Pici Infernali, il cibo e la Divina Commedia secondo Cooking Planner

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I pici “infernali”

di Maria Grazia Viscito

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.

l’impasto

Dante è appena uscito dal secondo girone infernale. Sta lentamente riemergendo alla lucidità dopo essere venuto meno in seguito al doloroso e commovente discorso fatto da  Francesca e da Paolo: il loro pianto  e il loro racconto l’hanno mosso a tal punto di pietà da non riuscire a mantenersi e caddè “come corpo morto cade”.

Rinvenutosi, si trova nel girone dei golosi, quello dove “per la dannosa colpa de la gola”, i dannati sono costretti a giacere col viso rivolto verso la terra, imputridita da grandine, acqua scura e neve. Cerbero,  “fiera crudele e diversa”, con le sue tre teste e le mani unghiate, graffia e squarta gli spiriti, e abbaiando rintrona le anime tanto che l’univo desiderio è quello di essere sordi.

Questa è la pena prevista da dante per coloro che hanno lasciato che i piaceri del cibo sopraffacessero la loro ragione, la loro volontà, che il mangiare diventasse la ragione del vivere.

Il legame fra il cibo e la Divina Commedia è profondo. Lo stesso Boccaccio parlando del rapporto di dante col cibo scrive:  “Nel cibo e nel poto fu modestissimo, sì in prenderlo all’ore ordinate e sì in non trapassare il segno della necessità… né alcuna curiosità ebbe mai più in uno che in uno altro: li dilicati lodava e il più si pasceva di grossi, oltre modo biasimando coloro, li quali gran parte del loro studio pongono e in avere le cose elette e quelle fare con somma diligenza apparare, affermando questi cotali non mangiare per vivere, ma più tosto vivere per mangiare”

Dante quindi, non amava la ricercatezza nel cibo, ma la sobrietà, il mangiare semplice il rispetto delle regole canoniche.

la roveja

Ricordiamo che viveva in un’epoca in cui erano ben presenti le indicazioni dei padri della chiesa. La gola era uno dei sette vizi capitali e i dottori della Chiesa avevano una sottile casistica del modo in cui il peccato poteva consumarsi: praepropere laute nimis ardenter studiose  (‘mangiando fuori

tempo, molto frequentemente’; ‘ricercando cibi prelibati’; ‘eccedendo nella quantità’;‘con soverchia avidità’; ‘esagerando nei condimenti’). Dante sembra tenere molto a queste indicazioni, così come all’abitudine medioevale di mangiare due volte al giorno: la mattina fra le 9 e le 10 (il desinare) e la sera, al tramonto del sole (il cenare). Solo i nobili e i ricchi indulgevano nel mangiare tre volte, introducendo il rito della merenda, insieme alla raffinatezza dei tovagliati, ai buffoni e ai giullari. Tutti  artifizi che Dante non approvava. Si narra un episodio , difficile da verificare ma ottimo per comprendere la fama di Dante, in cui fu invitato dal Re Roberto D’ Angiò alla sua tavola. Dato che il poeta era vestito in modo poco elegante e poco consono all’etichetta di corte, venne relegato ad uno fra gli ultimi posti. Non fece parola, mangiò e subito dopo aver finito se andò. Il re, resosi conto della scortesia che aveva riservato a Dante, lo invitò una seconda volta. Dante si presentò vestito in maniera ricca ed elegante e il posto che gli fu assegnato fu quello di capotavola. Quando arrivarono le prime portate, cominciò a buttarsi il cibo addosso. Fra lo sconcerto del re e della corte, rispose che dato che l’onore che gli aveva rivolto era dovuto solo ai suoi vestiti, era giusto che loro godessero del pasto più di colui che li stava indossando.

Eppure nella divina Commedia si percepesce, molto più che per gli altri peccatori,  pietas nei confronti dei lussuriosi prima e dei golosi poi. Tanto è vero che Dante e Virgilio si ritrovano nei primi due gironi infernali (quelli meno “gravi”) e si ritroveranno, nel purgatorio, nelle ultime due cornici (lussuriosi e golosi) prima di poter accedere al paradiso.

 

La cucina porta a varie strade e pensieri.  Dovevo cucinare un piatto di pici e mi son ritrovata a pensare a Dante e alla cucina del 1200-1300. Leggendo un libro interessante, A Convito con Dante: la cucina della Divina Commedia di Rosa Elisa Giangioia  e cercando qua e là in rete, di cose se ne trovano molte. E capisci anche come intuizioni, modi di dire e di fare in cucina si siano trasmessi invariati nel corso dei secoli. Fino a quel momento la popolazione più povera mangiava solo pane di orzo e di altri cereali (“biada”) mentre è solo nel perdio di Dante che si diffonde , soprattutto per i più ricchi, il “pan degli Angeli” ovvero il pane bianco, pane di frumento. Pian piano la farina di frumento entrerà nella vita della gente  fino a diventarne parte integrante, ma ai tempi dante era una rarità.

 

Ed io, in un pomeriggio piovoso, (come ho capito la piova etterna, maladetta, fredda e greve dantesca!) mi son ritrovata con questi pensieri del cibo medievale e con la voglia di inventarmi del pici. Dopo aver riletto l’inferno della Divina Commedia, mi veniva in mente solo un piatto povero ed umile, con ingredienti un po’ lontani dal nostro quotidiano ma tutti da recuperare. Avevo la roveja di Civita di Cascia, questa sorta di pisello selvatico con sentore di fave e di erbe, usata tuttora in Umbria per molte zuppe, bruschette e, ridotta in farina, come polenta condita con acciughe, aglio e olio. Mi sembrava il momento buono per riprovare dei sapori sicuramente non comuni per noi, ma antichi,  non sofisticati dal nostro tenore di vita gastronomico. Il connubio non mi ha certo deluso.

Ricetta: pici con roveja, cipolle e lardo d’arnad

Ingredienti

200 g di pici

Per il condimento

1 cipolla grande a testa

50 g di farina di roveja (da aggiungere nell’impasto dei pici)

50g di roveja

alici sott’olio (una a testa ma dipende anche dai gusti)

salvia

aglio

2 fette di lardo di Arnad

sale

Procedimento

 

In un pentolino, far rosolare uno spicchio d’aglio nell’olio evo e aggiungere la roveja. Coprire con acqua e lasciar cuocere per almeno 40 minuti. Quando ormai la cottura è quasi a termine, aggiungere una fetta di lardo di Arnad e far sciogliere per insaporire il legume.

Tagliare la cipolla a fettine sottili e metterle a soffriggere a fiamma bassa in una padella con olio evo (cuocere almeno 30 minuti a fiamma bassa e aggiungere un goccio di acqua qualora si asciugasse troppo) Aggiunger le alici sott’olio e la parte grassa di una fetta di lardo di Arnad.

Scolare la pasta, condirla con la cipolla,la roveja e regolare di sale.

2 commenti

  • Stefania's Kitchen

    (28 gennaio 2013 - 12:48)

    Di tutti i pici che sto vedendo nel web, questi sono i più invitanti :-)

    Baci

    Stefania

  • Antonietta

    (28 gennaio 2013 - 14:24)

    Un viaggio intrigante e appassionante!!!

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