Fiano di Avellino 1992 doc Vadiaperti

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Uva: fiano
Fuori commercio
Fermentazione e maturazione: acciaio

Antonio Troisi nel 1994 (foto Lino Sorrentino)

Scusate.
Sì, credo non ci sia inizio migliore.
Innanzitutto, per un motivo strettamente commerciale: questo vino non è in vendita. Trattasi di vera e propria reliquia. Gelosamente conservata.
Il secondo motivo per cui scusarsi è diretto a chi, fortunato, dovesse avere ancora qualche bottiglia delle sedicimila prodotte di questo fiano. Non è detto che una volta stappata, si racconti come a me ha voluto narrarsi. Tre stappate negli ultimi mesi. Questa la migliore.
Scritto d’archivio, quindi: confrontate la data dello scritto e l’annata di questo vino, e pensate quanto siano lunghi 17 anni. E’ il vino che giudica chi lo beve. Non viceversa.
Mi sono sempre divertito, ogni volta che l’ho bevuto, a guardare gli astanti con cui lo si condivideva. Non di rado mi è capitato di vedere persone scambiarsi sguardi d’assenso, muovere le labbra lentamente e dirsi os-si-da-to, scambiarsi sorrisini nel momento in cui, dopo cinque minuti che la bottiglia era stata stappata, alcuni, me compreso, ne iniziavano a disquisire. Seghe mentali, avranno pensato.
Chissà.
D’altronde, al primo avvicinarsi del naso recitava così: un sentore di cotognata ed un persistente sbuffo alcolico (sherry sembrerebbe). Il colore? Smorto.
Questo vino è quella linea che fa da spartiacque tra la vita e la morte. Non è vino per degustatori che soffrono d’ansia da prestazione, gli eiaculatori precoci, quelli che subito ti sparano acidità volatile, si sente troppo il legno, quelli che indugiano nelle misurazioni, gli stessi che non sono usciti dal giochetto puerile di vedere chi l’aveva più lungo. Non è vino per chi ha ansia di definire, giudicare, etichettare, chi divora voracemente tutto senza masticare, figuriamoci assaporare.
Questo non è vino che va di fretta.
Lo so, è in antitesi con questi tempi in cui un cellulare appena comprato è vecchio, per non dire di un computer o di una notizia. E se oggi, adesso, è già vecchio, cos’è un Fiano di Avellino del 1992?
Questo è vino d’altri tempi, quelli in cui i vecchi erano delle montagne da esplorare. I tempi in cui si sapeva riconoscere tra vecchio e morto, il che voleva dire riconoscere la vita, e godersela. Questo vino non sa cosa è la fermentazione malolattica.
Ecco, l’ossigeno fa il suo dovere, il colore si ravviva, un dorato carico brillante. Al naso racconta sensazioni di muschio, di terra, funghi, l’alcool si è acquietato, era solo il grido del risveglio, la cotognata, invece, lì rimane.
Al sorso si svela la sua vecchiaia di gran nerbo. è completamente scarnificato, non ha nessun orpello, non esibisce niente, è puro, schietto, verticale, dritto, ha modi spicci, brusco: è solo durezze che dominano il cavo orale. Sapidità e acidità sconquassante rendono la beva facile. Il ritorno papilloso finale ci porta nuovamente sulla sensazione di cotogna.
Tiene testa ad una variazione di baccalà. Impressionante.
Attraversa il tempo, la nostra attesa, continua a raccontare.
Anice purissimo, frutta secca, pelle conciata, i respiri balsamici aprono gli orizzonti e le nostre narici. Ad un certo punto amaretto e spezie dolci, agrume candito.
Questo vino ha il senso estetico della bellezza.
Questo vino ha voluto tutta la nostra attenzione, è rimasto nel bicchiere per tutta la serata mentre di fianco sfilavano fior di bottiglie che gli hanno tenuto compagnia. Ha preteso, voluto ed avuto tutto il tempo necessario perché lo si apprezzasse, perché ne scrivessi, tutto quello che avete impiegato a leggere queste parole che oggi chiamate seghe mentali.
Ed è stata un gran goduria.

Questa scheda è di Mauro Erro

Non è mia abitudine aggiungere nulla alle schede fatte da amici degustatori in questa sede. Tanto meno a questa di bella mano letteraria oltre che sapientemente tecnica. Intervengo solo per aggiungere la mia personale considerazione che in questo Fiano del 1992, salatissimo, c’è il palato di una generazione, quella di Antonio Troisi, abituato a berlo così: ossia bello acido e senza nessuna sensazione dolce in bocca, pure ricercata in molte interpretazioni a partire dalla seconda metà degli anni ’90. Ciò semplicemente perché era un Fiano pensato per il pubblico locale, composto all’epoca da persone svezzate senza omogeneizzati, fatto in gran parte da fumatori, uomini, alle prese con una cucina greve e abbondante. All’epoca si beveva di bocca e non di naso e i profumi non erano importanti, bastava che il vino non puzzasse. Questo viaggio nel tempo dimostra insomma l’enorme quantità di cambiamenti avvenuti in meno di vent’anni e come sia difficile, ma al tempo stesso facile, mantenere la memoria del gusto. Non vedo altre possibilità commerciali in grado di imporsi autorevolmente in un mercato privo di idee.
Quanto alla genesi della foto, leggete qui. (l.p.)

Sede a Montefredane. Contrada Vadiaperti
Tel e fax 0825.607270
Sito: http://www.vadiaperti.it
Enologo: Raffaele Troisi
Bottiglie prodotte: 100.000
Ettari: 7,5 di proprietà
Vitigni: aglianico, fiano, greco, coda di volpe