Antimo Caputo: La priorità di ogni politica economica per l’Italia? Il Mediterraneo!
Rilanciamo l’intervista che abbiano fatto ad Antino Caputo per il suplemento economico del Mattino curato da Aldo Balestra e pubblicato venerd’ 23 ottobre.
“Siamo troppo sbilanciati verso il Nord Europa, nel Mediteranneo 600 milioni di persone di cui 200 sono europei”
“Culturalmente, psicologicamente, commercialmente per me il ruolo di Napoli è sempre stato il punto nevralgico del Mediterraneo. Ci sono Nord e Sud, ma sempre rispetto alla nostra città”. Non ha dubbi Antimo Caputo, amministratore di terza generazione del Mulino Caputo, sul ruolo di collegamento che ha la città sul piano geografico.
Una affermazione fatta d’istinto carica di affetto?
“Anche, ma soprattutto che viene dallo studio della storia sul ruolo avuto dalla nostra città nel corso dei secoli. Non è il caso adesso di mettersi a fare polemiche storiografiche, ma avere come riferimento il Nord Europa porta ad uno sbilanciamento che Napoli e la stessa Italia, hanno avuto nel corso dei secoli. Non bisogna andare molti indietro negli anni per ricordare il ruolo centrale che il nostro paese ha avuto nel tessere relazioni politiche e commerciali con tutti i paesi bagnati dal Mediterraneo anche nei momenti più gravi di crisi diplomatiche e politiche. Credo che la nostra comunità, in questo momento così straordinario che stiamo vivendo, nel bene come nel male, debba ricominciare a guardare al Mediterraneo come grande opportunità di sviluppo”.
Secondo lei l’area mediterranea mantiene un ruolo centrale sul piano commerciale oltre che naturalmente politico nel contesto mondiale.
“Basta considerare le cifre: nel bacino mediterraneo attualmente vivono quasi 600 milioni di persone di cui oltre 200 sono europei della cosiddetta riva nord e, secondo le proiezioni, saranno oltre 700 milioni nel 2050. Il pil attuale è di 11mila miliardi di dollari con paesi in forte crescita. Di fronte alle crisi attuali, penso che qualsiasi politica non possa prescindere da questi dati base e che il ruolo di Napoli è inevitabilmente destinato a crescere”.
“Lavorare sulla logistica”
Per interpretare fino in fondo questo ruolo non possiamo certo restare fermi. Cosa è necessario fare per essere all’altezza di queste premesse?
“Bisogna lavorare molto sulla logistica. Noi abbiamo lo stabilimento storico, che è il cuore della nostra azienda, a San Giovanni, quindi parlo proprio per quello che vedo ogni mattina quando vengo al lavoro. Abbiamo la necessità di razionalizzare meglio gli spazi e lavorare ancora meglio sui collegamenti ferroviari e stradali per consentire alle merci di poter viaggiare rapidamente. Non entro nel merito dell’organizzazione portuale, ma sicuramente bisogna puntare alla razionalizzazione delle operazioni e soprattutto sulla velocità. Il porto della vicina Salerno è un ottimo esempio di razionalizzazione, li gli spazi sono piccoli ma in proporzione il volume di merci è davvero straordinario. Per lo sviluppo di ogni commercio la logistica è il primo nodo che va sciolto, nel nostro caso migliorato”.
La sua farina viaggia in tutto il mondo, cosa possiamo dire, per restare in tema, sui rapporti con la riva sud del Mediterraneo?
“Viviamo un paradosso, l’Italia è il paese europeo che viene visto come primo riferimento in Medio Oriente per tante ragioni. Eppure, quando si parla di commercio, il riferimento è il Nord America, e questo è un paradosso viste le distanze geografiche”.
Per quale motivo?
“Anche qui non mi voglio avventurare in analisi politiche ma credo che il ruolo del nostro paese dovrebbe essere quello di spingere l’Europa a guardare meglio al Sud, verso il Mediterraneo appunto, soprattutto alla luce delle tensioni in atto con la Russia e in parte con gli stessi Stato Uniti. Credo che negli ultimi decenni abbiamo perso molto peso specifico nelle relazioni commerciali e internazionali nei rapporti con i paesi del Mediterraneo, penso, per dirla tutta che l’analisi di Rampini sull’Europa “erbivora” sia in gran parte centrata. L’ambiente è sicuramente un elemento importante da considerare quando si fanno le scelte, ma non può essere l’unico a dettare scelte strategiche, economiche e commerciali. Abbiamo in realtà due Europe molto diverse e credo che le scelte globali vadano riconsiderate e ricalibrate”.
Il grano è uno di strumento di pace ma anche di guerra. La sua importanza ha significati simbolici importanti per la nostra cultura. Che momento stiamo vivendo?
“Siamo in una fase delicata sotto gli occhi di tutti. Di fatto le importazioni dalla Russia e dall’Ucraina sono state ridotte e, quel che più importa, non è possibile fare previsioni sul futuro del mercato. L’incertezza penalizza non solo il costo della materia prima, spesso soggetta anche a speculazioni puramente finanziarie, ma anche la logistica, per tornare al tema da cui siamo partiti. Oggi i costi di un container sono diventati pesanti, far viaggiare le merci è diventato costoso e le aziende hanno difficoltà a fare una programmazione annuale. Noi lavoriamo con una materia prima che è alla base dell’alimentazione e dobbiamo aggiustare continuamente le nostre previsioni e adeguarci alle circostanze che sono in continua evoluzione e cambiamento. Purtroppo gli esiti non dipendono solo da noi ed è per questo poi che le scelte politiche diventano fondamentali per garantire un quadro di stabilità. Bisogna considerare che la questione non riguarda solo il grano, ma anche tutti i cereali che prima venivano importati dai due paesi in guerra e l’Italia non è in grado, come tanti, una produzione autosufficiente. Senza importazioni mangeremo pane e pasta sino a giugno, per essere concreti”.
“Il grano? Basta favole, consumiamo il doppio di quello che riusciamo a produrre!”
Ecco, perché dipendiamo per il 60% dalla produzione estera di tenero?
«Beh, avviene un po’ per la maggior parte dei prodotti italiani. Noi siamo sempre stati storicamente dei trasformatori di materie prime, pensare di diventare autosufficienti anche nella loro produzione non è realistico perché la domanda interna ed estera dei nostri prodotti è sempre più alta e noi non abbiamo le estensioni di terreno per potere arrivare ad essere autosufficienti sul piano nazionale. E’ più realistico pensare che lo possiamo diventare come sistema europeo con particolare riferimento a Romania, Bulgaria, Ungheria, Croazia».
Cosa impedisce all’Italia di crescere ancora come produttore?
“Il primo limite è il frazionamento della proprietà terriera. Il secondo è la diversità di qualità che rende poco facile ottenere un prodotto omogeneo. Quello che per il vino è un valore aggiunto, pensiamo alla differenza tra un Aglianico e un Piedirosso, nel nostro campo diventa un handicap perché per avere farine adatte è necessario un alto grado proteico e soprattutto una omogeneità di valori. Al di là delle ideologie e delle favolette commerciali, sarebbe opportuno selezionare una varietà e puntare su questa. Sono in corso studi e ricerche in collaborazione con il Dipartimento di Agraria a Portici in questa direzione”.
“Grani antichi? Fake news commerciale!”
Una curiosità: viviamo nel mito dei grani antichi. Cosa si intende con questa espressione che ricorda un po’ quella dei “vini naturali”?
«Quello dei grani antichi è una fake news, semplicemente non esistono varietà antiche perché l’uomo interviene da sempre per migliorare le performance. Non significa fare gli stregoni, la qualità italiana è nel processo di trasformazione realizzato in maniera assolutamente naturale, ossia per via meccanica, senza aggiunta di chimica. Per realizzare questo prodotto è necessario un grano tenero di alto contenuto proteico e l’Italia, su questo versante, arranca rispetto ad altre produzioni, inutile nasconderci la verità. Poi, se dobbiamo fare poesia, ben venga. Come avviene per i vini naturali. L’industria ha sicuramente molte colpe da farsi perdonare, ma l’industria molitoria italiana nessuna, è una grande eccellenza che tutto il mondo ci invidia. Nessuno è capace di selezionare lavorare il grano tenero di tutto il mondo come facciamo noi».
Nonostante tutte queste difficoltà il mondo pizza continua a godere di un momento di euforia incredibile. In tutto il mondo si aprono pizzerie, persino a Napoli si registrano ancora aperture. Perché?
“La pizza è un prodotto anticiclico, per quanto ci possa essere una contrazione della capacità di spesa da parte delle persone, per stare fuori o mangiare a casa, resta la soluzione alla portata di tutti”.
Non possiamo non terminare con la Coppa America che vi ha visto protagonisti di un grosso sforzo.
“La nostra azienda si sente parte della città da sempre, non a caso il nostro claim è stato “la farina di Napoli”, per noi è un orgoglio rappresentare la nostra città in tutto il mondo. Ora che il mondo è a casa nostra non potevamo mancare. I dati della prima regata parlando di una partecipazione straordinaria, i numeri fatta a Barcellona sono stati di gran lunga superati. Essere presenti era un dovere culturale ed una opportunità commerciale da cogliere al volo e con determinazione. Ci faremo trovare pronti con eventi memorabili nel 2027.”

