Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 2| Cristiana Lauro

9/5/2019 3.2 MILA
Cristiana Lauro
Cristiana Lauro

di Chira Giorleo

Crescono il numero e la fama delle donne assaggiatrici di vino. Esiste per davvero un approccio “femminile” alla critica del vino o al suo racconto e, nel caso, come si distingue?
Come membro dell’Associazione italiana nazionale Le Donne del Vino mi rivolgo alle critiche di vino in Italia per saperne di più.

Oggi lo chiediamo a Cristiana Lauro.

Assaggiatrice seriale di vino ha iniziato collaborando con la guida dei vini del Gambero Rosso. Promuove vini italiani, scrive su varie riviste di settore e cura la rubrica enogastronomica della testata giornalistica on line Dagospia. Ha pubblicato “Delirium Tremens”. Appunti di una wine killer (ed. Estemporanee) contro quelli che definisce enomaniaci, gastrofolli, enogastropazzi.

 

  • Quando e come nasce il tuo amore per il vino?

Credo si tratti di un corredo genetico, mi piaceva l’odore del vino fin da bambina. Vivevo a Bologna con la mia famiglia di astemi e spesso scendevo da sola nelle cantine del condominio per sentire il profumo del vino che imbottigliavano per uso domestico i nostri vicini di casa. Avrò avuto sei o sette anni. Credo che quel vino fosse tremendo, tutta acetica – che allora si chiamava spunto – ma a me dall’odore sembrava buonissimo. Verso i 16/17 anni iniziai a girare per le cantine dell’Emilia Romagna col mio amico Alessandro Berselli, oggi affermato scrittore. Era la fine degli anni Ottanta e la qualità media dei vini in circolazione lasciava un po’ a desiderare. Ma piano, piano iniziavo anch’io a distinguere un bicchiere di vino da un tè freddo. Cantine, trattorie e qualche torneo di briscola coi vecchietti nei bar di provincia. Vincevo spesso i premi in palio: bottiglioni di Albana, Sangiovese, salami e una volta anche un prosciutto. Poi il gusto si è affinato, le conoscenze pure e la ricerca delle qualità è stata la diretta conseguenza. Andai a vivere a Roma sopra a una storica vineria frequentata da tutti i più noti palati italiani, compresi molti dei nostri insegnanti. Sono passati in tanti per Il Goccetto di Roma dove si stappavano bottiglie che oggi hanno raggiunto prezzi inavvicinabili ovunque. Era il ‘95, facevo l’attrice a teatro ma la mia vera passione era il vino. Lasciai il teatro (che non se ne accorse) e iniziai a collaborare con la guida dei vini del Gambero Rosso. Oggi sono consulente di varie cantine quindi consiglio i vini che mi piacciono, ma non assegno punteggi e non partecipo alle degustazioni delle guide.

  • A tuo avviso, come e quanto credi sia evoluta la critica del vino negli ultimi 20 anni?

Bene e in abbondanza per i primi dieci, malissimo da lì in poi. Oltretutto non mi pare che ci sia questa forte richiesta di critica visto che anche le guide vendono poco e niente. I critici oggi devono organizzare manifestazioni per campare. Banchi di assaggio aperti al pubblico dove si beve e basta. Il pubblico non impara niente e quel poco di nuovo che scopre se lo scorda di lì a poco perché esce mezzo sbronzo. Qualcosa non va.

  • Quali sono i tuoi riferimenti?

Daniele Cernilli, il mio principale maestro, rimane il mio riferimento assoluto. Ma mi fido e seguo le dritte anche di altri. Cernilli però per me resta l’uomo da battere.

  • Credi che l’approccio alla degustazione cambi tra uomo e donna?

No, assolutamente. E non è vero che le donne hanno maggiore predisposizione alla degustazione soprattutto olfattiva. Non so chi abbia inventato questa sciocchezza.

  • E come cambia l’approccio ai social e/o al modo in cui il vino si racconta nonché alla formazione di settore?

La formazione e la didattica non dipendono dal sesso di appartenenza del docente, ma dalla sua preparazione e dalla capacità divulgativa. Daniela Scrobogna e Paolo Lauciani, o Massimo Billetto (F.I.S) fanno ottima formazione da tanti anni con stili diversi e non perché una sia femmina e gli altri due siano maschi. Adua Villa ha un altro stile ancora, così come Daniele Cernilli, Armando Castagno, Andrea Petrini o Marco Sabellico. Sono solo alcune fra le principali figure del mondo del vino che fanno formazione e stanno sul pezzo da tempo. Tutti nomi di riferimento riconosciuti che hanno stili – talvolta anche gusti – distanti fra loro. La differenza la fanno l’esperienza sul bicchiere e la preparazione, non il sesso di appartenenza – vero, presunto o dichiarato – e nemmeno il talento in degustazione che conta poco, e forse non esiste. Non dalla nascita, quanto meno, non è un talento naturale. Nel caso lo infilerei nel registro delle virtù sopravvalutate, un po’ come l’orecchio assoluto. Per inciso il “talento degustativo” comunemente inteso, ha a che fare più con la memoria che con altro e piace a chi ha tendenza a stimare per primi gli aspetti performanti. Riguardo ai social le differenze di approccio fra uomo e donna purtroppo esistono. Le donne per avere successo sul profilo Instagram devono sfoggiare un sorriso pazzesco, un abito glamour e ritocchi fotografici che le facciano sembrare più giovani di Barbara d’Urso (che una volta aveva una dozzina d’anni più di me ma con l’avvento di Instagram siamo diventate coetanee). Poi però è un attimo che quel sorriso diventi una tetta di fuori e non è un giudizio bacchettone il mio. Semplicemente mi chiedo cosa c’entri tutto questo col vino. Io le tette di Adua Villa su Instagram non le ho mai viste. Si vede che ha altro da dire.

  • Chi vedi nel futuro della critica enologica?

Nessuno. È un mestiere in estinzione perché non produce reddito. Resteranno i rating e le classifiche internazionali e nessuno saprà chi ci sta dietro. Spariranno nomi e cognomi e sopravviveranno solo pochi marchi già noti come Wine Spectator. I giovani esperti faranno i brand ambassador per più aziende o gli impiegati anonimi di qualche rivista perché il ruolo di giornalista enogastronomico sparirà in quanto troppo costoso per le redazioni. Qualche giovane esperto di vini che assegna punteggi ha già iniziato a fare il brand ambassador o il consulente di varie aziende, però non lo dice perché ai suoi punteggi e alle sue classifiche non crederebbe più nessuno. Fa sorridere che nel panel di degustazione di alcune guide ci siano persone che collaborano con aziende di vino e addirittura responsabili commerciali addetti alle vendite. I critici attuali andranno in dissolvenza come i notai. Eleonora Guerini del Gambero Rosso lo ha capito prima di tutti e col coraggio di Sandokan ha mollato una brillante carriera di curatrice di una guida per iniziarne un’altra in un’azienda di vino. Lo ha fatto mentre era all’apice del suo successo ed è uscita con gli applausi. Se avesse aspettato qualche anno non se ne sarebbe accorto nessuno. Un po’ come è successo a me quando ho lasciato il teatro.

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 1| Stefania Vinciguerra

2 commenti

    lucab

    (Dall’articolo)
    “I giovani esperti faranno i brand ambassador 
    per più aziende o gli impiegati anonimi di qualche rivista perché il ruolo di giornalista enogastronomico sparirà in quanto troppo costoso per le redazioni. Qualche giovane esperto di vini che assegna punteggi ha già iniziato a fare il brand ambassador, il consulente di varie aziende, però non lo dice perché ai suoi punteggi e alle sue classifiche non crederebbe più nessuno. Fa sorridere che nel panel di degustazione di alcune guide ci siano persone che collaborano con aziende di vino e addirittura responsabili commerciali addetti alle vendite”.(Dall’articolo)
    __
    Queste parole contengono concetti importanti e hanno stimolato la riflessione.
    Esprimo un’opinione.

    Cos’è la CREDIBILITÀ?
    Cos’è la credibilità di un esperto, di un critico, di un food blogger?
    Penso che le abilità degustative(condivido le opinioni contenute nell’intervista su questo argomento) siano soltanto una delle componenti della credibilità.
    Ma, in queste attività, non basta avere delle buone o ottime capacità degustative:
    è necessario Essere Indipendenti.
    CREDIBILITÀ e INDIPENDENZA
    sono inscindibili.

    È inutile, in questo momento, approfondire il concetto di Indipendenza che, comunque, è ben evidenziato nelle parole che ho estratto dall’articolo.

    Concludo dicendo che l’indipendenza, in Italia, è carente in molte attività che la richiedono e non soltanto nel settore del food.

    Frequentando i food blog italiani sono diventato cinico e scettico.

    9 maggio 2019 - 09:56

    Francesco Mondelli

    Cristiana non le manda certo a dire ma ad indipendenza ed onestà va aggiunta curiosità.Sinceramente penso che il mondo dell’Eno-Gastronomia si stia un po’ incartando perché fatti e persone nuove sono sempre più rari con sovraesposizione che non fa bene di alcuni e dimenticanze di altri che neppure sta bene.Manca il coraggio della novità quella vera che stimola fa crescere e migliorare.FM.

    12 maggio 2019 - 07:55

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