Basilisco 1992, l’Aglianico del Vulture e due domande che fanno arrabbiare

30/12/2017 1.7 MILA
Basilisco 1992
Basilisco 1992

Basilisco 1992 Aglianico. Dobbiamo stappare un Nuit St-George del 1957 e il problema si pone subito: cosa berci dopo? Un bel rosso del Sud vecchio. Magari questa bottiglia di Basilisco 1992 che è stata dimenticata da non so quanti anni nella mia cantina di cui ormai non so più nulla, come la biblioteca ormai. Sono troppo Gemelli per fare gli inventari!
Michele Cutolo me la diede nel corso di una delle mie prime visite nella sua azienda a Piazza Caracciolo di Barile dopo aver scorazzato con lui e l’enologo toscano Lorenzo Landi nella Vigna del Prete a Macarico, piantata dal padre negli anni’70.
Beh, dopo averlo provato in una bellissima cena preparata ad hoc da Luigi Salomone di Piazzetta Milù mi sono venuti due pensieri molto precisi.
Unico esempio, per quei tempi, di Aglianico finito in Piemonte che è restato Aglianico!
Secondo pensiero: per quale cavolo di motivo l’Aglianico del Vulture si è allontanato da questo modello perfetto di vinificazione?

Da cosa nascono queste due osservazioni? Dalla storia di questo vino che ho conosciuto dopo aver telefonato ieri a Michele per saperne di più.
Torniamo indietro al 1992. La famiglia Cutolo era impegnata nelle acque minerali del Vulture ma Michele aveva studiato da medico. Gli venne l’idea di vinificare l’uva delle vigna piantata dal padre e si rivolse alla cantina Fiorina di Alba, adesso chiusa, ma che all’epoca andava per la maggiore. Non deve stupire questo collegamento: ci sono ancora le bolle delle cantine sociali che raccontano di intere cisterne inviate in Langa ancora a quei tempi. Il vino fu lavorato da Alfredo Roagna di Barbaresco in uno stile essenziale, come si portava allora prima della parkerizzazione dei vini europei: fermentazione alcolica in acciaio e breve stazionamento in legno grande o barrique di secondo passaggio. Per farla breve dopo un paio di anni il Basilisco torna giù come vino da tavola perché vinificato fuori zona. Novemila bottiglie in tutto che Michele riesce a vendere conservandosene una conquantina. Nel 2005  ne aveva solo 24. Le vidi durante la visita nella cantina scavata nella roccia nera e con molta generosità me ne diede una.
La conservazione è stata ottimale, perché dal Vulture a Vallo della Lucania passarono solo due ore d’auto e da allora questa bottiglia è rimasta stesa lì, seppellita sotto altre annate di Basilisco.
La storia continua con una 1993 non riuscita bene e di una 1994 vinificata in zona. L’azienda Basilisco vera e propria riparte poi nel 2001, prima con un enologo piemontese, Rosario Abbona, poi con il toscano Lorenzo Landi. Sino al 2010 quando viene venduta alla Feudi di San Gregorio che, con lungimiranza, riesce a tenerla come cantina separata. Oggi la testa, ma direi soprattutto il cuore, di  Basilisco ha il volto di Viviana Malafarina.
Beh, adesso la battuta sul vino in Piemonte l’avete capita.
Veniamo alla seconda osservazione: ci chiediamo infatti perché per oltre dieci anni abbiamo dovuto sopportare vini vulturini in surmaturazione seppelliti nelle bare di legno quando l’Aglianico è un puledro che ha già tutto di suo come dimostra questa 1992? Misteri di chi approccia il mercato non partendo dalla propria materia prima, ma inseguendo modelli estranei e talvolta caricaturali. Un Aglianico non può diventare Merlot, per fortuna. Oggi ci sono passi verso lo smagrimento dell’Aglianico del Vulture, ma questa tendenza non è convinta e generalizzata come dovrebbe.
Eppure non potete capire questo 1992 quanto fosse allegro, fresco, ancora giustamente tannico, quasi fine, lungo, amaro nel finale, efficace su un agnello che si scioglieva in bocca.
A me ha fatto venire in mente i base di Paternoster e di Martino che si bevevano all’inizio degli anni ’90. Vini austeri, diciamo anche poco generosi, al naso ma molto efficaci al palato, conseguenziali e logici. Infiniti nella loro complessa semplicità. Vini su cui allungavi la mano in modo natutarale durante le giornate di freddo in campagna davanti al camino o insieme ad una combriccola impegnata a mangiare agnelli, cinghiale, capretto, pasta al forno. Vini di servizio e, in questo loro essere umili, senza pretese, diventare assolutamente grandi dopo alcuni anni. Rossi immortali.
Lo confesso, questo 1992 per me è stato come una donna che ti manda di nuovo un segnale di interesse dopo un periodo di allontanamento.
Maritato al Nuit St-George 1957 è stato perfetto.
Alè!