma sinora non hanno ancora messo insieme lo stesso medagliere pur essendo anch’essi grandi vini. Per quel che mi riguarda, l’abbiamo inserito nei vini del cuore della guida ai vini del Sannio perchè è stato il simbolo della affermazione dell’areale di Aglianico meno conosciuto dei tre, cioé rispetto al Vulture e all’Irpinia, e resta il momento più alto, parlo sempre a livello mediatico, della buona collaborazione tra la Cantina e Luigi Moio. Forse sembrerà un modo un po’ pesante per iniziare la giornata, ma sarete compensati nelle prossime ore da un paio di articoli successivi molto divertenti e più leggeri. Già, perché questo è un vino che non cerca mediazioni, ha uno stile coerente e impegnativo, impone l’attenzione quando si versa sin dal colore rosso rubino impenetrabile e dalle dichiarazioni in etichetta con alcol sopra i 14,5 gradi, per la verità in media con le gradazioni di questo areale, molto ben esposto alla luce del sole e decisamente più caldo di almeno 4,5 gradi rispetto alla pur vicina Irpinia. Alcol, estratti e tannini pongono il problema più difficile, cioé acquisire la necessaria dinamicità nel palato, un po’ come un gigantesco suv che ha bisogno di un motore molto potente per poter esprimere alte prestazioni. La scommessa è tutta qui, mantenersi su un equilibrio d’alta quota senza scadere in aspetti caricaturali che potrebbero vanificare lo sforzo di esprimere un grande rosso da meditazione. La risposta è nella frutta, che nonostante la lavorazione più spinta riesce comunque ad esprimere una ottima e persistente spinta acida, e nell’uso delle barrique, direi ben centrato e indovinato talché, come si sente molto bene al naso, i due elementi portanti dialogano molto bene fra loro in tanto il legno fa esprimere la naturale forza espressiva della frutta accompagnandolo con una ricca corona di aromi che vanno da quelli classici di caffé appena tostato, alla liquirizia, alla cioccolata, e poi le tipiche note balsamiche e mentolate dei rossi di Luigi che fanno da corredo gradevole e rinfrancante e annunciano la freschezza al palato anche se, ovviamente, ne sono premessa psicologica e non organolettica. L’annata 2004, rispetto alla 2003, ci sembra decisamente più rilassata, alleggerita, gradevole, certamente più facile. L’andamento climatico è stato sicuramente più tranquillo e ovunque i rossi si esprimono con maggiore eleganza. In genere nei miei schemi mentali i due termini costituiscono il classico ossimoro nel bicchiere, devo invece dire che in questo caso, soprattutto in bocca, il vino si presenta con il dovuto equilibrio e può anche essere condiderato elegante. Comunque si beve, eccome se si beve. La morte sua, come si dice, è l’accompagnamento a quello che dalle parti di Casalduni e Cerreto chiamano abbuoto, in Irpinia mugliatielli, cioé l’involtino di interiora di agnello ripieno: un sapore inizialmente dolce ma poi molto forte e selvatico, che ha bisogno di un vino pieno di carattere. Questo per dirvi che il Bue Apis è si un vino da berne un bicchiere mentre si chiacchiera nel tardo pomeriggio secondo lo stile anglosassone, ma può essere usato nel più puro stile latino, in accompagnamento ai cibi del territorio. Personalmente ne ho una buona scorta e spero tanto di potervelo racontare tra una decina di anni perché il vero banco di prova dei grandi vini è il tempo. Mi auguro una sua scarnificazione e un suo ulteriore slanciamento, come le ragazzine paffutelle quando entrano in pubertà. Un vino così non nasce per la bacchetta magica dell’enologo, ma per come viene seguito giorno dopo giorno, se c’è cioé un rapporto, un interfaccia preciso: qui, in una delle poche strutture pubblice perfettamente funzionanti, l’interfaccia si chiama Filippo Colandrea, Pippo per gli amici, che unisce passione e professionalità ad una competenza sempre più robusta e interessante. Sicuramente il vino simbolo sulla cima di una piramide, tanto per restare in tema egizio, costituita da una batteria fantastica di base, davvero tra i migliori rapporti qualità e prezzo che si possono avere in Italia e il cui corrispettivo lo trovo solo al Nord.

Sede a Foglianise, via Sala 15
Tel. 0824.871338, fax 0824.878898
Sito: http://www.cantinadeltaburno.it
Enologo: Filippo Colandrea con i consigli di Luigi Moio
Bottiglie prodotte: 1.800.000
Ettari: 600 da 350 conferitori
Vitigni: aglianico, piedirosso, falanghina, fiano, greco, coda di volpe