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Piedirosso o Per ‘e Palummo? Piccola guida ragionata per Garantito igp

3 gennaio 2013

Piedirosso

 

Tornano di moda i rossi leggeri, non perché siano più facili o banali come si pensava negli anni ’80, ma per la loro capacità di stare al passo dell’alleggerimento complessivo della cucina italiana in atto ormai da un paio di decenni e poi anche perché si sono eccessivamente caricati i vini strutturati, puntando spesso su alcol e concentrazioni poco adatte al palato quotidiano delle abitudini latine.

La storia del piedirosso, detto anche per ‘e palummo per via del graspo a zampetta di piccione, è davvero singolare: nel giro di pochi anni è passato dall’essere il simbolo di vino da dimenticare, acetoso al naso e tenuto in piedi solo dall’acidità, a nuovo modello di rosso da inseguire e c’è perfino chi lo paragona al pinot nero in alcune sue espressioni più riuscite.

 

Fine, elegante, tagliente: il Piedirosso!

 

Lasciando da parte i termini di confronto tra uve, li detesto da sempre, sicuramente la moderna tecnologia in cantina e le conoscenze agronomiche hanno migliorato di molto questo antico vitigno dell’area napoletana, ben acclimatato sui suoli vulcanici sciolti, croce per tutti i contadini a causa della sua difficoltà nell’invaiatura e poco prolifico. Grazie al lavoro di riscoperta fatto da Grotta del Sole all’inizio degli anni ’90, a cui è seguita la perizia di alcuni grandi artigiani, oggi abbiamo rossi molto più leggeri dell’Aglianico (in passato il blend tipico campano era proprio l’unione tra due vini, utilizzato ancora nel Lacryma Christi del Vesuvio), dai tannini appena accenati, sottili ed eleganti.

 

uva piedirosso

 

Il Piedirosso è complicato in vigna come in cantina, si è sempre al limite tra l’odore cattivo e le sensazioni olfattive accativanti di geranio e frutta rossa. Richiede attenzione e molta competenza.

Grazie alla sua modernità di beva e al prezzo sempre molto abbordabile, difficilmente supera i dieci euro, nella maggior parte dei casi esce sotto i cinque, il Piedirosso sta passando dall’essere un vino di gusto popolare a bicchiere capace di tener desta l’attenzione anche di chi degusta per professione. La delicatezza dei tannini consente di lavorarlo agevolmente solo in acciaio, come succede del 99% dei casi e di abbinarlo con faciltà anche alla cucina di mare, o di usarlo d’estate perché può essere rinfrescato anche sino a 14 gradi come un bianco strutturato. Non ha dolcezze da esprimere, è molto secco e salato.

Vediamo quelli che ci piace segnalare.

 

Elena Martusciello. Presidente Associazione Nazionale Le Donne del Vino

 

Il benchmark è sicuramente da cercare nel Piedirosso 2011 Campi Flegrei doc di Grotta del Sole, base di riferimento per la denominazione in alcune decine di migliaia di bottiglie. Sempre un buon affare per il consumatore. In enoteca a 8 euro.

 

Peppino Fortunato e Vincenzo Di Meo

 

Nell’area dei Campi Flegrei sono due gli artigiani di questo vitigno. Il primo è Peppino Fortunato di Contrada Salandra a Pozzuoli, ora in comercio c’è il Piedirsso 2010 Campi Flegrei doc, meno di 7.000 bottiglie, una grande capacità di mettere in evidenza il frutto, sapido, secco, salato, lungo e snello. In enoteca a 9 euro.

 

Raffaele Moccia

 

L’altro grande artigiano si chiama Raffaele Moccia, la sua azienda Agnanum è ad Agnano, dentro il comune di Napoli. Gioca molto sulla estrema finezza, il suo Piedirosso 2011, appena duemila bottiglie, lo si trova sui 12 euro in enoteca ed è una compiuta espressione del suolo vulcanico flegreo.

 

Gerardo Vernazzaro

 

Proprio vicino Raffaele c’è Cantina degli Astroni, quasi un secolo di tradizione familiare, che propone il Colle Rotondella Piedirosso 2001 Campi Flegrei doc. L’azienda, rilanciata da Gerardo Vernazzaro, studi di Enologia a Udine, è quella che ha la maggiore disponibilità di ettari propri coltivati a piedirosso. Sui 10 euro in enoteca.

Per chiudere con lo splendido areale dei Campi Flegrei, cuore della romana Campania felix grazie al porto di Pozzuoli, citiamo il buonissimo Piedirosso 2001 de La Sibilla, opera del giovane enologo di famiglia, Vincenzo Di Meo. Un vino ancora più immediato, se possibile. Sugli 11 euro in enoteca.

Il Piedirosso è un rosso di costa, non disdegna il clima caldo purché sia temperato dalla brezza marina. Un altro esempio storico è il Per ‘e Palummo di Casa D’Ambra a Ischia, sui 10 euro. Lo stile è sempre lo stesso: sapido e minerale.

Troverete il piedirosso nel Lacryma Christi o nel Gragnano, ma qui ci limitiamo a coloro che credono in questa uva sino al punto di vinificarla in purezza.

 

Giuseppe e Prisco Apicella Costa d'Amalfi

 

Molto buono, qui siamo a Tramonti, in Costiera Amalfitana, il Piedirosso 2011 Colli di Salerno igt di Apicella, prima azienda ad imbottigliare nell’areale. Fresco e snello, 8 euro in enoteca.

Libero Rillo

Libero Rillo

Il Piedirosso si è diffuso molto anche nel Sannio. Due quelli di spicco nell’annata 2011, Fontanavecchia e Fattoria La Rivolta rispettivamente di Libero Rillo e Paolo Cotroneo, i gemelli del gol del Taburno. Il primo, realizzato da Angelo Pizzi, è fresco, minerale, di buon corpo, dissetante. Un sannio Piedirosso doc in 13mila bottiglie a 8 euro in enoteca.

Vincenzo Mercurio e Paolo Cotroneo

Vincenzo Mercurio e Paolo Cotroneo

 

Il secondo, fatto da Vincenzo Mercurio, è un po’ più morbido, ma dopo questo primo impatto rivela una grande verve e piacevole bevibilità. Altro Sannio doc, 8mila bottiglie a 10 euro.

Il nostro viaggio nel Piedirosso termina nell’alto Casertano, dove troviamo due campioncini meravigliosi. Il Sabus 2011, godibile, fresco, buon frutto rosso al naso che si ritrova al palato. Sui 10 euro. Lo produce l’azienda Tenuta Adolfo Spada a Galluccio, alle falde del vulcano spento di Roccamonfina.

 

Mario Basco, I Cacciagalli

 

Stesso areale, più spostato verso Caianello il Basco Piedirosso 2010 (4mila bottiglie) prodotto da I Cacciagalli, di cui ho la quasi certezza che sia ormai finito. Un perfetto esempio di come interpretare questo vitigno. Sui 10 euro.

Il Piedirosso lo berrete sulle paste al pomodoro, le parmigiane di melanzane, la zuppa di pesce, le carni bianche al forno con patate. Userete anche i bicchieri di carta, se vi va, perché è vino che esprime il carattere estroverso delle genti campane della costa: si apre facilmente per vivere l’attimo. Chè del doman non v’è certezza.

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12 Commenti a “Piedirosso o Per ‘e Palummo? Piccola guida ragionata per Garantito igp”

  1. enrico malgi scrive:

    Proprio in questi giorni del Piedirosso ne parlavo con Vincenzo Mercurio. Ed entrambi ci siamo trovati d’accordo che questo vitigno, che dà vini più morbidi, pronti e beverini, si presta bene ad essere vinificato in versione rosè, sicuramente con risultati migliori rispetto al suo fratello Aglianico che è più tannico, più corposo e più alcolico. Sulla falsariga di quello che succede in Puglia col Negroamaro, rispetto al consanguineo Primitivo.

  2. Marcello scrive:

    Io preferisco quello sannita e nel Sannio ce ne sono alcuni veramente buoni, oltre ai soliti noti di cui si parla sempre e che sinceramente ci hanno un po’ stancato…….Cito quelli assagiati personalmente, “KERRES” dei PENTRI, “LUNA NOVA” di MEOLI e 2 prodotti a breve in commercio il primo di CAUTIERO, il secondo di TERRA di BRIGANTI….

  3. Paolo Mazzola scrive:

    C’è il Vigne vecchie de La Sibilla, con vigneti di 80 anni, che è impagabile, vinificato rispettando il vitigno, senza surmaturazioni e iperconcentrazioni come spesso ho visto fare nel Sannio magari per supplire alla semplicità dello spettro gustolfattivo che il Piedirosso sa dare. Ha una complessità gustativa che solo vecchie vigne sanno garantire, e te ne accorgi provando il medesimo Piedirosso fatto con vigne giovani, per me è il miglior Piedirosso mai bevuto e spero Di Meo si decida a valorizzarlo e farne un’etichetta specifica.

    • karen scrive:

      mese scorso durante una visita da La Sibilla per acquistare qualche bottiglia di loro piedirosso, Luigi Di Meo mi ha mostrato la nuova etichetta per loro vigne storiche da poco in bottiglia … non vedo l’ora da assaggiare :-)…

  4. Paolo Cotroneo scrive:

    Nel ringraziare Luciano per la menzione , mi fa piacere rispondere a Marcello che mi annovera tra i soliti noti ( bontà sua), dicendogli che sono d’accordo con lui che ci sono tanti produttori nel Sannio che lavorano benissimo ma, non capisco perché chi lavora bene da anni e fa sempre vini interessanti oltre che innovativi, possa stancare!!! Cerchiamo tutti di tenere alto il nome di un grande territorio. Buon anno !!

    • Marcello scrive:

      Caro Paolo forse mi hai un po’ frainteso, ma la colpa e’ mia che non ho chiarito bene il mio pensiero. La qualita’ tuoi vini come quelli di Libero Rillo E’ ineccepibile e non si discute, io mi riferivo al fatto che quando si parla di Sannio su questo sito si citano sempre gli stessi produttori come se fossero gli unici dell’areale (PIGNATARO sponsor??????), mentre come tu ben sai ci sono anche altri bravi produttori che lavorano in maniera ineccepibile e sfornano veramente dei bei prodotti, e che meriterebbero un po’ di spazio per farli conoscere al grande pubblico e raccogliere i frutti di grandi sacrifici che fare vino comporta. Ora a parte la ristretta cerchia di seri appassionati e addetti ai lavori (produttori ,giornalisti, ecc,) ben pochi sanno che nel Sannio lavorano circa 70/80 aziende agricole che producono vino di ottimo livello e che ai “comuni mortali” sono quasi del tutto sconosciute o QUASi, e che solo grazie ad un sito come questo o anke altri simili, avrebbero un buon trampolino di lancio, tutto qui….buon anno e buon lavoro anke a te

      • Caro Marcello
        mi pare che fai tuoi luoghi comuni che ogni tanto spuntano e non so per quale motivo
        Se c’è un sito dove tutte le aziende campane hanno avuto e hanno la possibilità mi pare sia proprio questo. Le aziende che citi non solo hanno avuto spazio qui, ma anche sul mattino nella mia rubrica oltre che nella guida Slow Wine di cui sono coordinatore in Campania. In generale, credo di essere l’unico giornalista che le ha girate tutte e che ne ha scritto di tutte.
        Forse al Sud dobbiamo abituarci all’idea che non tutti possono essere citati sempre ovunque e in qualunque occasione. Questo post è il risultato di assaggi sul Piedirosso che abbiamo fatto e se scelgo i vini di queste aziende è perché hanno avuto, per il piedirosso, ma non solo, un riscontro oggettivo e collettivo, più volte verificato nel corso dell’anno e degli anni
        Dunque io accetto e trovo legittima una critica del tipo: sbagli, questi non sono i migliori, ma respingo al mittente la solfa dei soliti noti perché è la solita solfa, il solito piagnisteo meridionale di cui mi sono francamente rotto.
        Io non scrivo per le aziende, ma per il lettore e voglio essere sicuro che quando qualcuno prova qualcosa di cui ho scritto mi ringrazi e non mi maledica.
        Il lettore è il mio datore di lavoro, non le aziende e i ristoranti. E così dovrebbe essere per qualsiasi persona che ha il tesserino di giornalista

  5. valerio rosati scrive:

    Il piedirosso è stata per me una piacevole scoperta. Non ne ho assaggiati molti, ma a me è piaciuto molto il Gruccione di Antonio Iovino. Una curiosità: quali sono le principali differenze tra il piedirosso dei campi flegrei e quello del Sannio?

    P.s.: @Marcello non voglio certo fare l’avvocato difensore di Luciano Pignataro, che non ne ha bisogno e che tra l’altro non conosco personalmente, ma ti segnalo che nel 2010 proprio lui ha pubblicato una GUIDA ALLE PICCOLE CANTINE DELLA CAMPANIA dove trovano spazio tutti quei piccoli produttori che secondo te vengono qui colpevolmente ignorati… Se non ce l’hai ti consiglio vivamente di procurartela, io l’ho trovata una vera miniera d’oro! :-)

    • Un agronomo può risponderti meglio. In ogni caso i due Piedirosso in genere si distinguono perché quello Flegreo è più sottile, sapido e salato mentre quello sannita ha un cenno di frutta in più e un corpo più accennato. In entrambi al naso prevale il geranio. Dunque, a parte il terreno, Taburno più argilloso, Flegrei sciolto e sabbioso, bisogna anche verificare i protocolli seguiti

      Ps: cavolo, mi ero dimenticato di citare le mie guide, grazie per avermela ricordata. A questo punto cito anche la App dei vini campani:-)

  6. valerio rosati scrive:

    Grazie x le info. Come al solito toccherà fare pratica…
    L’App l’ho persa perchè sono refrattario alla tecnologia, in compenso attendo prima o poi un aggiornamento cartaceo della succitata guida ;-)

  7. Mimmo Gagliardi scrive:

    Amo la caparbieta’ dei produttori a continuare a scommettere su un vitigno che da sempre e’ la bestia nera dei viticoltori. Amo poter assistere al loro lavoro e gustare il risultato finale. La Campania ha tanti tesori che l’ignoranza e l’indolenza del popolo rende invisibili. Invece di criticare le indicazioni fornite da chi fa cronaca delle proprie sensazioni, sarebbe piu’ utile prenderle come spunto per andare in giro a fare le proprie esperienze e formare i propri gusti.

  8. Sonia scrive:

    Post molto interessante
    Buon lavoro!