Fiano di Avellino 1999 doc Clelia Romano

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Uva: fiano
Fascia di prezzo: incalcolabile
Fermentazione e maturazione: acciaio

Qui si legge della verticale ai Moresani sotto le stelle del Cilento alla quale hanno partecipato anche il 2002, il 2001 e il 2000 discutendo di cucina con Giovanna di Corbella, Maurizio del Papavero e Rocco di Pappacarbone.
Sarà perché mio padre era primario radiologo, ma le verticali, per quanta suggestione esprima il vino, bravo il relatore, professionale il servizio, bella la compagnia, mi ricordano sempre l’atmosfera ospedaliera. Le bottiglie incartocciate come i medici prima di entrare in sala operatoria, i bicchieri allineati come reclute vicino il letto, l’uditorio sistemato come gli studenti di The Wall, la necessità di dire qualcosa di sinistra, la gara a chi ce l’ha più lungo. Non è stato certo il caso della verticale di cui vi sto per rivelare le modalità, ché quando l’amico Francesco Mondelli, operatore del settore fra Roma e Torino, cilentano doc, mi ha invitato a bere “un po’ di vecchie bottiglie” di Clelia conservate nella sua cantina personale, non ho avuto dubbi su come sarebbe andata a finire la serata, che dico, la nottata visto che da Gino ai Moresani, l’agriturismo presidio Slow del cacioricotta sopra la collina di Casalvelino, ci siamo arrivati che erano quasi le undici. Questo è il bello del Sud, la mancanza di orari sulla tavola, l’eredità lasciata dai dominatori spagnoli a Napoli, anche se mette a disagio chi non è abituato, soprattutto gli stranieri. E in effetti altri si sono seduti anche dopo di noi. Francesco ha la mia stessa abitudine, dimenticare le bottiglie e tirarle fuori quando lo impone una vocina interna, quella che sa riconoscere l’amicizia e la passione prima ancora della competenza. La compagnia si era formata poco distante, ad Ascea vicino la Porta Rosa di Zenone e Parmenide, al termine del convegno sui legumi del Cilento e la biodiversità del Parco con Nino Pascale, responsabile Slow Food Campania. In puro Cilento life style, tutto improvvisato e quasi nulla programmato se non una telefonata in cucina, per favore, niente pomodoro. Insomma, davvero una bella combriccola arricchita da altri amici in sala, così le bottiglie sono iniziate a volare prima da sole, poi abbinate ai formaggi di Gino, che splendidi caprini, alle salsicce secche, ai maccheroni con le zucchine, allo strepitoso coniglio ‘mbuttunato, una pera di gusto nelle vene più che nella gola e vai fino a notte fonda. Qui ci devo portare Andrea D’Ambra, cacciatore di bottiglie.

Il 1999
Il giudizio è stato unanime, il Fiano di Clelia di questa annata non ha parole per essere descritto tanta è perfetta, avete presente il nuoto sincronico, la forza della mineralità, lampi di idrocarburi, coniugata alla frutta bianca evoluta, le pere mature, molto mature. Un vero e proprio alternarsi di sensazioni olfattive a cui corrisponde in pieno il palato: le due linee, sempre molto lontane nei vini irpini in partenza, hanno cominciato a scorrere in parallelo sul grafico ma con una tale forza da dare l’impressione di poter andare avanti ancora per molti anni. L’aspetto che ha stravolto tutti a tavola è la quasi totale assenza di note ossidate, il tempo viene marcato con il riscaldamento del bicchiere da una nota dolce finale che rappresenta sempre l’anima nascosta del Fiano, non a caso usato in versione spumante dai contadini irpini al posto del moscato che da queste parti non è mai riusciuto ad entrare. Il grande vino emerge dal rifiuto della piattezza, ché l’equilibrio è qualcosa di assolutamente diverso dall’interpretazione monocorde a cui alcuni enologi abituano il consumatore soprattutto con i vini di fascia medio-bassa. Qui la morbidezza, ad esempio, è davvero il risultato del lento trascorrere del calendario, è il dna dell’uva, trattata da Angelo Pizzi sempre con grande semplicità in acciaio. Era questa la quarta vendemmia con Clelia, la prima, del 1994, fu di un allora giovanissimo Carmine Valentino. Averne, di questo vino, bisognerebbe serbarne per il futuro perché un esempio di come il bianco irpino, parlo anche del Greco, inizia ad esprimere il meglio di se intorno agli otto, dieci anni di vita: pensate che il colore era un semplice giallo paglierino carico senza alcun riflesso dorato. Capite allora fino dove si può spingere in buone annate, perché sui tempi lunghi il millesimo fa davvero la differenza, il nostro Fiano di Avellino. Sul coniglio, carne a tendenza dolce accentuata dalla farcia di melanzanine (la prossima volta spero anche nei fegatielli), è stato un abbinamento perfetto. Ben pensato Ginetto.

Il 2001
Bevuto prima aveva colpito e stupito all’inizio della cena quando i piatti erano ancora vuoti: ooohhh. Già, la nota ossidata era abbastanza accentuata ma dopo una decina di minuti e il riscaldamento ritorna prepotente la nota di pera, direi stavolta cotta come si usava un tempo più che matura, con piacevole dolcezza contrastata da una freschezza indomita, instancabile, inafferrabile come Bin Laden sui monti dell’Afghanistan. E nonostante, riprovato dopo il 1999, la differenza si sente tutta, ché quello sembra un rocker ben invecchiato, questo un avvocato elegante di città perché più facilmente leggibile. Questo ci dice anche come le verticali siano implacabili, quanto la degustazione comparata. La materia prima, comunque, c’è ancora tutta, ricordiamo che la 2001 è stata un’annata semplicemente fantastica per i bianchi e potabile, per dirla alla Moio, per i rossi: anche in questo caso, ma vale per la 2000 e la 2002, il colore è giallo paglierino carico, nessun capello bianco, insomma. Neanche uno. Vai sul caprino semistagionato di Gino, molto delicato tanto da far sospettare a Rocco l’impurità, smentita, di una percentuale vaccino.

Il 2000
A proposito di maturità, questa annata appare al capolinea, credo si possa sfruttare ancora per un paio di anni e poi stop. Il motivo è molto semplice: la bocca, stranamente, è più avanti del naso, l’acidità contenuta appare presente ma inizia ad essere remissiva nei confronti della struttura e dello stesso frutto. Nessuna meraviglia, questo è un millesimo che tengo un po’ sulle palle perché mi ha deluso con il passare degli anni, e va sempre peggio. Il vino, intendiamoci bene, è buono, ma dopo aver provato il 1999 e il 2001 viene da fare la stessa comparazione possibile fra Veltroni e Berlinguer. Ok, sei interessante e carino nei modi ma non mi fai sognare perché non trasmetti l’importanza dell’etica nella politica.

Il 2002
Parlare di verticale inserendo il 2002 è come fare cronaca pensando che sia storia. Dunque da riferire ci sono solo alcuni segnali di una materia prima un po’ scarna e di una acidità preponderante, che potrebbe far arrivare lontano il vino però in condizioni di dimagrimento cronico, come i fachiri indiani. I wait for you.
La conferma, insomma, di come Clelia sia la numero uno nel Fiano, per quanto abbia sempre il fiato sul collo di Marsella. Ci alziamo che sono quasi le due. E’ bello guidare di notte fra la natura selvaggia illuminati dai paesi dell’anima accoccolati sui cocuzzoli delle colline. Impossibile avvertire del ritardo, nel Cilento si vive bene, forse si mangia anche bene, perché non c’è segnale. Che dire, Clelia si è scansata una telefonata alle due di notte!

Sede a Lapio, contrada Arianello 47.
Tel. 0825.982184, fax 0825.982184
Email: collidilapio@libero.it
Enologo: Angelo Pizzi
Bottiglie prodotte: 56.000
Ettari: 5 di proprietà
Vitigni: fiano, aglianico