Chianti Classico Collection le considerazioni sulla tipologia “annata” 2024 e 2023 presentata durante Anteprime di Toscana
di Luca Matarazzo
Quando meno te l’aspetti, il Chianti Classico spariglia sempre le carte con vini differenti da annata ad annata, segnati dal filo rosso della chiara leggibilità e della metamorfosi camaleontica tra stili e territori differenti. In attesa di valutare la versione Riserva e Gran Selezione, con la presenza delle diverse Unità Geografiche Aggiuntive (UGA) in etichetta, durante la consueta anteprima alla Stazione Leopolda di Firenze, è il momento della tipologia “annata” relativa alle vendemmie 2024 e 2023. Due vintage differenti: meglio addomesticabile la prima, seppur con picchi di caldo siccitoso estivo che hanno messo a dura prova la pazienza dei viticoltori e complicatissima la seconda per le piogge eccessive primaverili e gli attacchi di peronospora che hanno compromesso gran parte del raccolto. Due facce della stessa medaglia, segno dei cambiamenti climatici ormai incontestabili a cui porre rimedio solo con scelte radicali in vigna e in cantina, senza improvvisazioni di sorta. In tal senso il Chianti Classico ha saputo mettere la marcia in più per stare al passo coi tempi, anche grazie all’unione di intenti consortile e alla visione comune di gran parte degli attori in gioco.
I sacrifici degli anni ’70 e ’80 nel recuperare il prestigio perduto ed il rischio di veder scomparire un pezzo di storia d’Italia, vittima di scelte politiche e commerciali errate e dell’arretratezza agronomica lasciata dalle riforme del dopoguerra, è solo un pallido ricordo che serve però da monito di fronte allo scenario incerto dei mercati odierni. Vendere oggi una bottiglia di Chianti Classico significa anzitutto vendere l’immagine di un territorio a volte ancora inesplorato, dove le biodiversità dominano e non esiste il concetto di monocoltura, dove il visitatore può trovare il proprio angolo di relax per ogni esigenza: dal lusso alla vacanza itinerante lungo le strade che collegano i piccoli borghi rurali toscani. Un contesto dove l’aderenza tra vino, tradizione, imprenditoria e futuro rappresenta il vero fulcro del successo della denominazione.
Elevata la qualità media dei campioni della 2024, forse l’unica osservazione resta la presenza di una forte potenza calorica, in molti casi, a discapito della scorrevolezza di beva di altre annate. Il frutto è ben delineato, con sensazioni iodate intense e il sorso voluminoso dalla buona progressione aromatica funge da benchmark nel racconto, a grandi linee, di quanto degustato. Discorso opposto per la 2023 timida ed introversa, con alcune espressioni che sembrano virare già verso una maturità accelerata e note cupe. La vena floreale è un residuo di tenerezza raro, indice delle maggiori frescure stagionali. Il contrappasso consiste in un ridotto spessore dei vini soggetti ad evoluzione senza regole di continuità. Sui 71 vini della 2024 quasi il 30% supera in scioltezza la soglia dei 90 centesimi, tra i quali spiccano Castello di Vicchiomaggio “Guado Alto”, Fattoria San Giusto a Rentennano, Riecine, Rocca delle Macie, Tolaini. Tra le 95 proposte della 2023 la percentuale di soddisfazione si riduce a circa il 15% con luminosi esempi come Belvedere di San Leonino “Barocco”, Bindi Sergardi “La Ghirlanda”, Castelvecchi “Capotondo”, Nittardi “Belcanto”, Tenuta di Nozzole “Nozzole”, Val delle Corti.



