Caro De Luca, basta terrorismo: davvero la colpa è dei ristoratori e di chi va a pranzo fuori?

24/2/2021 2.8 MILA

di Marco Contursi

La frase di De Luca, sul fatto che la zona arancione sia riconducibile a chi è andato a pranzo fuori, e le numerose invettive di cui sono oggetto i ristoratori mi spinge a scrivere questo articolo.

Ovviamente De Luca, parlava di comportamenti sbagliati in generale ma ha usato come esempio, proprio una tra le categorie più colpite dalla pandemia e il fatto che anche persone, trovino giusto tenerli chiusi, mi spinge ad alcune riflessioni.

Prima di iniziare la disamina, una constatazione personale: De Luca è l’unico governatore che gode nell’invocare la zona rossa, per potersi vantare di una riduzione dei contagi. Fregandosene di tutto il resto, dell’economia che va a rotoli, di persone che non hanno accesso a alcuna fonte di reddito, di persone disperate. Bravo. Veramente Bravo. Quanta differenza con tutti gli altri governatori

Altra considerazione da fare è che Napoli (e la sua provincia)  NON è la Campania, nel bene e nel male. Quindi invocare la zona rossa perché a Napoli, e forse in altre 4-5 città, si siano creati assembramenti mentre in decine di altri comuni ai cittadini viene impedito di portare i figli a fare una passeggiata, perché abitanti in centri che non hanno neanche un’isola pedonale, è veramente ingiusto e inaccettabile.

Perché molti ce l’hanno coi ristoratori? Veramente il tenerli chiusi incide positivamente e in maniera importante sul calo dei contagi?

Ovviamente no, visto che non ci sono studi scientifici che indichino quale sarebbe la percentuale in rialzo di una loro apertura, ovviamente contingentata da distanze e comportamenti prudenziali ma solo alcuni studi che indicano come una persona positiva possa contagiare altre, se sotto una corrente d’aria particolare a ristorante.

E visto che i contagi ci sono stati anche quando i ristoranti erano chiusi, le cause vanno ricercate altrove. La prima è che quando parte una pandemia, non c’è modo di fermarla ma solo di contenerla con misure che gravano sulla libertà individuale ma i contagi riesplodono appena queste vengono allentate. E’ anche vero che non si possono tenere chiuse per sempre le persone in casa, pena altri problemi parimenti rilevanti.

Secondo, i contagi esplodono nelle famiglie e tra gruppi di conoscenti che continuano a vedersi nelle abitazioni private o finanche in locali compiacenti. Se le persone hanno scarso senso civico non è certo colpa dei ristoratori. A Giugliano un imprenditore ha fatto una festa con oltre cento persone confluite da tutta Italia proprio in questi giorni. E cose simili sono accadute anche altrove. Finanche alcune riunioni religiose sono state responsabili di numerosi contagi in un tempo recente. E la colpa è dei ristoratori.

Terzo, coloro che girano l’Italia per lavoro e poi tornando a casa infettano. Sono tante le persone che lavorano alcuni giorni in zona particolarmente a rischio e poi tornano a casa il fine settimana, magari asintomatici e loro malgrado contribuiscono all’estendersi del contagio. Ovviamente la colpa è dei ristoratori.

Quarto, i gruppi di persone che vivono un forte disagio sociale (rom, extracomunitari senza reddito, senzatetto, persone in forte indigenza). Secondo voi, una persona che vive con altre 10 in un bilocale, senza reddito, è monitorabile e soprattutto rispetta la quarantena se positivo o va in giro a vedere come “apparare” la giornata? Ma la colpa è dei ristoratori.

Ma perché ce l’hanno tutti coi ristoratori? Semplice perché sono visti come una categoria che fa soldi facili e guadagna cifre folli.

Mi spiace deludervi ma, oggi, non è così.

  • Eccezion fatta per pochi locali famosi, o quelli ubicati nelle grandi città, la maggior parte va avanti con grossi sacrifici.
  • Chi esce solo il sabato a cena fuori, ha una percezione falsata della realtà, oggi il 70% dei locali lavora solo il week end.
  • Costi di affitti, personale, materie prime sono molto aumentati negli ultimi anni, basti pensare a quanto incidano i contributi sul costo di un dipendente.
  • Un ristoratore lavora, perché anche attendere clienti è un lavoro, ben oltre l’orario di un lavoratore medio e soprattutto non conosce festività, visto che è assente da casa, a Natale, Pasqua e in tutte le festività, con sacrifici importanti di tutta la sua famiglia.
  • Un ristoratore è solo l’apice di una catena produttiva che si regge solo grazie a lui. Se i produttori di vino non hanno ristori in quanto il loro codice ateco è aperto ma sono chiusi i ristoranti, a chi lo vendono questo vino? O chi assorbe il prodotto del piccolo artigiano, sperduto su una montagna se non un ristorante sensibile a queste tematiche?

 

Migliaia di aziende, del settore food, produttori e ristoratori, rischiano di saltare, con la conseguente perdita di reddito per centinaia di migliaia di persone, e quindi certe decisioni andrebbero ponderate con mooolta attenzione. E calcolando sempre benefici e costi di un provvedimento, che devono sempre essere in perfetto equilibrio.

Chiudere i ristoranti quanto incide sulla diminuzione dei contagi? E con quali conseguenze? Bisognerebbe rispondere con dati certi e non ipotesi.

Sulle chiusure poi all’ultimo minuto che comportano perdita di derrate deperibili, neanche vale la pena pronunciarsi. Una mancanza di rispetto inaccettabile, fatta da chi ha il culo in caldo.

Colpisce il fatto che i ristoratori non abbiano rappresentanti validi nelle sedi istituzionali, che poca stampa, anche specializzata si occupi di loro e delle conseguenze delle loro chiusure sull’economia di un intero comparto, che non riescano ad organizzare proteste efficaci. Ma questa è l’Italia. Io nel piccolo cerco di fare la mia parte.

Tanto odio verso i ristoratori, come pure il chiedere a gran voce lockdown totali, senza alcun rimpianto o riflessione sui benefici e costi, è figlio o di meschinità ed invidia, tra l’altro mal riposta (guadagnano molto piu altre categorie professionali a cui è pure più facile evadere le tasse) o di una paura eccessiva o ancora indice di una vita piatta e asociale già in precedenza. Pure io, in alcune rarissime occasioni credo che un lockdown duro possa essere, per brevi periodi, l’unica soluzione per arginare i contagi, ma solo in caso di numeri gravissimi di morti e ricoveri ( e non lo sono certo gli attuali) e cosciente delle gravissime ripercussioni della cosa. Qui lo si invoca a cuor leggero ogni volta che un giornale fa un titolo catastrofico o si sente la frase “aumentati i contagi”, senza chiedersi quale sia la situazione ospedaliera, vero indicatore della gravità di una pandemia.

 

Concludo con alcune considerazioni inviatemi da un amico medico che credo abbiano pieno riscontro nella realtà :

“Ad oggi, il covid,  è diventato endemico ,una malattia si considera endemica quando l’agente responsabile è stabilmente presente e circola nella popolazione, manifestandosi con un numero di casi più o meno elevato ma uniformemente distribuito nel tempo. Esiste un solo modo di fermare un virus epidemico ed è isolare il paziente zero.
Una volta che entra in contatto con altri tutte le misure restrittive saranno inutili ai fini dell’arresto della diffusione del contagio. Esse hanno il solo scopo di “diluire” nel tempo quella percentuale di ammalati che hanno bisogno di ricorrere alle cure in strutture sanitarie , per limitarne appunto l’affollamento e rischiare di non poter assicurarle tempestivamente a tutti”.

La soluzione? Risolutiva nessuna. Sicuramente non la zona arancione che comprime alcune libertà fondamentali come quella di circolazione e crea disparità inaccettabili tra cittadini ( Napoli non è Rofrano), a fronte di benefici minimi.

E sicuramente non è tenendo chiusi i ristoranti che si salva l’ Italia ma al massimo si gettano sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie.

Certo ci sono anche i ristoratori scorretti ma solo questi vanno sanzionati E in modo duro ma non possono pagarne le colpe i tanti colleghi che invece rispettano le regole e hanno speso soldi per rendere sicuri i loro locali.

Infine un pensiero doveroso va rivolto a quelle persone con malattie degenerative che oggi possono ancora uscire a fare una passeggiata vicino al mare o a mangiare una pizza ma non sanno se la salute glielo consentirà in un futuro prossimo. Ricordiamoci anche di loro quando diciamo con molta facilità:” Chiudiamo Tutto”.

 

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