L’emozione del Taurasi: verticale Struzziero 2004-1977 a Vitigno Italia

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Mario Struzziero (Foto Monica Piscitelli)

di Monica Piscitelli

Vendere tutto il vino che si ha in cantina quando il mercato tira, è una brutta abitudine. Tradisce una visione di breve termine imperdonabile, specie se si parla di vini che hanno non del tutto inesplorate, eppure comprovate, potenzialità di invecchiamento. In Irpinia è accaduto anche questo. Pochi hanno intuito l’importanza di avere uno storico delle proprie etichette. Ancor meno avevano, invero, una storia da raccontare. Si sa: la grande esplosione delle cantine dedite al Taurasi su un piano di eccellenza è relativamente recente.

Tre aziende per molti decenni sono state sinonimo di viticoltura irpina. Tra queste c’è quella della famiglia Struzziero. Quando il Taurasi nel 1993 divenne Docg, Struzziero loro potevano già vantare 16 annate imbottigliate. La prima è stata quella 1977, un campione di strepitoso fascino per ogni addetto al settore e appassionato non può desiderare non stappare e che ieri è stata protagonista del primo dei appuntamenti di degustazione che Vitigno Italia ha realizzato con il Luciano Pignataro Wine Blog nello spazio gestito dall’Ais Napoli.

Struzziero, un momento della degustazione (Foto Monica Piscitelli)

Cinque, le annate in degustazione con i commenti dei giornalisti Luciano Pignataro e Antonio Paolini, del sommelier Angelo Di Costanzo, del docente Slow Food Alberto Capasso e di  Mario Struzziero, anima ed enologo della cantina di Venticano. L’azienda, a partire da Elisario, che la fondò nel 1920, ha sempre fatto tutto da sola rifuggendo il ricorso a consulenti esterni anche quando esso si è imposto come moda in tutto il Sud.
I campioni di Taurasi in degustazione hanno dimostrato la longevità del vitigno, la capacità del vino di evolvere in maniera composta con particolare riguardo al profilo gustativo in bocca e, per quanto concerne l’interpretazione della azienda, la fedeltà a un progetto che non ammette compromessi, che non strizza l’occhio ai facili abboccamenti dettati dall’evoluzione del gusto. No: questi sono Taurasi a schiena diritta, per chi
ama l’Aglianico, per chi si riconosce nel profilo più “maschio” del vitigno: acidità sostenute, tannino tenace, sentori di tabacco e iodio più marcati in vecchiaia e retrogusto gradevolmente amaro.

Le annate (foto Monica Piscitelli)

Più elegante la 2001, sostanzialmente equilibrata la 1997, toccante la 1977, sferzante la 1990, promettente la 2004, che, pensate non è ancora in commercio. Questo il mio ordine di gradimento di cinque campioni che mettono a dura prova la capacità di  approfondimento del degustatore non aduso a una scelta stilistica impietosa e costantemente mantenuta nel tempo attraverso progressivi aggiustamenti tecnici, aggiustamenti che hanno puntato solo a mettere a punto un’idea: quella del Taurasi di Struzziero che si alimenta di lunghe maturazioni in botti grandi e di lunghi affinamenti in vetro (in commercio è ora la 2001).

Antonio Paolini (Foto Monica Piscitelli)

Mario Struzziero ha spiegato come questo processo si sia dispiegato, via via, nel cambiamento dei tempi di macerazione (arrivati da 22 – 25 gg a 10 – 12 gg), in quello dei legni (dalla quercia al castagno e al rovere, sempre grande); nella ricerca di una maggiore concentrazione, anche ricorrendo al salasso (l’estratto arriva a 38) e nella esaltazione di un’acidità sostenuta (6,5). Della schiettezza di questo produttore parlano i vini, a tratti selvatici, dai toni d’humus, a volte feroci ma assolutamente veri.
Di seguito le mie note di degustazione, annata per annata.

Angelo Di Costanzo (Foto Monica Piscitelli)

Taurasi 2004 docg |Voto 87
Di questa annata inizialmente considerata minore e poi uscita molto bene, questo
campione propone un’interpretazione in fieri, come è giusto che sia essendo un
campione di botte. Il vino, con i suoi sette anni, è ancora rubino. L’attacco olfattivo sottolineato da una marcata nota di tostatura, di spezie scure e di humus. Poi emerge una ricca frutta sotto spirito, un sentore di prugna appena  secca e il caratteristico timbro di tabacco. La bocca (caratteristica di tutti i campioni) è molto “meno matura”. La frutta si fa succosa, accanto ad esso, sospinto da un’acidità considerevole, escono le note più fresche di radice di liquirizia in retrolfatto. Il finale è amarognolo, piacevolmente tabaccoso.

Taurasi 2001 docg |Voto 88

Ecco quale è il vino pronto per Struzziero: un vino di 10 anni. E in effetti si affaccia in questo campione, merito di un’annata considerata maggiore, il tocco di eleganza che si ricerca in un grande vino da invecchiamento. E’ questo il campione più gentile,nell’ambito di una batteria agguerrita. Mario Struzziero racconta che da questa annata in poi (l’azienda non mette in commercio quelle 2002 – 2003 – 2005 e 2006) l’azienda ha avviato il già descritto processo di maggiore concentrazione dei vini, processo che si evidenzia effettivamente con un colore più fitto e una maggiore masticabilità di questo campione come di quello e 2004. Il colore è granato, più sfumato sull’unghia. Il naso è meno intenso nei suoi aspetti fruttati e più sottile, ma sempre segnato da un timbro quasi selvatico, di bosco (costante dei campioni). La beva, che evidenzia qualche nota in più di caffè rispetto all’annata 2004, è equilibrata, caratterizzata da una bella corsa in sincrono di tannini setosi e acidità. In questo campione, a differenza di tutti gli altri, naso e bocca sono in maggiore accordo e questo aspetto dà al bicchiere vera godibilità.

Foto ricordo. Da sinistra: Angelo Di Costanzo, Mario Struzziero, Luciano Pignataro, Antonio Paolini e Alberto Capasso (foto di Monica Piscitelli)


Taurasi 1997 docg  |Voto 85

Questo e il successivo sono due campioni nei quali lo stile Struzziero del Taurasi si esplicita in maniera chiara: senza compromessi. E sono anche quelli che danno l’idea di come il Taurasi abbia la sua genesi in un mondo contadino aspro, difficile e incantevole per certi versi. Un mondo nel quale la cucina era robusta e il vino serviva a rinvenire delle dure fatiche dei campi. Non lesinano personalità questi due campioni, entrambi granato con copiosi riflessi aranciati. La 1997, come sottolineato da Antonio Paolini, è stata in Italia una grande annata per i rossi e questo bicchiere, anche se non è tra i miei
preferiti, non smentisce questa aspettativa. Il naso ancor più che dalla frutta secca, che rimane sullo sfondo, è marcato da quella nota di bosco, di humus, perfino di funghi secchi, che è un po’ la costante di tutti i campioni. La bocca è molto più lieve, meno arrabbiata, sebbene l’acidità spinga fino alla fine. Il tannino ormai risolto dà una sensazione di avvolgenza.
Taurasi doc 1990 |Voto 84
Molto ho detto negli appunti del precedente. Questo è un vino per amanti
dell’Aglianico e per scafati degustatori. Non ha nulla di conciliante, ma è, con
i suoi 21 anni, perfettamente integro. L’aranciato, nel colore, è ormai
dominante. Il naso è un turbinio di note scure: di chiodi di garofano, iodate,
appena addolcite da un sentore di carrubba surmatura, quasi fermentata. In bocca
incede come una spada, esprimendosi con grande verticalità e dando scodazzate
speziate, ovviamente nere pece. E’ gustoso e dal finale sapido.

Struzziero 1977 (Foto Monica Piscitelli)

Taurasi 1977 doc
Eccoci alle colonne d’Ercole. Il rispetto di fronte a questo campione di longevità è d’obbligo. Sono poche le occasioni per bere un Aglianico che ha sulle spalle 34 anni. Il colore è aranciato e il vino completamente trasparente, ma ancora luminoso. Il naso, con i tratti distintivi del Taurasi di questa cantina, tradisce gli anni essendo pesantemente alcolizzato, ancor più che ossidato. In bocca però il vino non è scheletrito come il naso farebbe pensare, e il risultato è sorprendente. Raggiunge, nella sua versione più tradizionale che mai, questo Taurasi, una sobrietà che è emozionante.

Qui il report di Angelo Di Costanzo

7 commenti

  • Valerio Rosati

    (23 maggio 2011 - 13:49)

    Di Struzziero ho avuto la fortuna di assaggiare la 2001. La bottiglia mi era stata regalata da un amico non particolarmente “ferrato” (ancor meno di me, almeno). Non avevo mai sentito nominare la cantina, ed essendo partito prevenuto, mi ero lasciato influenzare anche dall’etichetta minimalista e dal grado alcolico non molto sostenuto, soprattutto per un rosso del genere (12,5%), così tra me e me avevo pensato: “in quale discount avrà trovato questo avanzo di cantina? A chi lo posso sbolognare senza fare figuracce?”. Lo aprimmo qualche mese dopo con mia moglie in un pranzo domenicale tra noi, di quelli che ci era alzati alle 11 e si consumano ancora in pigiama e vestaglia, senza nessuna voglia di fare alcunchè per il resto della giornata. Al naso ci aveva colpito, non sembrava una cosa così terra terra come si pensava, al palato ci siamo guardati e all’unisono ci siamo detti “C…. che buono!!!” e bottiglia finita la sera a cena (ancora più buono per la cronaca). Girando in internet, anche su questo blog che lì ho scoperto, ho capito quale cantonata colossale avevo preso e oggi, col capo cosparso di cenere dico complimenti vivissimi a Struzziero per un vino vero come non se ne vedono più, e accidenti a me per aver peccato di superbia e superficialità!

  • […] Qui invece da non perdere il report della brava collega sommelier (e giornalista)  Monica Piscitelli pubblicato in contemporanea su http://www.lucianopignataro.it. […]

  • luciano pignataro

    (23 maggio 2011 - 14:28)

    Davvero una bella verticale. Il 1990 era in forma strepitosa, quando penso alle bevute invernali mi viene subito in mente questo classico

  • Antonio Mariniello

    (23 maggio 2011 - 14:57)

    Se penso che io erò là, in prima fila, mi tornano in mente chiaramente tutte le emozioni che questa verticale mi ha regalato. Davvero una delle mie più belle esperienze in ambito degustativo. Grazie

  • Monica Piscitelli

    (23 maggio 2011 - 23:21)

    @valerio: adesso sa che bottiglie cercare al discount – @antonio: non sarà l’ultima. ma stia sicuro che forse un altro paio di volte nella vita, ad essere molto ottimisti, le capiterà di bere un millesimo 1977 di Taurasi.

  • tommaso luongo

    (24 maggio 2011 - 09:27)

    Sulla 1977 ci deve essere stata una grande variabilità da bottiglia a bottiglia…quella assaggiata nelle “retrovie” l’ho trovata in splendida forma. Un naso sicuramente vintage ma con un respiro vitale, profondo ed articolato. Bocca coerente e di grande eleganza. Un’esperienza degustativa da salvare nel proprio archivio sensoriale!

  • Angelo

    (24 maggio 2011 - 10:36)

    Confermo.
    “L’avessimo beccata tutti quell’unica (credo) bottiglia in quasi perfetto stato di forma saggiata al momento della “verifica tappo”, ne staremmo a parlare in altri termini;”

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