Dalle radici di Rauscedo ai calici del mondo: 75 anni di cooperazione e il miracolo delle barbatelle
Nel cuore delle Grave friulane, tra i sassi del Tagliamento, il convegno “Radici comuni, sfide nuove” celebra i 75 anni di Cantina Rauscedo e ripercorre la storia nata nel 1917: un’epopea vivaistica che oggi firma il 75% delle viti italiane e un quarto di quelle mondiali.
di Luca Roncadin e Francesca Di Leo
C’è un piccolo paese nella pianura alluvionale della provincia di Pordenone dove la storia della viticoltura mondiale si legge nelle radici prima ancora che nei calici. A Rauscedo, adagiata tra i letti ghiaiosi dei fiumi Tagliamento, Meduna e Cellina, la vite vive in un equilibrio unico tra suolo e l’ingegno dell’uomo. È qui che il 9 e 10 ottobre 2026, in occasione del 75° anniversario di Cantina Rauscedo, si è tenuta la manifestazione “Le Radici del Vino”, culminata nel convegno “Radici comuni, sfide nuove” al Teatro Don Bosco. Un evento iniziato a Villa d’Andrea con la masterclass “Dalle barbatelle al calice” guidata dal Master of Wine Gabriele Gorelli insieme agli enologi Massimo Vidoni e Cristian Paladin. Un appuntamento che ha riunito i vertici dell’enologia per riflettere sul futuro del settore e celebrare un’epopea agricola senza pari.
La scintilla del 1917 e l’invenzione delle barbatelle
Per comprendere la portata di questo distretto occorre tornare al 1917, in piena Prima Guerra Mondiale. In una casa del paese sede di un presidio militare, la crisi della fillossera incontrò l’intuizione della comunità locale. Un caporale piemontese dell’esercito, di nome Sartori, suggerì al capofamiglia “bisnonno Pier” di procurarsi il legno americano resistente al parassita presso la famiglia Pezile di San Giorgio della Richinvelda. Fu così che il giovane Gino, di soli quindici anni, venne mandato a cavallo a recuperare il materiale americano da innestare con la vite europea.
Imparata la tecnica dell’innesto a coltello, nacquero le prime 3.000 barbatelle nei prati di fronte a casa, seguite da 6.000 l’anno successivo. Un’innovazione che si trasformò nel principale collante economico e sociale del paese, frenando l’emigrazione e unendo le famiglie in un lavoro condiviso. Da quell’esperimento è nata un’eccellenza globale: oltre cento milioni di innesti all’anno, capaci di dare origine al 75% delle barbatelle italiane e al 25% dell’intera produzione mondiale. Da questo piccolo borgo friulano nascono letteralmente le vigne che producono i grandi vini di tutto il pianeta.
75 anni di Cantina Rauscedo: la forza della cooperazione
Nel 1951 questa cultura agricola e vivaistica trovò il suo atto concreto nella fondazione di Cantina Rauscedo. Oggi, a 75 anni dalla nascita, la cooperativa riunisce oltre 300 famiglie di viticoltori che coltivano circa 2.000 ettari nelle Grave friulane, operando su tre siti tra Rauscedo, Codroipo e Fossa Mala a Fiume Veneto. Come ricordato dal Presidente Antonio Zuliani, le radici storiche costituiscono il patrimonio per evolvere e affrontare i mercati globali. La forza di Rauscedo risiede nel controllo diretto della filiera: dalla gestione agronomica con 68 stazioni meteo e zonazione in otto sottozone, fino alla trasformazione in cantina.
Il Direttore Generale Flavio Geretto ha evidenziato durante il convegno come la cooperativa unisca due anime, il vino sfuso e le bottiglie di pregio come la Selezione “Casa Quaranta” o le bollicine “Le Gemme”, sotto i criteri di qualità, tracciabilità e sostenibilità della Doc Friuli.
Dalla memoria al futuro del vino mondiale
Il convegno ha visto la partecipazione di esponenti come il Presidente di ICE-Agenzia Matteo Zoppas, Denis Pantini di Nomisma, Cristian Maitan (Miglior Sommelier d’Italia) e il Direttore VCR Yuri Zambon. Particolarmente significativa la testimonianza del produttore siciliano Alessio Planeta, che ha rievocato il ruolo storico delle barbatelle di Rauscedo nella rinascita della viticoltura siciliana tra gli anni ’80 e ’90.
Oggi il settore affronta sfide complesse tra cambiamenti climatici e mercati in evoluzione, Rauscedo dimostra che la risposta risiede nell’unione tra identità territoriale, ricerca e cooperazione. Da cent’anni la vita di questo borgo scorre tra i sassi e la vite: un miracolo agricolo che continua a far brindare l’Italia e il mondo.









