Storia del babà napoletano: dal nome alla ricetta già fissata nel 1836

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Il babà di Mimì alla Ferovia

Partiamo dal suono della parola, così importante per i napoletani ai quali interessa sempre anche la musicalità di una frase e di un discorso, meglio se accompagnata da gesti didascalici con le mani e ammiccamenti con gli occhi. Già, una comunicazione a tutto campo con la propria fisicità, tipica delle grandi città di un tempo visitate da genti straniere con le quali commerciare e fare affari, esigenze inutili se invece si era costretti a vivere nei campi o con le pecore o in piccoli borghi e cittadine fuori dalle rotte. Babà ha dunque nel suo suono, la seconda bi appena appena un po’ raddoppiata ma senza calcare sicché mai diventa babbà ma non è neanche babà alla francese, uno dei segreti capaci di annunciare il suo successo perchè gioca sulla piacevolezza dell’udito e sul successo della memoria: come dimenticare mai qualcosa, un dolce, con questo nome? Le prime due lettere dell’alfabeto, talmente facili da pronunciare che per i greci erano sinonimo dei popoli privi di una lingua costruita, bar bar, barbari appunto.

LO DICE LA PAROLA STESSA
Certo, in napoletano si scrive babbà, quindi in modo diverso da come si pronuncia, ma è forse la caratteristica principe del dialetto partenopeo, un po’ come l’inglese: per questo è l’unico linguaggio regionale così addatto alla musica, le parole si accorciano e si allungano seguendo le note, si personalizzano facilmente, hanno mille significati a seconda del contesto in cui sono inserite.
I napoletani hanno innumerevoli espressioni in cui il carattere è associato ad uno stato fisico più che mentale, alcune anche un po’ volgari come “hai scacato” per dire “hai sbagliato”, “m’arrizzo” per “mi entusiasmo”, “si nu’ strunz'” per “sei cattivo”, eccetera, tutte ricche di sfumature la cui traduzione in italiano, a volte esportata nel linguaggio corrente nazionale proprio come la pasta e la pizza a tavola, non rende spesso esattamente l’idea di ciò che in realtà si vuole rappresentare.

Questo vale anche per il cibo, la principale preoccupazione quotidiana con cui Napoli ha dovuto fare i conti dal ‘600, quando era già metropoli, a tutto il Dopoguerra, sino agli anni ’60, quando poi le calorie sono state sufficienti alla sopravvivenza fisica senza angoscia. Ecco perchè “si nu’ babbà” detto ad una persona indica qualcuno dal carattere dolce, disponibile, oppure bravo nell’eseguire qualcosa di particolarmente difficile, o, ancora, si può usare per ringraziare di un regalo o di un’attenzione. Ma non solo una persona, anche una cosa può essere “nu’ babà”, magari un oggetto particolarmente bello come un’auto sempre funzionante, una macchina fotografica, persino la vista di qualcosa di particolarmente bello.

Babà da passeggio

Insomma, l’avete capito, babà ha un significato estremamente positivo per i napoletani che lo apprezzano in quanto capace di riflettere alcuni dei loro pregi migliori grazie ai quali sono trapassati direttamente dal precapitalismo alla società postindustriale senza incontrare la necessità della disciplina di fabbrica: parliamo dell’equilibrio dei sapori con cui si esprime questo dolce, la sua praticità e, al tempo stesso, l’estrema pazienza richiesta da ben tre lievitazioni nella ricetta classica.

Già, perché i napoletani sono veloci ma disprezzano e non accontentano mai volentieri chi mostra segni di impazienza mentre irridono chi è troppo lento, nel capire la situazione più che nel fare. E come tutti i popoli commerciali, privilegiano sempre e comunque una soluzione equilibrata quando scoppia un conflitto tra le persone, un compromesso capace di chiudere una partita aperta e pensare alla prossima.

Ebbene, conoscete nel vostro universo tattile qualcosa di più equilibrato della consistenza assunta dal babà ben lievitato e cotto? Già, è la praticità di cui ho detto all’inizio? Non come si fa, certo, quanto come si mangia: in piedi, rapidamente, usando il cappello per iniziare dal tronco, uno, due, tre morsi e voilà, nessuno potrà togliercelo. Il babà, infatti, si iscrive a pieno titolo nei dolci di città perché è necessaria sapienza consolidata per prepararlo, dunqu forni pubblici più che casalinghi, una profonda conoscenza dei tempi di lievitazione rapportati alla temperatura esterna e all’umidità presente nell’aria, proprio come la pizza.

È dolce da città perché da passeggio: si entra, si prende e si mangia continuando la camminata, non ha bisogno di un piattino e delle forchetta, si usano le mani e dunque, a dispetto delle sue origini, come vedremo da qui a poco, regali, è molto democratico, perché mette sullo stesso piano chi ozia e chi lavora, ricchi e poveri.

Ecco come, cari amici, siamo passati inavvertitamente dal suono alla sua rappresentazione semantica. Già, perché, in fondo, il babà piace ai napoletani perché meglio di ogni altro dolce rappresenta il genius loci positivo della città, quello tanto amato anche fuori.

NASCE NEL FREDDO NORD

Il re Stanislao Leszczinski

Eppure, proprio come la pizza, la pasta, il caffé, il babà non è nato alle falde del Vesuvio ma nel freddo Nord, precisamente in una cittadina francese chiamata Luneville ai confini con la Germania: la sua storia è deliziosamente ricostruita da Flavia Amabile in un prezioso libretto pubblicato dalla Edizioni dell’Ippogrifo (Sì nu’…babbà, 2001) arricchito dalle foto di Gérald Bruneau e dall’introduzione di Antonio Bassolino oltre che da alcune testimonianze di personaggi celebri. A inventarlo fu un re bidetronizzato, il polacco Stanislao Leszczinski, suocero di Luigi XV di Francia che aveva sposato sua figlia Maria. Grazie alla sua parentela importante, aveva avuto come buona uscita il Ducato di Lorena dove potè costruire impossibili ricette politiche per il futuro dell’Europa e passare alla storia per l’unica cosa seria fatta nella sua vita, inventare il babà. Ancora oggi esiste un dolce, baba senza accento, ossia slavo e non francese, nella sua Polonia.
Si dice che l’ex re abbia bagnato nel Madeira una fetta di kugelopf, il dolce austriaco ermafrodito, cioè mezzo panettone e mezzo brioche, e che da allora lo abbia sempre voluto così. La sua grande passione per la cucina portò a nuove e più ricche elaborazioni con l’impasto lievitato tre volte e sbattuto per ottenere una pasta più leggera, pieno di uvetta e con lo zafferano di cui erano ghiotti i turchi i cui gusti aveva incontrato da prigioniero quando aveva perso per la prima volta il suo inutile regno.

Cupola di Santa Sofia a Costantinopoli: da qui nasce l’idea della forma da dare ai primi babà

La forma diventa quella della cupola di Santa Sofia, il nome scelto è Ali Babà, il protagonista de “Le Mille e una notte”. Questo incrocio di culture e di suggestioni spesso più facili da cogliere in provincia dove ci si annoia, porta alla definizione di Fabrizio Mangoni, autore de La Fisiognomica del Cibo e principale storico della pasticceria napoletana, a definire il babà come “dolce dei Lumi”. In sostanza, mentre la stragrande maggioranza dei dolci nasce nella nebulosa indistinta della civiltà contadina, “il babà – afferma Mangoni, autore anche di uno spettacolo sul tema – è figlio di un’idea”. In questo caso sappiamo, insomma, chi, dove, quando, forse perché.
Un altro salto di qualità è la decisione della bagna, necessaria per sostenere la morbidezza del dolce altrimenti destinato rapidamente a pietrificarsi in poche ore. Stanislao sceglie il Madeira, a Versailles, dove si dettavano le mode, si usa il rhum giamaicano, l’ultimo dei benefici importati dalle Olteeoceano. Ma nella società capitalistica un cibo per diventare prodotto si deve reificare in merce, altrimenti resta solo una curiosità familiare.

Ed è quanto avviene con il pasticcere originario della Polonia Sthorer che a Luneville ha seguito l’esilio del re mangione, poi si trasferisce con sua figlia Maria a Versailles dove nel 1725 sposa Luigi XV, infine apre un proprio laboratorio a rue Montorgueil, ancora oggi è al numero 52, dove crea i babà a forma di fungo o cappello di cuoco così come sono giunti fino a noi.

La pasticceria parigina Stohrer, ancora oggi aperta, prima tappa del babà verso Napoli

Più tardi, Jean Anthelme Brillat-Savarin regala ai fratelli Julien il babà a forma di ciambella nel cui centro immergere la frutta per il loro laboratorio sul boulevard St.Honoré: eliminata l’uvetta, aggiunto il burro, una spennellata di marmellata di albicocche per salvare la bagna più a lungo ed è così che da Ali Babà si passa a Babà.

maria Carolina e Ferdinando IV. La sorella di Maria Antonietta fu fondamentale nell’introdurre a Napoli la cucina e la moda francesi

Il dolce è simbolo del filo diretto con cui Napoli è sempre stata legata a Parigi negli ultimi tre secoli. Un legame nato precisamente quando Maria Antonietta sposa Luigi XVI mentre Maria Carolina si lega a soli sedici anni nel 1768 per procura a Ferdinando IV di Borbone. T

ra le due figlie di Francesco duca di Lorena e imperatore d’ Austria e di Maria Teresa d’ Asburgo matura una rivalità di cui probabilmente la prima non ha avuto modo di accorgersi, ma la seconda l’ha coltivata nel suo esilio solare mandando in continuazione emissari a Parigi per scoprire le ultime tendenze dei sarti e degli chef: nasce così l’epopea del gattò, della besciamella, del gratin, degli sciu e di quei termini francesi e francofoni con cui la cucina napoletana conosce l’influenza d’Oltralpe oltre un secolo prima del suo affermarsi in Italia come nouvelle cousine.

Evidentemente lo stile di una grande capitale poteva essere riproposto, sia pure non nello stesso modo, solo in una grande città, qual è stata Napoli sino all’inizio del ‘900. Il resto, viene da dire, è storia di oggi: già nel 1836, ci ricorda Flavia Amabile nel suo testo, il babà appare come dolce tipico napoletano nel primo manuale di cucina italiana scritto da Angeletti per Maria Luigia di Parma. Status symbol, poi tradizione, il babà entra nelle case di tutti, segna la pasticceria del Regno delle due Sicilie e poi dell’Italia.

Babà al limoncello

L’ultima moda è il babà al limoncello o alla crema di limone, nato a Capri e sull’altra sponda della Terra delle Sirene. Un infuso capace di scalzare rapidamente il rhum e di aprire così la disputa fra tradizionalisti e innovatori. Chissà se a Stanislao sarebbe piaciuto, noi pensiamo che il suo gusto legato alla esperienza in Turchia avrebbe apprezzato l’agrumato capace di risolvere quel problema affrontato e superato brillantemente da Savarin: dove trovare la necessaria acidità per equilibrare ulteriormente nel babà la sensazione di dolce, a volte zuccherosa quando il rhum non è buono.

Ecco allora la freschezza regalata dalla frutta e, nel caso del limoncello, dagli oli essenziali della buccia del limone. Questo è il motivo dello strardinario successo di questa nuova formula e, diciamolo pure, anche del rilancio del dolce in forma commerciale negli splendidi vasetti confezionati in maniera artigianale.

L’ultimo aspetto da considerare è l’abbinamento. Cosa bere con un babà? La questione non è semplice, perché la bagna, sia di rhum che di limoncello o altro infuso, contribuisce ad elevare la struttura del vino, di fatto un Moscato d’Asti sarebbe perfetto a dolce asciutto. Nel primo caso penso vadano bene due prodotti poco conosciuti ma molto ben equilibrati, il Sidro del Sannio ottenuto da mele annurche e limoncelle, oppure il Lambiccato, mosto di moscato appena fermentato e filtrato con i coppetelli di lino.

Oppure il Moscato di Saracena e quello di Trani

Le ricette

Torta babà

Torta babà

Ingredienti per 10 persone
Per la pasta
17 cl latte
1 cubetto di lievito di birra
70 g di zucchero
1 cucchiaini di sale
6 uova
450 g farina
150 g burro
per lo sciroppo al rhum
40 cl acqua
500 g zucchero
30 cl rhum
In una grossa ciotola sciogliete il lievito di birra nel latte tiepido. Aggiungete lo zucchero, il sale, le uova, e metà della farina. Sbattete energicamente o con l’impastatrice a velocità media per circa 4 minuti, fino a quando il composto assumerà l’aspetto vellutato. Aggiungete il burro ammorbidito e tagliato a pezzetti, sbattendo per altri 3 minuti, fino a quando si sarà ben amalgamato. Aggiungete il resto della farina continuando a mescolare il composto non troppo energicamente, quindi mescolate ancora per un paio di minuti fino a quando il composto si rassoda. Versate l’impasto in uno stampo imburrato, pareggiandolo bene. Coprite con un telo pulito e lasciate lievitare in un luogo tiepido, al riparo di correnti d’aria per circa un ora e mezza, fino a quando il composto arriverà a circa 1 centimetro dal bordo dello stampo. Infornate a 200 gradi per 30-35 minuti, fino a quando sarà diventa colore bruno dorato. Toglietelo dal forno e sformatelo dopo 2 minuti. Lasciate raffreddare per circa 15 minuti. Nel frattempo preparare lo sciroppo al rhum facendo bollire l’acqua, il rhum e lo zucchero fino a quando quest’ultimo si sarà sciolto e lasciate raffreddare. Trascorsi 15 minuti, rimettete delicatamente il babà nello stampo e con un cucchiaio versarvi sopra poco alla volta lo sciroppo caldo. Continuate fino a quando premendo con un dito sulla superficie esce lo sciroppo. Lasciate riposare il babà almeno due prima di servirlo.

Babà alla crema con macedonia
Ingredienti per 12 persone
Per la crema
75 cl latte
6 cucchiai zucchero
1 bustina di vaniglia
6 tuorli d’uovo
75 g amido
mezza buccia di limone
Per la frutta
3 mezze pesche sciroppate
4 fette di ananas
50 d di mandorle tostat
mezzo bicchiere di Cointreau
Eseguite la lavorazione descritta nella precedente ricetta usando un ricipiente a ciambella per infornarlo. A parte lavorate i tuorli con lo zucchero, aggiungete l’amido, la vaniglia, un po’ per volta il latte e infine la buccia di mezzo limone. Mettete sul fuoco moderato e rigirate fin quando la crema non si sarà addensata, poi aggiungete il liquore scelto. Sbucciate le mandorle tenendole per qualche minuto in acqua bollente appena tolta dal fuoco, asciugatele, fatele imbiondire al forno e poi dividetele a metà. Tagliate a cubetti tutta la frutta ben sgocciolata, mescolatela alla crema fredda insieme alle mandorle e riempite il buco del babà. Le ciliegie, divise a metà e sgocciolate, verranno usate per comporre, a corona, una piccola decorazione intorno al ripieno.

La ricetta del babà

Ingredienti per Dieci persone

  • Per la pasta
  • 240 g farina
  • 80 g burro
  • 40 g zucchero
  • 4 uova
  • 20 g lievito di birra
  • 4 g sale fino
  • Per lo sciroppo al rhum
  • 30 cl acqua
  • 160 g zucchero
  • 1,5 dl rhum
  • Per ungere
  • 50 g burro

Preparazione

Con un terzo della farina fate un panetto: sciogliete il lievito di birra in due o tre cucchiai di acqua tiepida e amalgamatelo alla poca farina.
Lavorate la pasta col polso, rendetela liscia quindi mettetela su un piatto infarinato a lievitare per una trentina di minuti. Quando si gonfia mettetela in una ciotola concava, aggiungete le uova, il burro tenuto per qualche ora a temperatura ambiente e amalgamate. Aggiungete il resto della farina, lo zucchero e il sale.
Ottenuto un impasto morbido, lavoratelo prendendolo tra le dita, sollevandolo e sbattendolo nella stessa ciotola fino a quando forma delle bolle.
A questo punto lasciatelo nello stesso recipiente per circa 40 minuti a lievitare.

Quando è cresciuto, mettetelo in 10 formette unte di burro. Riempitele fino a metà. Fat lievitare di nuovo, poi quindi informate a 180 gradi per almeno un quarto d'ora.

Sformateli lasciateli raffreddare.

Preparate lo sciroppo facendo bollire per un paio di minuti l'acqua con lo zucchero. Mettete un babà per volta su un piatto fondo e versate lo sciroppo caldo su tutti i lati.

Al momento di servire bagnate col rhum e lasciateli riosare su un vassoio coperti da un tovagliolo.

Vini abbinati: Moscato di Saracena, Moscato di Trani

2 commenti

  • fabrizio marzo

    (28 settembre 2015 - 14:20)

    Qui a Torino le pasticcerie da sempre mi hanno coccolato con cabaret pregne di bignole eccellenti,con creme e salse di cioccolato divine,e…piccoli e graziosi baba’Questi ultimi nelle mie memorie erano sempre i resti,i sopravvissuti alla razzia generale dove i primi a sparire erano sempre chantilly,e nocciola.Personalmente essendo anche astemio non ebbero mai il mio apprezzamento,fino a quando 11 anni fa’visitavo per la prima volta Napoli.Che dire..oggi appena l’occasione mi porta a Napoli inizia una vera e propria visualizzazione di questo capolavoro,normalmente da Attanasio la prima volta,ne mangio 3 di fila e causa vergogna desisto per il quarto e oltre.ma pronto a recuperarli appena inquadrato un nuovo locale.I napoletani sono per me maestri della perfezione,del dettaglio,ho assistito a discussioni sulla preparazione del ragu’dove per me tutti dicevano cose simili ma si scornavano su …inezie a parer mio come minutaggi,aromi,e pezzi di carne prima..e dopo.Giusto lunedi scorso ero a Napoli e in galleria umberto oltre al classico,quello con panna fresca,ne ho assaggiato uno denomitato orio…che aveva una crema in cresta deliziosa.Che dire poi,a Capodichino prima dell’imbarco ne ho acquistati 16 tutti rigorosamente incartati un per uno, confezionati per la cappelliera dell’aereo egregiamente.. e dotati di bottiglietta di sciroppo di rhum per ulteriore inzuppo prima del consumo.Sono dettagli appunto…proprio quelli che mai come in questo caso fanno la differenza che completa la maestria..W Napoli!!

  • Nadia

    (14 ottobre 2015 - 18:59)

    Grazie per le belle e importante nozioni, mi sono deliziata al leggere questa pubblicazione, è proprio nu’… babbà!

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